Domenica 20 Settembre 2020 - Anno XVIII
Quando il turismo si fa duro…

Quando il turismo si fa duro…

…i duri entrano in campo, recita il vecchio adagio!

Africa

Può sembrare fuori luogo parlare di un turismo “duro” da praticare. Viaggiare e conoscere nuovi paesi e nuove genti è concetto che viene associato, in genere, al piacere di farlo, questo tipo di turismo. Il turista chiede svago, divertimento, sensazioni positive, comodità. Ma esistono anche viaggi diversi e impegnativi che, a fronte di qualche logico e tutto sommato accettabile sacrificio, riescono a dare molto di più di ciò che promettono: contatti con luoghi naturali di eccezionale bellezza; sensazioni spirituali che non si pensava di poter provare; esperienze e incontri altrove impensabili. E’ il turismo nei luoghi della terra più remoti e spesso impervi; il turismo che chiede buona salute, spirito di adattamento, desiderio di scoprire territori unici e popoli che li abitano da sempre. Chiede rispetto per questa gente. Occorrono in questi casi uomini speciali, perché il viaggio possa rimanere nella memoria a lungo. Uomini che organizzano, guidano, partecipano, insegnano e trasmettono, ai compagni di viaggio che in molti casi diverranno amici, gli stupori e gli interessi dell’infanzia che finiscono per esaltare i lati più nobili dell’animo umano a contatto con la grandiosità della natura.
Uno di questi uomini è Giancarlo Salvador, veneziano, novello Marco Polo che ha girato il mondo in lungo e in largo ma che da sempre privilegia l’Africa, la madre di tutte le terre e del genere umano.
Mondointasca è felice di poter aprire la galleria dei personaggi che vivono il turismo da veri protagonisti, raccogliendo le sue esperienze di viaggio e di vita.

Africa

Allora, Giancarlo, da che parte vuoi cominciare?
Dicendoti che facevo il musicista e sognavo ad occhi aperti di fare qualcosa di diverso. L’occasione mi è stata offerta da Kel 12; era il 1978. Dovevo contribuire alla creazione di questa organizzazione per viaggi diversi; viaggi-spedizione. Accompagnare gruppi di uomini e donne alla scoperta delle zone più sconosciute dell’Africa e dell’Asia, compiere viaggi d’avanscoperta per individuare itinerari sempre nuovi, con l’occhio attento sia alla bellezza dei posti sia alla logistica per svilupparli in seguito al meglio. Contatti con le autorità, disbrighi doganali, sistemazioni alberghiere e nei vari “campi” quando sarebbe venuto il momento di spostarsi in zone assolutamente desolate e fuori dalle vie di comunicazione abituali. E’ così che mi sono innamorato dell’Africa.

Africa

Africa primo amore, dunque?
Sono perdutamente innamorato-ammalato dell’Africa. Ma non solo; amo molto anche l’Iran, la Persia delle campagne, delle montagne, dei deserti. Il mio amore non è per i luoghi turistici abituali, con i grandi alberghi simili a quelli europei, con i pulmini zeppi di giapponesi che tutto fotografano e, quando “fanno avventura”, dormono nei lussuosi lodge costruiti tra il fogliame di alberi secolari… le mie preferenze vanno all’Africa e all’Asia più vera, in tenda, ai luoghi che nessuno o quasi conosce e che mi sforzo di scoprire ogni volta; anche tornando nelle medesime località, i miei itinerari prevedono sempre deviazioni, piste o escursioni mai fatte prima. Sono paesi di cultura islamica, questi; e non potevo non appassionarmi all’architettura, alla vita sociale di persone così diverse tra loro, sia pure accomunate dalla stessa fede religiosa. Occorre del tempo, certo, per giungere ai livelli di “innamoramento” che oramai mi appartengono; non a caso ho vissuto, per lunghi periodi con brevi ritorni ai canali di Venezia, cinque anni in Algeria, sette nel Mali, uno nel Niger e poi Mauritius e poi eccetera eccetera. Ho fatto persino in tempo a farmi rapire dalle bellezze dell’Islanda, così lontana dall’Africa e dall’Asia, per quel suo miscuglio di deserto di ghiaccio e di lava che dà vita ai borbottamenti delle budella della Terra; sembra d’esser seduti sul calderone di Belzebù!

Africa

Preso atto del fatto che sei “innamorato” marcio del mondo, mi devi dire con onestà se, dopo tanti anni, il tuo lavoro è divenuto routine, fonte di guadagno per intenderci, o se trovi ancora nuovi stimoli nel ritornare in luoghi che conosci come pochi altri. E la gente che ti accompagna, che tu guidi, riesci ancora a “sopportarla” e a stimolarne gli interessi culturali?
Cerco di mettere insieme, per i miei viaggi, gruppi di persone che potrei definire “Veri
Viaggiatori”, con le maiuscole, si. Persone che amano viaggiare diverso, che si documentano prima di partire, che provano piacere nel toccare con mano come si vive in certe zone sperdute dell’Africa, che rimangono abbagliate quando scoprono graffiti che illustrano, con disegni semplici e commoventi, com’era la vita quando il Sahara era ricoperto da foreste, percorso da fiumi e popolato da innumerevoli specie animali. Certo è che, per rispondere alla tua precisa domanda, si deve purtroppo anche mangiare! Il guadagno è importante ma non è la molla principale. E’ la passione che muove tutto, non il vile danaro. Che te ne fai, dei soldi, quando ti trovi sotto le stelle del Sahara, quando ti bastano solo gli occhi e stai d’incanto?

