Martedì 31 Gennaio 2023 - Anno XX
Storia di una valigia abbandonata

Storia di una valigia abbandonata

Una vita di lavoro e di viaggi spesa in compagnia di una fedele amica: la valigia. Ma non una valigia qualunque, bensì proprio quella identificata da una marca e da un colore, riempita e svuotata migliaia di volte in ogni angolo della terra. Finché arriva, ineluttabile, il giorno dell’addio

LStoria di una valigia 4’inserviente, che si sentì responsabile nonostante non avesse alcuna colpa, cercò di risistemare le punte in ferro negli appositi alloggiamenti (capii lì com’era fatta una maniglia di valigia: un pezzo di ferro molto rigido, sagomato, ricoperto di gomma per l’impugnatura, e due punte scoperte, in ferro appunto, inserite in due buchi opposti nei quali ruotano). La valigia era talmente pesante che il ferro si era deformato, il dorso si era incurvato e le due punte erano uscite. Con uno sforzo che a me parve sovrumano, l’uomo riuscì a ri-spingere dentro i mozzi, e la valigia riprese fiato. Ricordo che rimasi imbarazzato per la mancia, o non avevo più dollari o ne avevo uno solo. Sono tuttora certo che lui, giustamente, si aspettasse di più. Ci fu una curiosa appendice a quel viaggio. A Malpensa la Samsonite arrivò perfetta, la valigia cinese senza la maniglia: che scambio di sorte! Riuscii a guadagnare casa trascinandola per il maniglione laterale, feci denuncia all’aeroporto e quasi subito gli uffici dell’Alitalia me la rimborsarono, cash, sulla parola. Di essa non ricordo più nulla.

Storia di una valigia 2Da un continente all’altro, semper vigilans! – Da quel giorno la maniglia della Samsonite rimase sempre leggermente asimmetrica, frutto di quella deformazione newyorkese. Ma funzionava. Qualche tempo dopo, ricordo, con qualche buona martellata la raddrizzai un po’. Il segreto, comunque, era ovviamente quello di non esagerare con il peso. E infatti la valigia, che continuò a viaggiare indefessamente con me o senza di me (poi dirò), non diede più segnali di affaticamento, salvo degli innocui cigolii delle ruote, che con i loro acuti rallegravano (per dire) saloni e passaggi degli aeroporti, hall e corridoi degli alberghi, marciapiedi e attraversamenti di strade, come fossero cinguettii di un uccello migratore. Poi, un giorno del 2008 accadde di nuovo. In un aeroporto indiano, credo Jaipur, valigia e maniglia arrivarono spaiate; quest’ultima era uscita di nuovo dalla propria sede, ma per fortuna non era andata persa. Quasi un segno del destino. L’accompagnatore del viaggio si fece interprete del danno presso l’aeroporto e l’accordo fu che avrei vuotato la valigia in albergo, l’avrei rimandata allo scalo e lì avrebbero deciso se ripararla o sostituirla. Dissi subito che avrei preferito venisse riparata. E così fu: 24 ore dopo la mia vecchia Samsonite Saturn, ormai ventottenne, mi fu recapitata in camera. La maniglia era un po’ storta, come a New York, ma resisteva. E per tutto il viaggio non diede noie, nonostante l’India sia un luogo di acquisti smodati.

Storia di una valigia abbandonata

Piacenza, ultima speranza – Insomma, arrivai a Milano con la Samsonite senza maniglia. Cominciai a telefonare a qualche riparatore: ma tutti i magazzini, tutti i negozi, lo stesso concessionario ufficiale della marca americana, tutti gli artigiani interpellati anche fuori città, tutti i possibili risolutori del problema trovati su Internet, mi diedero la stessa risposta: valigia troppo vecchia, nessun pezzo di ricambio reperibile per il modello Saturn. Uno soltanto, credo a Piacenza, disse di avere un manico in magazzino, ma non nero, rosso. Quando poi, però – rassegnato al colore: e questa era una grande prova d’affetto – lo risentii per organizzare la consegna, disse che si era sbagliato. Insomma, questa volta la valigia sembrava condannata. Le ero sentimentalmente legato, dopo tanti anni, e vederla finire così mi addolorava. Dovevo pensare a una fine gloriosa. E misi a punto un progetto.

Storia di una valigia bagagli-aeroportoLe “mani” di Marino – “Vado a Roma con il Frecciarossa – mi dissi – con la valigia senza manico, vuota. Le regalo l’ultimo viaggio. Poi la lascio in treno e me ne vado, o la abbandono in stazione, vicino a un bar, come se fosse dimenticata. Qualcuno l’aprirà e farò trovare all’interno, in una busta, la sua storia, dall’acquisto in poi, e il caso bizzarro di una valigia anonima, vuota, abbandonata a Termini con una lettera d’addio potrà magari finire sui giornali come un piccolo frammento di vita urbana”. Raccontai del mio progetto a un amico, Claudio, il quale, forse meno romantico ma certamente più lucido di me, mi disse: “Bravo: così chiamano gli artificieri e ti denunciano per procurato allarme. Le stazioni sono piene di telecamere, non puoi farla franca”. Abbandonai il proposito. Poi, rientrato a Milano, arrivò un invito a un viaggio di lavoro in Cina, credo nel deserto del Gobi. Mi dissi: è l’occasione giusta; cerco di rimediare una maniglia provvisoria, parto con la Samsonite e poi mi compro una valigia nuova a Pechino o a Shanghai (dove, va detto, questo genere di oggetti costa tra un decimo e un ventesimo dei prezzi italiani). Interpellai proprio Marino, il pensionato tuttofare che un giorno, sorridendo, si era autodefinito così: “Se fossi nato nel Quattrocento sarei stato Leonardo da Vinci”. Iperboli a parte, non aveva tutti i torti. Il giorno dopo mi riportò la mia Samsonite del 1980 con una maniglia nuova, perfetta, un gioiello. Come ha fatto? gli chiesi. “Ho smontato una vecchia 24 ore che non mi serviva più, ho svitato gli alloggiamenti dall’interno ed è stato un gioco da ragazzi risistemare il tutto”.

