Sabato 3 Dicembre 2022 - Anno XX
Mai gridare all’Orso

Mai gridare all’Orso

Reduci dal letargo invernale, i plantigradi si aggirano nei boschi in cerca di cibo. Sono una ventina, in parte di origine slovena, in parte nati nel Parco naturale Adamello-Brenta, dove un gruppo di studiosi sta tentando un difficile ripopolamento

orso Un orso nei boschi del Trentino (Foto: Proloco Spormaggiore)

Un orso nei boschi del Trentino (Foto: Proloco Spormaggiore)

C’era una volta, circa duecento anni fa, un pastore chiamato Briganela, che d’estate andava a pascolare le sue mucche a Patascoss, vicino a Madonna di Campiglio (che a quei tempi non era una famosa località sciistica del Trentino, ma solo un alpeggio isolato e selvaggio). Un giorno, mentre era in montagna con la mandria, il nostro vide uscire dal bosco un orso enorme. Si rifugiò su un masso, pregò la Madonna e cominciò a tirare pugni in testa all’animale. L’orso fuggì; Briganela riferì la sua avventura e diventò l’eroe della Val Rendena. Non passeranno alla storia come eroi, invece, i guardiacaccia svizzeri che un mese fa hanno ucciso un altro orso, che vagava nei boschi del Canton Grigioni. L’animale era chiamato in codice Jj3, che tradotto vuol dire “terzo figlio di Joze e Jurka”.
Anche lui, come l’avversario di Briganela, era nato in Trentino; anche lui aveva il vizio di avvicinarsi troppo agli uomini: proprio per questo le autorità locali l’hanno condannato. Nel 2006 in Baviera era accaduto lo stesso a un fratello di Jj3; Bruno, alias Jj1. I giornali hanno parlato molto di entrambi.

Orsi senza passaporto

orso Il gruppo del Brenta (Foto: Turismo Trentino)

Il gruppo del Brenta (Foto: Turismo Trentino)

Se in queste settimane di primavera andate a camminare nei boschi della Val Rendena, della Val Genova o della Val di Sole, certamente non vi succederà di fare a pugni come Briganela. Tanto meno vi capiterà di chiedere soccorso a guardiacaccia simil-svizzeri. Ma potrà capitarvi di trovare sulle residue chiazze di neve certe orme larghe e profonde, con unghie pronunciate. Non spaventatevi: non siete di fronte a un’invasione di Yeti; vuol dire solo che di lì è passato un orso bruno, in cerca di cibo dopo il digiuno del letargo invernale. Che sta accadendo sulle Alpi? Perché l’orso, già quasi estinto su tutta la catena, è tornato a far parlare di sé? Ancora: sono giustificati i timori che hanno portato in Svizzera e Germania (ma non in Italia e Austria) a ordinare sbrigative esecuzioni? Per capire, conviene fare un giro di ricognizione in Trentino, magari partendo da Patascoss, dove oggi ci sono più seconde case che abeti, ma dove il cemento ha risparmiato il “Sass de Briganela”, cioè il masso su cui due secoli fa si svolse l’unico incontro di pugilato fra un orso e un pastore. Precisiamo: che la storia dell’orso respinto a suon di pugni e preghiere sia vera, nessuno lo giura. Ma ai tempi di Briganela poteva riuscire credibile, perché allora fra il Brenta e l’Adamello gli orsi erano di casa: di solito stavano nascosti nei boschi, ma a volte ne uscivano per andare a prendere il miele dagli alveari (o pallettoni dai montanari). Col tempo, i pallettoni prevalsero sul miele e gli orsi si ridussero di numero fino a diventare invisibili fantasmi: nel 1970 in tutto il Trentino ne erano rimasti otto, nel 1980 sei, nel 1990 solo tre.

Alpi del Brenta, la prima “casa”

orso Un orso bruno in cerca di cibo (Foto: Proloco Spormaggiore)

Un orso bruno in cerca di cibo (Foto: Proloco Spormaggiore)

Nel frattempo, però, aveva cominciato a farsi strada l’idea che fra uomo e natura potesse esistere un rapporto meno antagonista. Il primo ad applicarla all’orso bruno delle Alpi fu tale Guido Castelli, naturalista trentino, che nel 1935 chiese che il Brenta, “locus classicus e ultimo rifugio della fiera”, fosse protetto. I danni causati dalle incursioni della “fiera”, in fondo, erano limitati e risarcibili; le aggressioni all’uomo inesistenti; per contro la mancanza di tutela minacciava di portare la specie all’estinzione locale entro pochi decenni. Da Madonna di Campiglio conviene ora spostarci a Concei, piccolo comune della Val di Ledro, all’estremo sud del Trentino, patria di un uomo-chiave per la sorte degli orsi: Graziano Daldoss, insegnante in pensione, vicesindaco del paese, che negli Anni Settanta studiò gli ultimi esemplari del Brenta, visse a stretto contatto con loro, poi scrisse un libro (“Sulle orme dell’orso”, ed. Temi) che fece rumore non solo fra gli addetti ai lavori; per la prima volta si descriveva il “fantasma dei boschi” sulla base di ripetuti incontri ravvicinati a tu per tu.