Africa

Giancarlo, parlami del deserto, del Sahara, che è il re dei deserti.
Eh… il deserto! Sahara primo amore, che ti succhia il cervello, che ti ruba la vita. Sahara gran pezzo di donna, da amare e da odiare. Sahara senza mezzi termini, o tutto o niente, o gioia o dolore, o vita o morte. Spesso mi sono chiesto perché mai il deserto sia così sconvolgente, così unico, così profondamente intrigante. Insomma perché ogni volta che ci si trova in mezzo alle dune, nelle infinite piane o tra fantastici pinnacoli d’arenaria ci si sente immancabilmente travolti dalle emozioni. Forse è dovuto al fatto che nulla di ciò che è il deserto fa parte delle nostre esperienze, della nostra memoria genetica. Il verde, la foresta, le praterie, le montagne, sono parte della nostra vita, del quotidiano. Il giallo polenta imperante, gli ammassi dunari grandi come il mare, il nulla attorno a noi, per 360°, il silenzio perfetto rotto solo dal martellare assordante del nostro cuore sono invece fattori estranei alla sfera dell’esperito, sconosciuti, e per questo spesso rifiutati. Quante volte ho chiesto, anche ad amici, “vi andrebbe di fare un giro nel Sahara?”. La risposta è arrivata immediata: “perlamordiddio…”.Insomma la solita paura dell’ignoto, la mancanza di punti di riferimento. O forse l’angoscia di ritrovarsi soli con sé stessi, il timore di scoprire i propri limiti.

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Ma poi, conoscendolo, si rischia di fare la tua fine, o no?
Certo. Chi ci prova è perduto. Perché il deserto è un amante insaziabile che ti ruba l’anima. Deserto è la libertà di andare a zonzo, ovunque. Nel deserto non ci sono recinzioni, reticolati, proprietà private, piste o strade che non si possono abbandonare, tracce che imperativamente bisogna seguire. Si è padroni di sé stessi, si può decidere se andare a destra o a sinistra, a nord o a sud, dove in quel momento ci porta l’istinto, la voglia di scoprire, di curiosare, di “perdersi”. Deserto è annientarsi negli spazi infiniti, il nulla abbacinante attorno. Il vuoto. Con la magica sensazione di essere soli, fruitori esclusivi di un contatto reale, personalissimo, assolutamente privato con la Grande Mamma nelle cui viscere, prima o poi, ritorneremo. Deserto, ancora, è mancanza totale di punti di riferimento, per cui il monte che spunta lontano, all’orizzonte, in realtà viene raggiunto dopo appena 200 metri ed è grande solo come un bimbo. E’ il mondo fasullo in cui dune e montagne si specchiano in mari e laghi vicini eppur irraggiungibili, reame aberrante di Fata Morgana disseminatrice di illusioni. E’ l’emozione intensissima di navigare tra le dune come in un sogno, noi mobili tra i flutti congelati di un mare immobile, lanciati in saliscendi vertiginosi di onde solidificate da un colpo di bacchetta magica.

Africa

Il nome della tua Compagnia per “Veri Viaggiatori” con le V maiuscole, ha a che fare col deserto?
Naturalmente. Harmattan è il vento africano più vento di tutti. Foriero di novità, di odori e sapori lontani, sinonimo di cambiamento. Forza invisibile eppur palpabile, alito possente del Sahara che spinge la sabbia eterna del deserto ad avvolgere le contrade del Golfo di Guinea, stendendo una morbida coltre su tutto il Sahel. Vento rovente, sintesi di passioni brucianti, coniugazione perfetta tra Africa bianca e Africa nera, tra sabbia e laterite, filo d’Arianna tra la morte e la vita, tra il nulla e l’uomo. Harmattan è l’anima infuocata del deserto e quando spira l’Uomo non è più sé stesso. Condannato a correre per non morire, il vento incarna lo spirito nomade. Nessuno si muove come Harmattan. Nessuno vola, corre, sfiora, muove il deserto come il vento. fermarsi è come morire. E Harmattan si muove per sentirsi vivo.

Africa

Sarebbe bello lasciarti parlare per pagine e pagine, Giancarlo. Non mancheranno le occasioni, in futuro. Chiudiamo quest’elegia del deserto chiedendoti chi dei tuoi molti compagni di viaggio ricordi con piacere.
Ho avuto la fortuna di conoscere Yolanda Tschudi, che nell’inverno tra il Cinquanta e il Cinquantuno se n’è rimasta sola qualche mese a scoprire e a godere le pitture. Un mito! E poi
Henri Lhote, che ha continuato con più spedizioni sempre negli anni Cinquanta l’esplorazione del Tassili. Ho anche la fortuna di conoscere Massimo Foggini. Il nome può non dire molto, ma conoscerlo è stato bellissimo. E’ uno che viaggia da solo, con me e qualche volta a noi si unisce un suo amico e basta. Grande viaggiatore, ottimo compagno, colto e sensibile, che ama girare senza la folla, per godersi il deserto come si deve. Ancora: Alberto Salza, etnologo torinese che sa tutto del lago Turcana e dei suoi abitanti, Danil Fauchon, grandissimo fotografo francese e tanti altri ottimi fotografi e giornalisti che anche tu conosci. Professori d’Università e personaggi illustri dei Rally africani (Icx, Brasseur, Metge, Auriol e altri). Ma il “mito” viene dalla storia e dai libri: il Maggiore Bagnold dei Long Range Desert Group e il conte Almasy. E qui mi fermo.

Non dopo aver concluso con una curiosità, una battuta!
Ricordo un giorno d’aver chiesto a un mio “fratello” del Mali una bella frase, un proverbio saggio, per iniziare un mio scritto sul suo Paese. Mi rispose immediatamente: “ventre plein, négre content” (pancia piena, negro contento). ed era serissimo, nel dirlo. Il Mali, un’altra terra del deserto.

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