Venerdì 18 Giugno 2021 - Anno XIX
Egitto, il deserto bianco (ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Egitto, il deserto bianco (ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il Deserto: un oceano di sabbia dai fantasmagorici colori

Il grande mare di sabbia che unisce Libia ed Egitto non conosce i confini dell’uomo. Sogni e avventure si consumano tra le sue dune. Il deserto ti disorienta e ti imprigiona. Rispetta solo chi conosce la luce delle stelle e sa ascoltare la musica dei suoi mille granelli.

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Deserto bianco (ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

“Dio ha creato una terra con l’acqua perché gli uomini potessero vivere; poi un’altra terra senza acqua perché gli uomini avessero sete; infine un’ultima terra sterminata con e senza l’acqua, perché gli uomini trovassero l’anima. Era il deserto”, parole di un vecchio Tuareg. Forse perché Dio, anche quello degli uomini bleu, crea nel nulla.

Questo mare immenso di sabbia spacca la grande Madre Africa: insieme di culture, tradizioni, etnie. Il deserto è ispirazione di sogni e avventure per i bianchi. Spesso è anche dannazione per tanti popoli indigenti, travolti dal suo avanzare implacabile. È anche sanguinario, inconsapevole complice dei mercanti di nuovi schiavi, perché uccide chi lo attraversa in cerca di una vita migliore.
La sua bellezza, non semplice da immaginare, ti porta dal Marocco al canale di Suez, passando con le ultime leggendarie carovane del sale dal grande Erg, dall’Hoggar fino al Great Sand Sea.

Il deserto le oasi e le sua gente

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Il deserto giallo (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il grande mare di sabbia che unisce Libia ed Egitto. Il deserto non conosce i confini dell’uomo. Li cancella con un colpo di vento o col continuo rimodellarsi delle dune. Mille granelli di sabbia che non conoscono divieti. Tutto è anima nel deserto e niente è fermo per sempre.

Lo sa molto bene la sua gente. Beduini e Berberi senza troppa stanzialità. Tuareg nel Sahara centrale, i misteriosi Tubu ad oriente e i Mauri ad ovest. E poi le grandi oasi. Tante in territorio egiziano. Siwa che lascia tornare alla libertà delle dune l’eterea argilla della città vecchia. Farafra e Bahariya, che confinano con i deserti nero e bianco. Luoghi che custodiscono la storia: il piccolo, ma preziosissimo, museo delle mummie d’oro. L’oasi di Al Kargha con la strada dei quaranta giorni. Nel XIX secolo, era la via della morte per gli schiavi. Trascinati lungo queste rotte dalla crudeltà.

Il deserto egiziano: bianco, giallo, nero

Deserto giallo in Egitto

Deserto (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il deserto occidentale egiziano si estende dalla fertile valle del Nilo fino alle coste del Mediterraneo e scavalca i confini di Libia e Sudan. Punteggiato dalle antiche oasi di sosta carovaniera. A nord, Siwa. A qualche centinaio di chilometri il vecchio villaggio fortificato, con la fortezza di Shali, fragile come un castello di sabbia che si sgretola al vento, scompare nel ricordo del passato con la tradizione dei matrimoni tra gli uomini. Gli Zaggalah, “portatori di bastoni”. Per combattere la solitudine di luoghi così aspri. Ma questa narrazione, negata perché considerata un peccato dalla tradizione islamica, svanisce come la sabbia che avvolge Siwa. Per i moderni carovanieri con i loro gipponi resta un punto di riferimento per avventurarsi verso il grande mare di sabbia.

Il Sahara Verde

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Il deserto bianco (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il luogo per osservare la vita degli abitanti sono le oasi. Il bananeto, le pozze dell’acqua, i carretti trainati ancora da asini che tra le nuvole di polvere si inoltrano nel nulla. Un nulla che non è sempre stato. Nel periodo del Sahara verde questa terra era una savana popolata dai grandi animali africani: leoni, giraffe, elefanti, forse rinoceronti. E poi scorrevano fiumi e la vita era possibile per le tribù locali.

