Sabato 20 Luglio 2024 - Anno XXII

Salonicco Sefardita. Dove si parlava più spagnolo che greco

Salonicco Torre bianca

Tutto cominciò con l’espulsione degli ebrei dalla Spagna, il 31 marzo 1492. Un anno davvero importante nelle vicende del mondo: il 2 gennaio i Reyes Catolicos conquistavano Granata, ponendo fine a quasi 800 anni di presenza araba in Europa; il 12 ottobre Cristoforo Colombo, scoprendo l’America, dava inizio al cosiddetto Evo Moderno

Salonicco, oggi
Salonicco, oggi

L’espulsione dei Judìos dalla Sefarad (la “Spagna” in ebraico e Sefarditi gli israeliti della diaspora, in greco “dispersione”) da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, non fu certo dovuta a motivi religiosi (come non lo fu nei secoli precedenti in Francia e in Inghilterra). Se solo fosse esistita la lamentata sleale concorrenza nell’acquisizione di anime, perpetrata da quelli che la Chiesa fino pochi anni fa chiamò “i perfidi giudei”, a contrastarla sarebbe ampiamente bastata l’Inquisizione del burbero Torquemada. No. Come (quasi) sempre accade nelle umane vicende, il movente era costituito dall’esecranda fame dell’oro, i “danée”.

I regni unificati di Castiglia (Isabella) e Aragona (Ferdinando) erano infatti alla canna del gas (strozzati da quei raffinati usurai che furono i banchieri genovesi, financo capaci, pochi anni dopo, di sequestrare per un ritardato pagamento l’argenteria dell’imperatore Carlo V, per certo l’uomo più potente del mondo). Prova ne sia che per complicare la monetizzazione di beni e proprietà che gli espulsi dovevano abbandonare, i Reyes Catolicos concessero solo quattro mesi per fare fagotto: entro fine luglio tutti ‘raus’, via.

Approdo fra i Turchi; duri ma tolleranti

Una Torah conservata all'interno del museo
Una Torah conservata all’interno del museo

Un posto giusto in cui andare a vivere, l’impero Ottomano, pensarono gli ebrei spagnoli cacciati su due piedi dai Reyes e da Torquemada. E così fu. Ne scaturì una migrazione che oltre a distinguersi per motivi storici e religiosi si segnala soprattutto per una singolare, importante vicenda linguistica. Trasferiti nell’impero Ottomano, i Sefarditi, sia per la massiccia presenza, sia per l’attaccamento alle tradizioni, continuarono a parlare l’antico spagnolo-castellano, il ladino (o giudeo-spagnolo o judezmo), un fenomeno che ha interessato filologi e cultori del folclore (esistono cd di canti in questo idioma e ricettari di cucina). Curioso il caso del professor Angel Pulido Fernandez che decise di dedicarsi allo studio della diaspora nel sudest Europa dopo un viaggio da Vienna a Budapest, a fine ‘800, durante il quale colloquiò a lungo senza problemi con quattro sefarditi provenienti dall’impero Turco, felici di parlare con uno spagnolo la lingua dei loro antenati.

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Da Salonicco, anche la madre di Sarkozy

La stazione ferroviaria di Tessalonica/Salonicco
La stazione ferroviaria di Tessalonica/Salonicco

‘Capitale sefardita’ nel sudest europeo (già nel 1537 Samuel Urque, poeta di Ferrara, la definì Madre di Israele) è stata, fino alla seconda Guerra mondiale, Salonicco, capoluogo della Tessaglia e importante porto mediterraneo dell’impero Ottomano, divenuto greco soltanto nel 1912, quasi un secolo dopo l’indipendenza di Atene.

Una valida documentazione su quattro secoli di cultura ebraica e di attività economica è fornita da una visita del locale Museo Ebraico. Tra la documentazione, oltre a dati storici e materiale fotografico, incuriosiscono i cognomi dei personaggi che diedero lustro alla Salonicco sefardita (ai quali si può aggiungere il presidente francese Sarkozy, la cui madre Andrée Mallah, nacque nella città mediterranea figlia di un medico e noto uomo d’affari). Nomi altisonanti o comunque noti in Italia non solo per i rapporti tra le comunità: il banchiere Jacob Modiano (aziende a Trieste), Morpourgo, Mosè Mizraki, la baronessa Hirsch, Dreyfus, Allaluf, Ventura.

Vittime delle deportazioni naziste

Le 'Istructiones' scritte in ladino
Le ‘Istructiones’ scritte in ladino

Raggiunti i massimi fasti a fine ’800 (gli ebrei, 75.000, costituivano la maggioranza dei 130.000 abitanti di Salonicco) all’inizio del ‘900, con la crescente decadenza politica dell’impero Turco, cominciò una lento abbandono della comunità sefardita. E nel 1943 fu il dramma per i 50.000 ebrei rimasti a Salonicco occupata dai Tedeschi. Deportati ad Auschwitz e a Bergen Belsen, tornarono solamente in mille (l’attuale popolazione israelita della seconda città della Grecia). Un dettaglio emoziona l’appassionato di lingue che visita il museo ebraico: le ‘Istructiones’ su come avviarsi al forzato, tragico viaggio, stavolta senza ritorno, erano scritte in ladino, lo spagnolo parlato prima di Cervantes.

Via dalla Spagna. Ma dove andare?

Salonicco Saferdita Il museo ebraico
Il museo ebraico

Iniziava così la diaspora sefardita, che risultò ancor più tragica per gli ebrei fuggiti in Portogallo: cinque anni dopo l’espulsione dalla Spagna, giusto il tempo di ambientarsi, furono espulsi da re Manuel I. Dove andare fu il dilemma che assillò gli israeliti ‘espropriati’ e cacciati.

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Un problema di non facile soluzione, in attesa della Scoperta dell’America. Bastava dare un occhio alle carte geografiche dell’Europa e del Mediterraneo. Non in Francia (gli ebrei erano stati espulsi appena un secolo prima) né in gran parte della penisola italiana (occupata o sotto l’influenza della corona aragonese di Ferdinando, oppure possesso della Chiesa).
A Venezia gli ebrei erano già tanti (lì nacque la parola ‘ghetto’), mentre il granducato di Ferrara era troppo piccolo anche per una minoranza dei 150.000, o più, sefarditi che lasciarono la Spagna (in cui ne rimasero circa 50.000, destinati a convertirsi (i ‘Conversos’, o a praticare di nascosto il giudaismo, i disprezzati Marranos, maiali). Poco valutato il nord Africa arabo (già impegnato ad accogliere i Moros cacciati da Granada) non restava che volgere lo sguardo ai Balcani e al Mediterraneo orientale. Un’area da pochi decenni conquistata dagli Ottomani, gente dura (“Mamma li Turchi”) ma per certo dotata di sano pragmatismo.
Pur rigorosamente musulmani, i Sultani di Costantinopoli non furono infatti mai sfiorati dal dubbio quando nell’apparato statale (soldati, amministratori, medici di corte, financo Gran Visir, primo ministro) si trattava di inserire un ‘infedele’, fosse cristiano o ebreo o di provenienza non doc. Tanta concretezza comportava altrettanta tolleranza, ammirevole anche ai nostri giorni: i sudditi dell’impero erano liberi di pensarla religiosamente come meglio credevano, sempre che pagassero le tasse e non “sfruculiassero” i muezzin invocanti Allah e Maometto suo profeta.

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