Lunedì 23 Settembre 2019 - Anno XVII
Não de Manila, la nave delle ricchezze

Não de Manila, la nave delle ricchezze

Cosa unisce il relitto del galeone “Nuestra Señora de la Concepciòn”, schiantatosi nel 1638 sulle scogliere coralline dell’isola di Saipan nel Pacifico, ai mobili laccati dei "Gabinetti Cinesi" di molti palazzi europei?

Tutto in mano ai mercanti cinesi

Antica cartina di Manila
Antica cartina di Manila

Dietro le quinte si muovevano i veri protagonisti, gli abilissimi cinesi del quartiere Parian chiamati “sangleys”, da “sang-li” (commercio) che si resero rapidamente indispensabili, controllando ogni attività di Manila.
I sangleys erano soprattutto inarrivabili nella capacità di raddoppiare la merce stivata in ogni fardo, con un sovrappeso che se era una manna per i commercianti, rappresentava spesso un pericolo mortale per la nave.
Quando il galeone, salutato dal suono a distesa delle campane e dalle salve di cannone, salpava verso l’entrata vera e propria del Pacifico (El Embocadero) chi era a bordo sapeva di essersi imbarcato in un viaggio in cui la morte, sempre in agguato, poteva facilmente trasformare la nave in una bara collettiva.
Come nel caso del San José, che fu trovato al largo di Acapulco carico solo di morti, o come le numerose navi perdute, più di quaranta, affondate nelle tempeste o abbordate da pirati europei e asiatici.

Viaggi pericolosi

I livelli del galeone
I livelli del galeone

Per millecinquecento pesos d’argento chiunque aveva diritto di imbarcarsi e tentare l’avventura. E con duecento ducati investiti nelle Filippine se ne potevano ricavare oltre duemilacinquecento in Messico, a patto di sopravvivere a tempeste, tifoni e malattie.
Per molti mesi il galeone diventava un microcosmo di trecento persone costrette a convivere schiacciate una sull’altra: ufficiali, fanti di marina, un equipaggio poliglotta di spagnoli, filippini, malesi e cinesi e un universo di passeggeri che rappresentava uno spaccato della società coloniale spagnola; nobili e missionari, suore e nobildonne, fino ai “reos”, i carcerati tenuti in catene nelle sentine.
I documenti di queste navi, conservati nell’Archivo de Indias, elencano il numero delle gallette e le tempeste incontrate, ma difficilmente rendono l’atmosfera che si respirava a bordo.
Sono molto più eloquenti testimonianze come quella raccontata nel “Giro del mondo” dell’italiano Francesco Gemelli Carreri, che fece la traversata nel 1696: “La nave è piena di bisce e vermi, che gli spagnoli chiamano “gorgojos” e nascono nelle gallette, crescono tanto rapidamente che in poco tempo non solo girano tra le cabine, i letti e i piatti, ma si attaccano al corpo. Abbondano le mosche, che cadono nella minestra e nella quale nuotano vermi di ogni tipo, mentre nella zuppa di pesce nuotano bisce, e non si sa se sia carne o pesce”.

Dopo mesi di mare, l’America

Forte San Diego
Forte San Diego

Mentre la traversata continuava in mezzo a una distesa liquida senza fine, in una sequela di giornate sempre uguali a sé stesse, equipaggio e viaggiatori cercavano disperatamente i segni dell’avvicinarsi della terraferma, qualche ramo trascinato dalle correnti o la presenza di uccelli.
Poi appariva il primo lembo del continente americano, Cabo Mendocino, e da quel momento la navigazione proseguiva lungo la costa fino a Cabo San Lucas in Baja California, nato proprio come indispensabile punto di approvvigionamento d’acqua dolce prima dell’ultimo balzo verso le coste del Messico.
Quando la nave arrivava nella baia di Acapulco, le stive venivano svuotate e la grande spiaggia, protetta dai cannoni del Forte di San Diego, si trasformava in un immensa fiera dove le merci erano mostrate ai mercanti che arrivavano da Città del Messico o dal lontano Perù.
Carovane di muli si inerpicavano lungo la “strada di Cina” attraverso le aspre montagne della Sierra Madre, trasportando le merci più preziose fino a Taxco e Città del Messico. Qui alcuni pezzi venivano comprati dalla ricca borghesia creola, come testimonia la fontana della “Casa del Risco” letteralmente intarsiata di vasellame cinese; il resto veniva imbarcato a Veracruz e spedito in Spagna.

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