A tu per tu con l’uomo

orsoLe impronte lasciate da un orso sul monte Baldo (Foto: Carlo Frapporti/Servizio Foreste e Fauna)

Le impronte lasciate da un orso sul monte Baldo (Foto: C. Frapporti/Servizio Foreste e Fauna)

“Il mio primo incontro” ricorda Daldoss “fu sui monti di Spormaggiore. Ero chino a cercare orme e non pensavo che un orso fosse a due passi e mi stesse guardando. Sentii soffiare, mi voltai e lo vidi. Studiavo quell’animale già da due anni, ma solo indirettamente, sulla base di tracce. Vederlo mi provocò emozione, ma soprattutto curiosità. Anche l’orso mi sembrò incuriosito. Ci studiammo a lungo. Io mi avvicinai per scattare una foto, ma lui si mosse e ristabilì le distanze. La scena si ripeté più volte, poi lui fece due sbuffi e sparì”. Ed ecco la terza tappa del nostro giro di ricognizione: Spormaggiore e Sporminore, due paesi sul versante est del Brenta, a circa cinquecento metri di altezza. È (ma forse sarebbe meglio dire “fu”) qui che gli ultimi due orsi autoctoni del Trentino trovarono rifugio, a fine Novecento. Non pensate a luoghi isolati e selvaggi: la zona ha più frutteti che boschi. E la valletta dove la coppia viveva si dipana a due chilometri dalle case: percorsa da un torrentello semisecco (lo Sporeggio) anni fa era usata per una piccola discarica, dove gli orsi si nutrivano.

La calata degli Orsi sloveni

Parco Naturale Adamello Brenta (Foto: Alberto Aprili e Marzia Pin/Servizio Foreste e Fauna)

Parco Naturale Adamello Brenta (Foto: Al. Aprili e M. Pin/Servizio Foreste e Fauna)

Gli attuali plantigradi del Trentino, che dal Brenta si espandono in altre zone delle Alpi, non discendono da quella coppia di superstiti, ridotta a cibarsi malinconicamente di rifiuti. Idealmente, infatti, la loro patria d’origine è Strembo, quarta tappa del nostro tour: un paese della media Val Rendena, dove ha sede il Parco Naturale Adamello-Brenta, creato (tardivamente) nel 1988 per proteggere la natura della zona. Proprio lì, infatti, dodici anni fa nacque l’idea di ripopolare il Trentino con orsi catturati altrove, nei boschi della Slovenia. Il progetto, chiamato Life Ursus e finanziato dall’Ue, prese concretamente avvio nel 1999. Da allora nel Brenta sono stati liberati dieci esemplari sloveni. A ciascuno è stato dato un nome: Masun, Kirka, Daniza, Joze, Irma, Jurka, Vida, Gasper, Brenta e Maja. E, grazie a radiotrasmettitori applicati al collo di ogni orso, si è potuto seguirne poi gli spostamenti e la storia, compresi a volte anche accoppiamenti e parti. A coordinare l’operazione è stato un gruppo di studio del Parco, chiamato Grico e diretto dallo zoologo Andrea Mustoni.

Tutti in Trentino, meno qualche “vagabondo”

orso Nei boschi trentini (Foto: Proloco Spormaggiore)

Nei boschi trentini (Foto: Proloco Spormaggiore)

Va detto che non tutti i rilasci hanno avuto esito felice. Irma morì ben presto sotto una slavina. Vida si allontanò subito dalla patria adottiva e si diresse prima a est, poi a nord; oggi vive negli Alti Tauri, in Austria. Gasper prese a vagare alla periferia di Trento e ci volle del bello e del buono per convincerlo a rintanarsi nei boschi. Ancor più cocciuta fu Jurka, che si stabilì a ridosso di Madonna di Campiglio, avvicinando senza timore gitanti e sciatori; alla fine fu ricatturata e ora vive in cattività al Monastero di San Romedio, in Val di Non.
Gli altri orsi, però, trovarono di loro gradimento i boschi trentini, si divisero il territorio e cominciarono a riprodursi. Così oggi fra Brenta e dintorni gli esemplari in libertà sono diventati una ventina. E dal Brenta i figli dei dieci “capostipiti” hanno cominciato a espandersi in altre zone alpine: uno è finito nel Bresciano, due in Svizzera, uno (il famoso Jj1) addirittura in Baviera. Nessuno di loro ha mai aggredito persone. E solo i figli di Jurka, l’orsa senza paura di Madonna di Campiglio, hanno creato timori perché troppo confidenti con l’uomo.

