Sabato 13 Aprile 2024 - Anno XXII

L’alfabeto delle Olimpiadi torinesi -1

L’alfabeto è “ordine condiviso”, lettere che prendono significato solo come sequenza o quando si accoppiano a una parola, per esempio in “A come Amore”. Giochiamo a rinchiudere in un “recinto visibile” un evento grande come un’Olimpiade

Prima parte: dalla “A” alla “M”

Arata Isozaki
Arata Isozaki

A
Arata Isozaki E architetti vari. Lasciare una città agli architetti (vedi Brasilia) non è saggio. Ma lasciare lavorare gli architetti (selezionati) in una città, cambia le prospettive. Ti ribalta i luoghi comuni, ti sconcerta dove tu cerchi conferme, ti apre nuove finestre. Isozaki, Aulenti, Fuksas, Piano, Foster, Bellini, Botta, Camerana lo hanno fatto, dando voce alla voglia di bello, anche di audace, della città.

Antiolimpici Non si è obbligati a essere contenti delle Olimpiadi e neppure a condividerne gli ideali. Esiste, tuttavia, un sentimento di percezione comune, che la metafora esprime con “essere tutti sulla stessa barca”. Ci sono individui e categorie che la barca non la sentono e non la vedono, o pensano che sia di qualcun’altro.
In estrema semplificazione: i marginali, gli antisistema, gli snob. Se cassaintegrati e senza lavoro approfittano della fiamma olimpica per protestare, si può capire; se gli antisistema fanno il loro lavoro, si può capire; se gli snob fanno la fortuna di agenzie di viaggio che propongono soggiorni altrove durante le Olimpiadi, si può anche capire. Difficile, invece, capire le dichiarazioni antiolimpiche di questi ultimi, a meno che non si prenda in prestito la categoria suggerita dal gruppo satirico “Ciau Bale”, vale a dire i “Crétins sans frontières”.

Cerimonia d'apertura (Foto:Torino 2006)
Cerimonia d’apertura (Foto:Torino 2006)

Amarcord “mi ricordo”, citazione felliniana che rimanda alla kermesse di apertura, ma anche a quel che si dirà tra qualche anno, ai figli e ai nipoti, per stare sul classico.
“Io c’ero quella volta allo stadio Olimpico…”. Nella vita delle città, delle comunità, non passa spesso il treno dell’eccezione. Nonostante il nostro pantagruelismo, si contano ancora sulle dita gli eventi, con la “E” maiuscola.
Per i più intimisti, torinesi “low profile” sarà “quella volta che Torino ha fatto bella figura”; per i pragmatici, sarà “quella spinta che ha dato a Torino”.

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Americane Alessandra Stanley, New York Times, ha inciso con stiletto snob parole non meditate sulla cerimonia d’apertura definendola “spettacolare, ma molto italiana, una cornucopia di kitsch nazionalistico”. Fatto salvo il diritto di critica, resta il diritto alla controcritica: che significa, infatti, “molto italiana”? Deve essere italiana, visto che i giochi sono a Torino, Italia. A meno che certi americani confondano gli spettacoli hollywoodiani per universali, la Coca Cola con la bevanda che soddisfa tutte le gole, eccetera eccetera. Forse, per la gentile Alessandra, bisognava fare sfilare majorettes pon pon invece della Venere di Botticelli, citare Disney invece di Dante, far danzare cow boy e indiani (come a Salt Lake City) invece di Roberto Bolle nelle scene futuriste.
È vero che la “barbera” si fa anche in California, ma “esageruma nen” (non esageriamo, nel lessico assolutamente non “global” di Turin, Italy).
Laura Bush, inaspettatamente, è andata a visitare l’Università di Torino, portando in dono libri per il master di letteratura americana. Il Magnifico Rettore le ha mostrato la tesi di Cesare Pavese, di Fernanda Pivano, di Umberto Eco, è la First Lady ha esclamato: “I know…”. A volte succede, che si invertano i ruoli. Che il N.Y. Times faccia demagogia e che la moglie di un presidente demagogo faccia cultura.

B
Barcellona  Meno male che esiste. E che ha fatto un’Olimpiade, nel 1992.
Investendo su quell’evento risorse e aspettative e cambiando il destino cittadino.
Certo, qualcuno storceva il naso, come Vasquez Montalban, che rimpiangeva la città decadente, “autentica”. Ma ai poeti la licenza si dà. Barcellona è stato il “faro” di Torino. Gemellaggio non ha mai avuto un significato più pregnante. Il successo della capitale catalana ha fatto volare alto chi si apprestava a lanciare un’operazione simile.

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Stefania Belmondo accende il braciere (Foto: Torino 2006)
Stefania Belmondo accende il braciere (Foto: Torino 2006)

Belmondo Nel caso Stefania, che ha vinto 10 medaglie olimpiche e per questo ha avuto l’onore di accendere il braciere di Torino 2006. A volte, i copioni sembrano quelli delle commedie di Hollywood; qualche difficoltà, l’avversione di un certo mondo, lei che lotta (e suda) per l’happy end di rito, il trionfo dei più buoni, o dei meno cinici. Stefania, nata in una valle cuneese, testimonial del Piemonte per gli sport “minori”, collaboratrice del Toroc per diffondere nelle scuole i valori olimpici: una timida solida, che ha detto no, senza gridare, al doping, meritava questo onore. E, sicuramente, il pubblico “hollywoodiano” ha gradito l’happy end.

Blog e blogger Forse è la prima volta della sovrapposizione comunicativa, dell’entrata in campo di attori diversi. Blog su Torino, visitatori che spargono nella rete il verbo legato a un luogo e a un evento, accorciando le distanze e i modi di sentire. È solo l’inizio del fenomeno, ne vedremo delle belle in futuro. Per semplificare: un giornalista americano scrive sul suo blog che Torino è il “luogo dove vorrebbe essere tutti i giorni”. In risposta, i blog dei torinesi raccontano trionfi e magagne. 

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