Sabato 28 Maggio 2022 - Anno XX
Napoli sotterranea

Napoli sotterranea

Città nata dalle proprie viscere: Edifici storici edificati con materiali tufacei scavati nel sottosuolo. Questo, nel corso dei secoli, ha dato vita a grotte, cunicoli e cisterne che disegnano una sorta di rete viaria parallela, ricca di storia e leggende

sotterranea La scala in cemento scende nel sottosuolo

La scala in cemento scende nel sottosuolo

Uno degli accessi alla Napoli sotterranea è in vico Sant’Anna di Palazzo, nei Quartieri Spagnoli, cuore del cuore della città. Qui i fratelli Salvatore e Michele Quaranta animano l’associazione Laes che da una ventina d’anni ha iniziato il recupero di quanto ancora esiste sotto il livello della strada.
Entriamo in un classico “basso” napoletano, un’abitazione al pian terreno e nella stanza interna, imprevista, c’è una scala in cemento che in rapide volute si avvita nel buio. “Questo era l’accesso ad un rifugio antiaereo della seconda guerra mondiale” spiega Salvatore Quaranta, mentre mano a mano che si scende l’aria diventa quella fresca e umida di una grotta. “L’accesso al rifugio nasce in quello che originariamente era il vano di un pozzo. Durante i bombardamenti anglo-americani, a cavallo dell’autunno del 1943, queste scale hanno rappresentato una via di fuga in cerca di sicurezza per migliaia di napoletani che abitavano in quest’area”.

Giù, nel sottosuolo

sotterranea Visitatori nella Napoli sotterranea

Visitatori nella Napoli sotterranea

Scendiamo per circa duecento gradini e proprio alla base delle scale troviamo una cappella dedicata a Sant’Anna, la cui chiesa in superficie è a pochi metri dal basso dal quale siamo entrati. Sembra quasi che, al di là della devozione, chi ha trovato scampo dalle bombe quaggiù, abbia voluto ricreare una sorta di geografia familiare ritrovando sottoterra qualcosa di analogo a quanto c’era in superficie.  “L’origine di tutta la storia della Napoli sotterranea è da collegarsi alla particolare geologia del suolo” spiega Salvatore, appena le scale ci immettono in un antro con decine di sedie, sistemate apposta per riprendersi dalla fatica della discesa e per ascoltare la guida. “Siamo a quaranta metri al di sotto del piano stradale e a una decina di metri più in alto del livello del mare” continua Quaranta “Come dicevo, è la natura tufacea del sottosuolo che ha portato fin dalle origini gli abitanti di Napoli a scavare cunicoli e antri sotterranei; in primo luogo per prelevare il tufo che è un ottimo materiale da costruzioni, facile da lavorare e in grado di mantenere le abitazioni fresche d’estate e calde d’inverno”.

Partenope “bucata”

sotterranea Strettissimi cunicoli

Strettissimi cunicoli

Furono i Greci, a partire dal 470 a.C., a dare inizio ai primi scavi per l’approvvigionamento di materiale edilizio e i buchi che restavano nel sottosuolo furono subito riciclati in cisterne per la raccolta delle acque piovane. Non a caso tutta la Napoli sotterranea è stata realizzata a una quota superiore al livello del mare, proprio per evitare che le infiltrazioni di acqua salata inquinassero quella raccolta per usi domestici. Queste cisterne sotterranee furono ben presto collegate tra loro mediante strettissimi cunicoli che diedero vita a una vera e propria rete idrica. Intanto, l’originario insediamento di Partenope, nato sulla collina di Pizzofalcone sui cui fianchi sorge vico Sant’Anna di Palazzo, fu affiancato a est da quello di Neapolis, appunto la Città Nuova, che sorgeva nell’attuale area di Spaccanapoli.  Naturalmente, l’opera di scavo e di creazione delle condotte continuò anche sotto il nuovo insediamento e con l’accrescersi della popolazione sorse l’esigenza di alimentare la rete idrica con acqua sorgiva, dando il via ad un primo vero e proprio acquedotto che captava l’acqua da alcune bolle, nell’attuale area di Volla e riforniva Neapolis-Partenope.