Per una buona convivenza: “informazione”

Panorama delle aree del Brenta (Foto: C. Frapporti/Archivio Servizio Foreste e Fauna)

Panorama delle aree del Brenta (Foto: C. Frapporti/Archivio Servizio Foreste e Fauna)

Purtroppo però l’“invasione” ha trovato in Svizzera e in Germania popolazioni impreparate ad accettarla. Ciò non è accaduto in Austria, dove l’arrivo di Jurka era stato preceduto dal rilascio di altri venticinque esemplari, nell’ambito di un progetto simile al Life Ursus di casa nostra. Non è successo neanche in Italia, dove le prime reintroduzioni erano state abbinate a una capillare campagna di informazione e da un sondaggio, che aveva evidenziato come la presenza di orsi in Trentino fosse percepito come un motivo di attrazione turistica. Ma gli svizzeri hanno ragione? Cioè: l’orso può davvero essere pericoloso? “Nelle zone d’Italia dove la specie è presente, non si ricorda un solo attacco a persone” sottolinea Andrea Mustoni, il direttore del Grico “L’orso può fare danni al patrimonio zootecnico, niente di più”. “Qualche danno al bestiame va messo nel conto e risarcito” aggiunge Marko Jonozovic, il dirigente forestale che ha collaborato con gli italiani per il “trasloco” degli orsi  “Il problema è che la gente non è più abituata ai carnivori selvatici e si allarma troppo”.

Spormaggiore e le sue Orse

Orsetti (Foto: Turismo Trentino)
Orsetti (Foto: Turismo Trentino)

Chi in Trentino vuol vedere degli orsi bruni in ambiente quasi naturale, più che nei boschi li può trovare a Spormaggiore (a venticinque chilometri da Trento) dove nel 1994 è stato creato un recinto di settemila metri quadrati in cui sono stati collocati tre esemplari nati in cattività, che sarebbe stato pericoloso lasciare liberi perché troppo abituati alla vicinanza dell’uomo. Si tratta di tre femmine, chiamate rispettivamente Bal, Cleo e Cora. Realizzato dal Comune di Spormaggiore e dalla Provincia autonoma di Trento, il recinto comprende quattro tane artificiali, dove gli animali si coricano durante il letargo invernale.
Orario: 8 giugno-30 settembre, dalle 9,30 alle 18,30. Informazioni: telefono 0461 653637, cellulare 340 5759535, sito:http://www.comune.spormaggiore.tn.it/
Presso il recinto, c’è un Centro visitatori del Parco Naturale Adamello-Brenta (telefono 0461 653622, www.pnab.it) che ricostruisce la storia degli orsi trentini e illustra il loro ruolo nell’ambiente naturale.

Anche l’Orso ha un santo in paradiso

Foto: Proloco Spormaggiore
Foto: Proloco Spormaggiore

Gli orsi del Trentino hanno un loro patrono: San Romedio, un eremita del X secolo, originario di Thaur, presso Innsbruck, che si ritirò a fare penitenza in Val di Non. Il legame del santo con gli orsi nasce da una leggenda. Si narra che un giorno l’eremita volesse andare in visita al vescovo di Trento e chiese quindi a un confratello più giovane di sellargli un cavallo. Ma dopo pochi minuti il frate tornò spaventatissimo, dicendo che il cavallo era stato divorato da un orso. Romedio rispose senza turbarsi: “Allora sellami l’orso”. L’altro obbedì senza fiatare e l’orso lasciò fare. Così il santo si presentò a Trento sulla sua strana cavalcatura e da allora fu venerato come patrono dei plantigradi. Sul luogo del suo eremo (a Sanzeno, a trentadue chilometri da Trento) oggi sorge un famoso santuario, formato da cinque chiese sovrapposte: la più antica è dell’anno 1000, la più recente del 1918.
Orario visite: luglio-agosto, mercoledì, dalle 9,30 alle 16,30; settembre, martedì, dalle  9,30 alle 12. Per altre informazioni: Apt Val di Non,

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