Questo è Marino, capace con la cose e onesto con le persone. Solo che ora mi si poneva un imbarazzo: come facevo a liberarmi in Cina di una valigia recuperata alle sue funzioni? E infatti partii e tornai con essa. Dopo quel viaggio la usai ancora più volte, dovrei pensarci bene quante, ma sicuramente l’ultimo è stato alle Maldive, un mese fa. La Samsonite funzionava benissimo per i viaggi di 4, 5, 6, 7 giorni; per quelli più brevi sono più comode borse o trolley, per quelli più lunghi c’è la Delsey colossale. Ogni volta che la usavo era, in fondo, un tuffo nel passato, era ormai una valigia piena di ricordi. Ma ogni volta, chiudendo le serrature e mettendo la chiave nel portafogli per non perderla (il portachiavi era da trent’anni una medaglietta dell’Ucid, unione di imprenditori cattolici, con la piazza di Udine sul verso), mi dicevo che aveva fatto il suo tempo, che avere la chiave e rischiare di perderla era un’inutile cosa superata dai tempi.

Storia di una valigia Mosca-San-PietroburgoStoria di una valigia “around the world” – La Samsonite, in quel settembre del 1980, fu un acquisto formidabile: e non lo dico solo ora, per riconoscere 33 anni di onorato servizio. Fu formidabile perché aveva le ruote. Nessuna valigia all’epoca aveva le ruote, o quasi. Quando l’acquistai – 120 mila lire dell’epoca, un’enormità, in un negozio di Udine gestito da una coppia di conoscenti commercianti-furbacchioni – sentii delle resistenze dentro di me; era un po’ come se mi vergognassi di una valigia con le ruote, mi sembrava un’esibizione più che una funzione. Eppure, mi ricredetti nei giorni successivi. Partii, con la Samsonite fiammante, per Mosca fino a San Pietroburgo via Jaroslavl-Novgorod. Viaggi interni in treno, banchine di stazione lunghissime, interminabili, tutti i compagni di viaggio con le mani spaccate dalla fatica e io fresco come una rosa. Credo di essere stato raramente invidiato tanto. Da lì cominciò una serie di viaggi molto intensa. Irlanda, in quello stesso 1980, poi Londra, Parigi, Marocco (1984, fu il viaggio di stacco tra Udine e Milano, dove mi trasferii per lavorare al Giornale), poi via via Stati Uniti, tante altre volte a Parigi, e poi Praga, Varsavia, e, più in là, Vietnam, Cina, India, Armenia, Turchia, e poi Finlandia, Svezia, Kenya, Messico, Salvador, Honduras, i primi viaggi a Cuba (nei successivi passai alla Delsey gigante perché c’erano sempre regali da portare), Bermuda (fu l’unica valigia del gruppo a non essere smarrita da British Airways: delle colleghe piansero lacrime compassionevoli, private dei loro abitini), Barbados, Antigua, Curacao, e ancora Brasile, Argentina, Cile, la Terra del Fuoco.

Storia di una valigia abbandonata

Ho visitato un centinaio di Paesi, in tanti sono stato più volte, e nella maggior parte dei viaggi mi ha fedelmente seguito lei: amiche, fidanzate, compagne, mogli cambiavano, lei c’era sempre. E tanti viaggi Udine-Milano, Milano-Udine, Udine-Milano in treno. Ha girato più di me, dicevo prima, perché in un viaggio in Messico, nel 1989, non arrivò a destinazione e fu rintracciata, dopo qualche giorno, a Düsseldorf, dove avevamo fatto scalo. Dissi di trattenerla lì, l’avrei ripresa al ritorno, tanto magliette, pantaloni, costume da bagno e biancheria li avevo già ricomprati. Ma a Düsseldorf, al ritorno, si scoprì che l’avevano spedita a Cancun, dov’era arrivata dopo la nostra partenza. La davo per perduta: invece arrivò a casa, in via Correggio, venti giorni dopo, e credo che da qualche parte ci sia ancora una foto scattata da Alessandra che ritrae il mio abbraccio alla valigia ricomparsa e ritrovata. Da Düsseldorf era stata mandata a Cancun, per raggiungermi, e da qui a Città del Messico, a New York e, finalmente, a Milano. E’ curioso pensare a un viaggiatore e a una valigia che si rincorrono per il mondo e che si ricongiungono a casa, al ritorno da luoghi diversi, come una coppia indipendente. Arrivò con le serrature aperte ma dentro non mancava nulla.
Pensierino della sera… – Adesso che ho scritto tutto questo sento una stretta di pentimento. La valigia nuova è leggera, corre via senza sforzo, ha il soffietto che le permette di ingrandirsi, si chiude con la combinazione… Ma davvero è stato sensato abbandonare la mia vecchia Samsonite Saturn 1980, compagna di tanti viaggi e quasi pezzo di me stesso? O è stato un gesto scellerato?

torna a pagina 1

Leggi anche:

Armenia. Se la conosci, Non la eviti

Siglufjörður e le aringhe: storie di vita e di pesca

Tolosa: piccola metropoli a misura d’uomo

© RIPRODUZIONE RISERVATA