Acquedotti nascosti sino a Miseno

sotterranea Cisterna dell'acqua

Cisterna dell’acqua

Camminando lungo l’antico acquedotto, evidenti appaiono le trasformazioni avvenute quando le originarie condotte idriche furono trasformate in rifugio. Le cisterne mostrano ancora i segni del livello raggiunto dall’acqua e i camminamenti che consentivano ai manutentori di muoversi al di sopra del pelo dell’acqua. Per ospitare più rifugiati, questi spazi sono stati allargati in antri e corridoi ben più ampi di quelli originari. “Con l’avvento dei romani e con l’aumento della popolazione, l’acquedotto chiamato della “Bolla” non era più sufficiente” spiega Michele Quaranta “Così fu creato l’acquedotto Claudio, dal nome dell’imperatore che lo volle far realizzare, che captava l’acqua da Serino nell’avellinese e la trasportava fino Napoli.  Parte di quest’acqua alimentava la città, unendosi a quella originaria della “Bolla”, ma altra, tramite un ulteriore acquedotto, finiva a Capo Miseno dove alimentava il quartier generale della flotta romana, la Classis Pretoria Misenensis, che allora dominava l’unico mare conosciuto, il Mediterraneo.” 

sotterraneaIl vecchio impianto elettrico

Il vecchio impianto elettrico

Dopo la dominazione romana, Napoli ebbe un periodo di crisi, con buona parte della popolazione che per sfuggire alle razzie si rifugiò nell’entroterra. Solo nel 1266, con l’avvento degli Angioini, la città tornò a nuovo splendore e l’espansione urbanistica comportò una ripresa degli scavi sotterranei per l’approvvigionamento di tufo e per l’ampliamento della rete idrica.  Il sottosuolo tufaceo e il suo sfruttamento, hanno fatto si che Napoli fin dalle origini abbia avuto sempre una gran disponibilità di acqua per usi domestici. Ogni palazzo storico napoletano, infatti, ha almeno due pozzi, uno comune in cortile e uno all’interno delle mura, in modo che da ogni singola abitazione, a qualsiasi piano ci si trovi, è possibile calare il secchio e rifornirsi. Nel corso della visita è possibile camminare negli strettissimi budelli che collegavano le varie cisterne. A stento c’è la possibilità di mettere la pianta dei piedi per terra una alla volta e davvero, nei tratti più lunghi, si è presi da una sensazione di claustrofobia. Per chi vuole evitare queste sensazioni, il percorso turistico prevede passaggi alternativi che evitano i tratti meno accoglienti.

Pozzari o monacelli, gestori d’acqua

sotterranea Le scale per i "pozzari"

Le scale per i “pozzari”

Per secoli i padroni indiscussi di questi spazi sono stati i “pozzari”, ossia gli addetti alla manutenzione dei pozzi che appartenevano a quattro famiglie che si erano spartite gli altrettanti quartieri della città. Il loro compito era prevalentemente quello di pulire periodicamente il fondo dei pozzi e per fare questo svuotavano le cisterne, lasciando che l’acqua filtrasse a mare attraverso lesioni naturali del tufo, appositamente tappate.
“Per questo tipo di servizi i pozzari erano pagati dai vari utenti che periodicamente ricevevano una sorta di bolletta” precisa Salvatore Quaranta. “Il pozzaro agitava il fondo del pozzo in modo che l’acqua s’intorbidisse e a chi tirava su il secchio appariva chiaro che era giunto il momento di pagare. Questi signori avevano libero accesso alle case, mediante delle scale scavate nel vano dei pozzi che permettevano di risalire e compiere le loro pulizie. Ciò ha dato origine alla legenda napoletana dei ‘monacelli’, ossia piccoli monaci, spiriti burloni cui si attribuiva la capacità di apparire e scomparire dalle case, portando a seconda delle simpatie doni o confusione. L’immagine del piccolo monaco era data proprio dai pozzari, che per muoversi in questi cunicoli dovevano essere dal fisico minuto. Per giunta, la loro tenuta, per proteggersi dall’umido dei sotterranei, era dotata di un cappuccio e ricordava da vicino il saio di un monaco”.

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