Ritrovamento di fossili cetacei

Ritrovamento di fossili cetacei (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il ritrovamento di fossili, di grandi cetacei, di coralli ed altre creature marine, indica che circa tremilacinquecento anni fa, l’antico Mediterraneo, il mare della Tetide (Teti dea dell’acqua Omero la celebra nell’Iliade come una madre che dispensa l’acqua agli uomini), sommergeva quello che ora è il mare di dune. Ora detto Wadi Al Hitan, il luogo di uno dei misteri dell’evoluzione. Il deserto è in fondo un monito perenne di come la natura possa radicalmente cambiare il destino di un luogo e di chi lo abita.

Mare di sabbia sconfinato

Mare di sabbia sconfinato (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il popolo dei Faraoni lo considerava il regno della morte, di Seth, Dio del caos; lì seppelliva i propri morti, che giacevano, mummificandosi naturalmente, con lo sguardo rivolto al sorgere del sole. Quando si inizia il viaggio verso le dune dorate, mobili, sinuose, ci si accorge del fascino e della pericolosità di questo “nulla”. Attira, come una sirena, e induce ad addentrarsi sempre di più, come una maga Circe. Il deserto ti disorienta e ti imprigiona. Ostile, rispetta solo chi conosce la luce delle stelle e sa ascoltare la musica dei suoi mille granelli.

“Nessuno vive nel Sahara se può vivere altrove”

Il deserto nero

Il deserto nero (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Chatwin, nelle Vie dei Canti, disse: “Chi abita il deserto, deve sviluppare un portentoso senso dell’orientamento … comparare segni, il cammino dello scarabeo o l’incresparsi di una duna per sapere dove si trova, dove si trovano gli altri e così via”.
In poche parole, una vita difficile, di sacrificio che oggi sempre più i nomadi abbandonano. Dice un proverbio arabo “nessuno vive nel Sahara se può vivere altrove”.
Oggi il satellitare guida i nuovi esploratori ma se si guasta ti senti perso e il grande vuoto sovrasta.

La strada della morte

distesa di granelli di sabbia

Distesqa di granelli di sabbia (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Come doveva capitare a chi percorreva, ed è successo fino al XIX secolo, la strada dei quaranta giorni. Pista carovaniera di circa millesettecento chilometri che dal Dafur (Sudan) portava merci e schiavi fino alla valle del Nilo. “Darb Al Arbà In”, la strada della morte polverosa, come la chiamava l’inglese Murray, esperto geografo. Le marce della schiavitù si facevano nella torrida estate africana perché le perdite nel freddo inverno del deserto potevano essere più elevate. E così la sabbia dorata è ridiventata la tomba degli uomini ma ha anche cancellato questa via della morte.

Quadri di luce nel deserto nero

Quadri di luce nel deserto nero (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il Dio del caos gioca coi suoi infiniti grani di silice e pietoso nasconde la memoria del male. Così a  due passi dalla via della morte ormai svanita, si incontra Al Karga che, unica tra le oasi, ha lottato per avere una vita migliore, contro Mubarak. La sua necropoli cristiana tra le più antiche del mondo.
Il deserto non ha una fede. Raccoglie tutte le suppliche. Gente di ogni credo è venuta a morire nell’immenso vuoto. Verso il confine libico, la seconda guerra mondiale ha  lasciato ad El Alamein, gli imponenti memoriali e gli sterminati cimiteri di guerra, perimetrati da sabbia e acqua. Non potranno più tornare i tanti giovani, militi noti e ignoti. La sabbia copre i loro corpi ma non il ricordo che “mancò la fortuna non il valore”.

