Sabato 10 Dicembre 2022 - Anno XX
Mongolia, figli di un Lupo Azzurro

Mongolia, figli di un Lupo Azzurro

Con Gengis Khan i mongoli hanno dominato mezzo mondo e la temuta capitale di allora, Karakorum, oggi è poco più che un villaggio. Tra i pastori nomadi che costituiscono ancora la maggior parte della popolazione, la vita è rimasta come nel Medio Evo

Terra di nomadi perenni

Ger, le tende bianche a pianta circolare
Ger, le tende bianche a pianta circolare

Risposta onnicomprensiva: quasi tutto sta alla periferia della città moderna, inglobato nell’Erdene Zuu, un complesso di quattordici templi buddhisti che ricicla appunto le macerie di Karakorum. Proprio così: macerie. Infatti la potente capitale dei khan, incubo del resto del mondo, ebbe vita e gloria breve: nel 1388, appena centosessantun  anni dopo la morte di Temujin, fu rasa al suolo da invasori provenienti dalla Manciuria. E i mongoli tornarono a essere ciò che erano sempre stati: pastori nomadi, ricchi di mandrie e villaggi di tende, ma privi di vere città.
Da allora a oggi poco è cambiato. Infatti la vera Mongolia non è a Karkhorin. E tanto meno è a Ulaan Baatar, la confusa capitale moderna, dove si concentra quasi un milione di persone, circa un terzo della popolazione del Paese. La vera Mongolia, unico Stato al mondo dove i nomadi sono tuttora in maggioranza (poco meno di due terzi degli abitanti) si vede meglio nella valle che fu del lupo azzurro, traboccante di cavalli bradi e punteggiata di “ger”, le tipiche tende candide a pianta circolare, con “muri” di feltro e “pavimenti” di stuoie.

Le descrizioni di Rubruck

Popolo di viaggiatori
Popolo di viaggiatori

Lassù, dal Medio Evo a oggi, è cambiato così poco che la miglior guida per viaggiare fuori da Karkhorin e da Ulaan Baatar resta tuttora il diario di viaggio scritto settecentocinquantanni fa da Guglielmo di Rubruck. In quel testo c’è, per esempio, una puntuale descrizione delle ger: “I mongoli – scriveva il nostro frate – pongono la casa in cui dormono su una base circolare costruita con rami intrecciati fra loro”. E più avanti: “Coprono la casa con panno bianco, che spesso impregnano di calce, terra bianca o polvere d’osso, perché sia ancor più bianco”.
Anche l’allevamento brado, principale risorsa economica dei nomadi, è rimasto tale e quale: “Mi stupivo della grande quantità di mandrie di buoi e di cavalli e di greggi di pecore – annotava frate Guglielmo – Tuttavia vedevo pochi uomini che governavano queste mandrie”. Unico dettaglio impreciso: in realtà i “buoi” erano (e sono) gli yak, arruffati bovini dall’aspetto grintoso ma dal carattere timido, che popolano i prati di montagna. Il resto è tutto esatto: a volte in Mongolia si viaggia per giorni interi vedendo più bestiame brado che uomini.
Persino cibi e bevande sono immutati dai tempi di Guglielmo. Tra i primi spiccano i latticini, in particolare l’ “aarul”, un formaggio ottenuto “facendo inacidire e diventare più acre possibile il latte che resta dopo aver fatto il burro”; e poi “seccandolo al sole finché diventa duro come il ferro”. Quanto alle bevande, la più comune era ed è il latte di giumenta fermentato, alias “comos”, che “pizzica la lingua come il vino di acini acerbi”. In una tenda, aarul e comos sono tuttora le prime offerte di benvenuto dei padroni di casa agli ospiti.

Natura integra

Giro solitario nelle steppe
Giro solitario nelle steppe

Ancor più immutati delle ger e del comos sono i paesaggi che fanno da sfondo alla vita dei pronipoti del lupo azzurro. La scarsa densità umana, l’assenza quasi totale di agricoltura (e tanto più di industria) ha fatto sì che la natura mongola sia tra le meglio conservate del pianeta. E tra le più varie: da sud a nord si passa dalle dune del Gobi a sterminate praterie trapunte di anemoni (in basso) e stelle alpine (in quota) sino a fitte foreste simil-siberiane. A ovest, poi, si elevano gli Altai, monti di oltre quattromila metri, coperti da nevi perenni.
In ognuno di questi settori i birdwatchers e in generale gli appassionati di natura trovano pane per i loro denti: soprattutto nella fascia centrale, tutta steppe e praterie, dove razzolano otarde, atterrano gru e volteggiano rapaci, numerosi come i piccioni in piazza San Marco. Osservare gli uccelli è gioco facile; più raro è avvistare mammiferi di grossa taglia, carnivori compresi (orsi a sud, lupi più a nord, leopardi delle nevi sugli Altai) che ci sono davvero, ma se ne stanno ben nascosti, lontani dall’uomo, predatore talvolta pericoloso.

© RIPRODUZIONE RISERVATA