Giovedì 18 Aprile 2024 - Anno XXII

Calanda, paese del “miracolo”

Virgen_del Pilar

In questa cittadina dell’Aragona meridionale, tra le dieci e le undici di sera del 29 marzo 1640, a un giovane contadino fu “riattaccata” la gamba destra, amputata due anni prima e sotterrata nel cimitero dell’ospedale di Saragozza

Basílica de Nuestra Señora del Pilar a Saragozza, Aragona
Basílica de Nuestra Señora del Pilar a Saragozza, Aragona

Fedeli e atei concorderanno che un miracolo non è cosa di tutti i giorni ed è comunque meno frequente della ben nota “morte di vescovo”. Non è pertanto sciocco e tanto meno irriverente se chi scrive di turismo ricorre a una vicenda rara e discussa, appunto un miracolo, per spingere il lettore a viaggiare.
L’occasione è fornita da un libro di Vittorio Messori, “Il Miracolo” (Rizzoli); una vicenda tanto intricata e intrigante da costringere l’autore a trasformarsi in infaticabile detective per compiere (precisa in copertina) una “accurata indagine sul più sconvolgente prodigio mariano”.

Miracolo, Miguel Juan Pellicer, miracolato “eroe”
Murale sul Miracolo dello Zoppo di Calanda di Ramón Stolz nella Basilica del Pilar
Murale sul Miracolo dello Zoppo di Calanda di Ramón Stolz nella Basilica del Pilar

Un miracolo “doc”, secondo le autorità ecclesiastiche, operato dalla Virgen del Pilar, la Madonna venerata nella basilica di Saragozza, patrona di Spagna e simbolo della fede inculcata dai Conquistadores agli Indios dopo la scoperta del Nuovo Continente. Ovviamente identico alla versione religiosa risultò il giudizio laico; un vero e proprio processo “civile” tenutosi nella capitale aragonese e conclusosi il 27 aprile 1641 con la (prevedibile) sentenza che la restituzione della gamba a Miguel Juan Pellicer “non fu un fatto di natura ma opera mirabile e miracolosa”. Aver definito ovvia l’assoluta identità di pensiero tra sacro e profano non stupisca più di tanto: era trascorso meno di un secolo dal Concilio di Trento; vigeva la Controriforma e a non pensarla come suggerivano il Papa e i Gesuiti (vedi quanto accadde più o meno negli stessi giorni a Galileo) si rischiava perlomeno un raffreddore.

A ogni buon conto la notizia della gamba riattaccata superò i Pirenei e destò molto interesse in tutta Europa, accresciuto dall’udienza accordata al miracolato dal re Filippo IV (quello di Velazquez), nell’Alcàzar (lo scomparso palazzo reale di Madrid) alla presenza dei rappresentanti delle grandi potenze europee.
L’incontro, raccontato in ben dettagliati “reportage” (notevole quello dell’ambasciatore della Serenissima Repubblica accreditato presso la corte di Spagna) culminò in un entusiasmante “coup de theatre”, con Filippo IV che scese dal trono, si inginocchiò e baciò la miracolata gamba del giovanotto aragonese (molto probabilmente incredulo, non meno che imbarazzato).

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L’austera Saragozza
Monegros, paesaggio lunare d'Aragona
Monegros, paesaggio lunare d’Aragona

Considerato che a un viaggio è sempre meglio affibbiare una motivazione, perché non compiere una trasferta (credente o agnostico che sia il partente) nella poco nota Aragona (almeno per i turisti italiani) per proseguire poi fino alla ancor più sconosciuta Calanda, per saperne di più su Miguel Juan Pellicer?
Chi viaggia in auto dall’Italia, superata la Catalogna, entra in Aragona attraversando i Monegros, un intrigante territorio dagli ondeggianti paesaggi lunari, immenso scenario del film “Jamòn, Jamòn” di Bigas Luna. Dove arriva l’acqua del vicino Ebro, lo sguardo si pone sul verde dei campi coltivati e degli alberi da frutta, ma appena l’irrigazione latita, prevalgono i bigi calanchi, le distese desertiche raramente interrotte da qualche filare di viti. A Saragozza, la romana “Caesar Augusta” sulle rive dell’Ebro, la principale attrazione, non solo religiosa, è costituita dalla imponente basilica del Pilàr, sulla cui piazza il 12 ottobre (dìa de la Hispanidad) o, nell’America Latina e ai tempi di Franco, “de la Raza” l’omaggio floreale alla Virgen raggiunge dimensioni monumentali.

