
Il soggiorno di Garibaldi a Rio doveva durare poco: appena fosse aumentata la tensione politica in Europa il nizzardo sarebbe tornato in Italia a lottare per la libertà. Ma la reazione dell’assolutismo decisa dal Congresso di Vienna era (per usare un vecchio linguaggio politico) ‘in agguato’ e di libertà e indipendenza del Belpaese meglio non parlarne. A Garibaldi non restò quindi che trasformare in una sorta di bottega galleggiante una piccola nave, battezzata ‘Mazzini’ e acquistata per riportare gli esuli in patria. Su una costa del Brasile già popolata, Rio contava 140.000 abitanti, il futuro Eroe dei due mondi sbarcò il lunario comprando e rivendendo farina, frutta, miglio, distillati; facendo cabotaggio, tra Cabo Frio e Campos.
Ma i pochi guadagni dovuti alla difficile navigazione in un dedalo di isole, all’inesperienza e, scrisse nelle sue Memorie, alla “gente niente meno che ladra”, acuirono in Garibaldi la voglia di lasciare Rio. Un desiderio divenuto realtà in circostanze quantomeno bizzarre, visto che anche in quell’angolo del sud America c’era da menare le mani nel nome della libertà.
Un naviglio buono per le merci e le battaglie

L’imperatore Pedro II regnava da despota nell’immenso Brasile, otto milioni e mezzo di chilometri quadrati, terre vergini, foreste amazzoniche, pochi gli insediamenti urbani, in maggioranza lungo le spiagge atlantiche, con il risultato che le enormi distanze e la politica accentratrice del monarca generarono aneliti di autonomia e indipendenza. Fu il caso del Rio Grande do Sul, una terra vasto quanto l’Italia, all’estremo sud del Paese, al confine con l’Uruguay e l’Argentina (da poco indipendenti dall’impero spagnolo e a loro volta impegnate in guerre civili tra Caudillos o a respingere i tentativi di conquista dei brasiliani). Nel settembre del 1836 i ‘liberali’ Farropos (straccioni), in lotta contro i ‘conservatori’ Camelos, proclamando l’indipendenza della Republica Rio-grandense si misero guerra con Rio de Janeiro, un conflitto combattibile a terra grazie ai leggendari Gaùchos, ma tutto da inventare sul mare. Ci pensò Garibaldi, che, coronando il sogno di combattere una Guerra di Corsa, nel maggio del 1837 ricevette una ‘regolare’ Patente con tanto di emblema della neonata repubblica. Con il risultato che la “Mazzini” – acquistata per condurre i rivoluzionari in Italia, poi destinata al trasporto merci e infine autorizzata “a incrociare per mari e fiumi attaccando navi mercantili e da guerra del Governo del Brasile” – finisce per diventare ‘nave corsara’.
Il “Capitao-Tenente” incontra Anita

Ma il futuro Duce dei Mille oltre a qualche isolato arrembaggio doveva anche allestire una ‘Marinha de Guerra’, senza navi e su un litorale in cui mancavano pure porti e protezioni naturali. Basta percorrere la strada che conduce lo stato del Santa Catarina all’Uruguay per notare l’assenza di posti protetti in cui ancorare, solo piatte spiagge infinite. Conferitogli il comando con il grado di ‘Capitao-Tenente’, Garibaldi combatte, compie grandi azioni da ‘commando’ (un Chè Guevara, anzi molto di più, ante litteram?). E gli imperiali non passano. Le gesta di Garibaldi nel Brasile ribelle si protrassero fino al 1841, ardimentose non meno che romantiche. Ferito, fugge dalla prigione uruguaiana di Maldonado e torna nel Rio Grande, montando per la prima volta a cavallo, dopo una cavalcata di 500 chilometri ‘ventre a terra’, grazie all’ “escotero” (usanza ‘gaùcha’, la sostituzione di un cavallo stanco con uno fresco). Nella immensa Lagoa dos Patos, Laguna delle Anatre (250 chilometri lungo la costa atlantica) combatte tante battaglie, indossa già la camicia rossa. Fin quando, il 27 luglio 1839, a Laguna, porto del Santa Catarina, il trentaduenne “Josè” incontra la diciottenne Anita. Inizia un mito, una Love Story, che in Brasile, alcuni anni fa, divenne ovvia preda della televisione (a lungo furoreggiò la telenovela ‘A Casa Das Sete Mulheres’, con i Garibaldis co-protagonisti in un filmato dedicato alle vicende rivoluzionarie).
Che donna, l’Eroina dei Due Mondi!

Ecco l’antefatto, la nascita del leggendario amore (e così fu per davvero, almeno secondo una delle tante versioni storiche, ma questa è quantomeno la più suggestiva). Bello, capelli e barba rossiccio-nazzareno, dal cassero di una lancia “Josè” avvista Ana Maria Ribeiro da Silva de Jesus, le domanda come si chiama, lei risponde Anita, lui chiede un po’ d’acqua, lei gliela porge e a quel punto Garibaldi la fissa negli occhi e proclama: “Tu tens que ser minha” (Tu devi essere mia). A tanta fulminante, reciproca passione, seguirono due anni di avventure belliche a dir poco inaudite. Un paio delle più impossibili? Durante uno scontro Anita monta la guardia alle munizioni, fatta prigioniera sente dire che Josè è rimasto ucciso, ne cerca il corpo sul campo di battaglia e non trovandolo deduce che è vivo, ruba un cavallo e dopo quattro giorni di fuga raggiunge il suo uomo. Sempre a cavallo, fedele amico della gente ‘gaùcha’, l’Eroina dei Due Mondi sfugge a un’imboscata portando in salvo l’appena partorito Menotti, legato alla sella come una bisaccia del pony-express. (fine seconda puntata)
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