Verso il magico mondo del deserto bianco

Percorsi nel nulla

Percorsi nel nulla (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Si riprende la strada verso sud. Verso il “magico mondo” del deserto bianco. Centinaia di formazioni rocciose, modellate dal vento perenne e animate dalla fantasia di chi le guarda poggiano su di un tappeto d’oro di sabbia. Sembra di aprire uno scrigno prezioso. Trecento chilometri quadrati di pulcini che adorano funghi, sfingi profane, rapaci ed animali di tempi preistorici. E poi gli “inselberg”, monoliti che ricordano i deserti del Far West americano, e la Montagna di Cristallo: una colata di cristalli di quarzo luccicanti.

Deserto bianco

Deserto bianco (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Una montagna di mille e una notte. Tutto a pochi chilometri dall’oasi di Farafra, con la sua terra umida che cerca di dare vita alla  sabbia. Numerose sorgenti ristorano i viaggiatori che mai stanchi di dune, passano dalle meraviglie del deserto bianco a quello nero. Detto Sahra Suda, nasce dallo sgretolamento di catene montuose antichissime ed ha un aspetto inquietante, di mondi ostili e lontani. Forse il luogo adatto per il trono di Seth, Dio egizio del caos e della morte. Coni neri sparsi sulla sabbia come un gioco estivo di bimbi, lasciato a scomparire nella solitudine dei millenni. Forse l’ingresso dell’Ade.

L’ingresso nel regno della morte

deserto nero

Deserto nero (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Inseguendo i vortici imprevedibili degli infiniti granelli, noti solo agli ultimi carovanieri, forse l’ingresso del regno della morte è qui. Robert Burns nelle sue Elegie, ispirate dalla sua attività durante la seconda guerra mondiale in Cirenaica, nel nord di questo deserto, là dove i confini li traccia solo l’arroganza degli uomini, scrisse: “Ci sono molti morti nel deserto rozzo, che giacciono inquieti …  E ora dormono. Dormono qui il sonno della polvere”.

Come nella verde Bahari, piccola oasi che doveva celare per sempre le sue mummie dorate. Ricchi borghesi, coperti da maschere e sudari di puro oro zecchino, truccati da smalti e pietre preziose, a due passi dal tempio di Alessandro. Trovati da un umile asinello che inciampò in un buco e rese possibile onorare ed ammirare queste preziosissime mummie nel piccolo museo dell’oasi.

Perdersi e ritrovarsi

Perdersi e ritrovarsi

Perdersi e ritrovarsi (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Il deserto è in fondo la grande metafora del perdersi e del ritrovarsi. Come pensarlo un luogo vuoto e senza memoria, data la sua volubilità nel cambiare? Forse un po’ di deserto, per combattere quello dell’anima, potrebbe essere una terapia contro la noia dei nostri giorni. Qui il tempo è regolato ancora dal muoversi del sole e dalle stelle. Scompaiono confini, nascono leggende, memorie ancestrali e moderne, ma soprattutto si scruta l’orizzonte nell’attesa dell’altro, che spesso sei sempre tu.

Paesaggi ruvidi

Paesaggi ruvidi (Ph. Donatella Penati Murè© mondointasca.it)

Le parole di Antoine de Saint Exupery quando nel dicembre del 1935 si schiantò nel deserto con il suo piccolo aereo e dopo cinque giorni un beduino lo trovò, furono: “L’arabo semplicemente ci guardò. Mise le sue mani attorno alle nostre spalle … qui non ci sono razze, non ci sono lingue, non discordie … c’è questo povero nomade che ha messo le sue angeliche mani su di noi … tutti gli altri piaceri appaiono triviali per quelli che come noi hanno avuto la gioia di essere salvati nel Sahara”.
A futura memoria sulle lontane rotte di sabbia i poveri migranti. Speriamo che quel beduino possa ancora “abbracciare” chi si è perso in questo mare infinito di polvere per trovare i “paesi con l’acqua” che Dio ha creato per tutti.

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