La Alfajéria, palazzo arabo nel cuore di Saragozza
La Alfajéria, palazzo arabo nel cuore di Saragozza

Per piacevole pignoleria e in omaggio al personaggio che ha fornito il motivo per intraprendere il viaggio, si precisa che, prima di essere “miracolato” a Calanda, Miguel Juan Pellicer (già privo del citato arto inferiore, finito sotto un carro agricolo in terra valenciana) campò per un po’ di tempo chiedendo l’elemosina in una cappella della basilica (per l’esattezza quella “de Nuestra Señora de la Esperanza”. Non fantasticamente bella (anche perché i francesi di Napoleone, durante un cruento assedio, se non la rasero al suolo poco ci mancò) Saragozza, oltre alla naturale eleganza di una storica capitale di regione, un tempo possente regno, propone comunque qualche pregevole monumento: vedasi il bel palazzo arabo dell’Alfajéria, la Seo, cattedrale con le adiacenti le rovine romane e il palazzo della Lonja.

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Nella terra di Goya e di Pellicer
Calanda Zaragoza,Goya e cattedrale
Zaragoza, Goya e cattedrale

Salutata la Virgen del Pilar, si procede verso il sudest dell’Aragona, tra paesaggi sempre più verdi grazie all’assenza di calanchi e alla provvida acqua dell’Ebro, infaticabile costruttore del  non distante delta di ingresso nel Mediterraneo. Dopo circa mezz’ora di viaggio, messi da parte prodigi e miracoli, si compia una deviazione per motivazioni più terrene, artistiche e storiche. A Fuendetodos si visita la casa natale di Goya, sommo “aragonès”, il cui ritratto della famiglia di Carlo IV devastò l’istituto monarchico forse più della ghigliottina di Robespierre. Poco distante, a est, si medita a Belchite, cittadina distrutta in una feroce battaglia della Guerra Civile e in parte, a futuro monito, volutamente non ricostruita. Infine, percorsi poco più di cento chilometri da Saragozza (via Alcañiz, elegante la Plaza Mayor e maestoso il bel castello, oggi Parador; cenarvi o dormirvi ci fa sentire tutti un po’ feudatari) ecco Calanda (poco meno di tremila abitanti) per un sopralluogo certamente non trascendentale ma degno di essere compiuto. Per non tradire il “richiamo” che ha condotto in Aragona, si visiti con immediatezza la chiesa di “Nuestra Señora del Pilar”, costruita di fianco alla casa di Juan Miguel Pellicer: solo un muro separa il tempio dall’umile camera in cui avvenne il “milagro”. Ma non si sarebbe condotto il lettore fino a Calanda, importante insediamento romano, poi ricco centro commerciale durante la dominazione musulmana, solo per accennare alla povera dimora visitata dalla miracolosa Virgen del Pilar.

Olio e pesche, “miracoli” moderni
Melocotón de Calanda
Melocotón de Calanda

La cittadina, tremila e cinquecento abitanti, informa il solerte sindaco intervistato nel minuscolo e antico “ayuntamiento” (“municipio” degli inizi del Settecento) offre anche validi prodotti della terra (la cui irrigazione fu perfezionata dai geniali agricoltori arabi) e soprattutto folclore e aneddoti culturali. Nel proporre l’assaggio di un buon olio dal sapore fruttato, ancor più gradevole per un “sano” rapporto qualità-prezzo, all’oleificio La Calandina manifestano vanto per il recente affrancamento dalla proprietà italiana. Ben diverso dal prodigio goduto da Juan Miguel Pellicer, l’ormai lontano miracolo economico del Belpaese spinse tanti affaristi nostrani a investire capitali in Spagna, acquistando aziende a gogò. Svalutatasi la Lira per eccessivo edonismo nello Stivale e rimboccatisi le maniche a sud dei Pirenei, ecco le parti invertirsi, fortunatamente senza danni per le qualità organolettiche dell’olio calandino. Meno coinvolti del “virgen extra” nelle vicende economiche internazionali, i celeberrimi “melocotones tardìos”, gigantesche pesche autunnali avvolte sulla pianta in una carta traslucida e destinate alla conservazione nello sciroppo, l’arabizzante “almìbar”, portano il nome di Calanda in tutte le drogherie e i supermercati della Spagna, nonché nei ristoranti che per “post-dessert” servono le sostanziose pesche “Melba”.

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Festeggiamenti per la "Semana Santa" a Calanda
Festeggiamenti per la “Semana Santa” a Calanda

Non ritenendosi corretto che un viaggio alla scoperta dell’Aragona inizi ieraticamente con un misterioso prodigio religioso e termini con un “menu”, si è riservato il finale ai due fiori all’occhiello dell’appeal turistico di Calanda: la Semana Santa e il suo figlio più illustre, Luis Buñuel (1900). Le celebrazioni dei riti pasquali sono sinonimo di “tambores” (tamburi, e non mancano i “bombos”, le grancasse) di incessanti, rimbombanti suoni durante lo svolgimento di interminabili e faticosissime processioni (nel libro “Mì Ultimo Suspiro”, Buñuel descrive tamburi insanguinati al levar del sole).
Prima di venire a Calanda in tempo di Pasqua, suggeriva il grande regista agli amici (tra gli invitati più illustri Lorca, Dalì, Picasso “imparate a esprimervi a gesti: la parola non serve tra tanto assordanti tambores”.

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