Mercoledì 15 Luglio 2020 - Anno XVIII
La suspence corre sui binari

La suspence corre sui binari

Otto storie d’autore ispirate dalla magia del viaggio ferroviario che si tinge di giallo e mistero. Tutto questo è “Viaggio in treno con suspance”, libro a cura di Stefano Malatesta edito da Giano – I libri della Civetta. Riportiamo il racconto di Dacia Maraini per la quale il treno è un vagone ristorante battuto dalla pioggia in cui avviene un inaspettato incontro notturno …

 

La storia dell’umanità si può dividere in due epoche: prima del treno e dopo il treno. Viaggiare diventò da allora un’attività di massa che faceva riferimento al tempo e non allo spazio. Gli scrittori, come nessun’altro, furono i primi a capire che quelle macchine sbuffanti erano luoghi eminentemente letterari dove ambientare storie dal fascino erotico o noir. Nel suo “avviso ai viaggiatori” Stefano Malatesta, autore di numerosi libri e direttore del Festival della Letteratura di Viaggio a Villa Celimontana (Roma), spiega le ragioni del libro. Un annetto fa l’idea: recuperare il racconto del treno classico, profumato di mistero e d’imprevisto ormai perduto nel nostro immaginario assuefatto all’alta velocità. Una telefonata ad alcuni amici ed ecco “Viaggio in treno con suspance”, un mosaico colorato di racconti diversissimi tra loro, a opera di otto scrittori: Andrea Camilleri, Giovanni Fasanella, Raffaele La Capria, lo stesso Malatesta, Dacia Maraini, Dante Matelli, Vieri Razzini, Sandro Viola.


 

Abbiamo scelto di proporvi il racconto di Dacia Maraini.

 

IL VIAGGIATORE DALLA VOCE PROFONDA
Il treno correva di notte sotto una pioggia torrenziale. Dall’interno si vedevano i finestrini neri rigati da gocce scintillanti che colavano veloci segnando il vetro per traverso.
Jole Pontormo aveva preso posto al tavolo del vagone ristorante e consultava con attenzione il menú. Le piaceva leggere le descrizioni dei cibi. Fosse stato per lei avrebbe ordinato tutti i piatti, e avrebbe assaggiato un boccone di ogni pietanza. Ma si tratteneva per non ingrassare. Da quando suo marito era sparito nelle Americhe, tendeva a mangiare sempre troppo. Le piaceva il cerimoniale che accompagnava i pranzi e le cene. Sapeva che avrebbe speso piú del dovuto per quel pranzo in treno, ma aveva deciso di concedersi quel lusso. Anche se poi l’avrebbe pagato con qualche sacrificio. Seduta in una carrozza di seconda classe non era riuscita a leggere in pace per le chiacchiere della gente.

 

Ora si trovava di fronte a una tovaglia bianca, con un garofano rosso infilato in una bottiglietta trasparente e aveva preso in mano con ingordigia il menú. Un elegante quadernetto di cartoncino giallo decorato di fiori rosa su cui, a caratteri barocchi, in un inchiostro azzurro, erano elencate le specialità del giorno: vol-au-vent ripieni di besciamella e funghi, spaghetti al sugo di lepre, cappellacci di zucca. E poi, a scelta: vitel tonnè, manzo al limone di Sorrento, baccalà alla vicentina. Insalate di stagione. Ma quello che piú le piaceva erano i dolci. Col dito seguiva le proposte: cake di cioccolata dal cuore fondente. Già ne percepiva il profumo. Ma la panna dov’era? Senza panna un tortino di cioccolata non è un vero tortino. E poi: involtino di frutta secca con crema di fragola, fagottini di mele al profumo di rose, parfait di mandorle in nido croccante.

Jole Pontormo aveva chiuso gli occhi assorbendo gli odori che le parole le suggerivano. Proprio in quel momento sentí una voce maschile che diceva: «Permette?».
Aprí gli occhi sognanti e vide un uomo alto e magro con una borsa in mano che si chinava con un gesto cortese, sussiegoso.
Cosa vuole questo? Era stato il primo pensiero. Ma poi si era guardata intorno e aveva dovuto ammettere che non c’erano piú posti nel vagone ristorante. Tutti i tavoli nel frattempo si erano riempiti e il solo spazio rimasto vuoto era quello di fronte al suo.
«Prego!» disse con voce indispettita.

L’uomo, con gesti lenti, si sfilò il cappotto e lo appese al gancio sulla parete. Quindi si sedette con fare delicato e cauto sulla seggiolina imbottita.
Jole Pontormo alzò lo sguardo sul suo dirimpettaio. L’uomo era vestito con una eleganza un poco impettita: giacca blu su pantaloni grigi, camicia candida, cravatta a righe verdi e azzurre. Aveva i capelli castani che gli scivolavano sulla fronte ampia e severa. Portava gli occhiali da miope. La bocca era stretta, le labbra sottili e taglienti come di uno abituato a comandare. Ora mi toccherà pure impegnarmi in una banale conversazione sul tempo, si disse lei sospirando. E continuò a fissare il menú cercando di concentrarsi.
Il silenzio fu rotto da una voce che a Jole Pontormo parve di conoscere. Ma dove l’aveva sentita? Delle note lontane e stridenti che provenivano da una memoria sepolta. L’uomo prese a parlare con un leggero accento veneto, lento e avvolgente.

«Questo treno che corre nella notte ha qualcosa di misterioso. Non le pare di essere sospesa nel vuoto fra queste finestre scure rigate d’argento?».
Jole Pontormo rimase interdetta a fissare il menú. Quel viaggiatore dall’apparenza cosí rigida e severa aveva una voce profonda e dolce, languida. Non corrispondeva affatto al corpo da dirigente d’azienda che aveva visto avanzare con passo slanciato verso il suo tavolino. Sollevò di nuovo lo sguardo e vide che in quella faccia anonima e impenetrabile era spuntato un sorriso accattivante e gentile.
«Lei scrive poesie»? gli chiese, ancora sorpresa da quell’attacco letterario.
«No, commercio in cavalli».

La risposta era chiara e semplice. Ma qualcosa non la convinceva. Quell’uomo non aveva niente del commerciante di cavalli. Forse le sue idee erano antiquate in fatto di commercio di cavalli. Forse oggi i cavalli si comprano e si vendono via internet, senza sporcarsi con lo sterco delle stalle.

«Un commerciante di cavalli? Che strano… Lei parla come se recitasse una poesia».
«Sono un lettore di poesie infatti».
«Ah…».

Jole Pontormo riflettè un momento sulla propria ignoranza in fatto di poesie. Cercò nella memoria una frase poetica, ma non le venne in mente niente. Perfino le poesie imparate a scuola si erano perse nel tempo. Solo qualche brandello sparso: «Ei fu, siccome immobile…». E poi? come continuava? E ancora: «Luna che fai, tu luna in cielo?». Era Leopardi o Pascoli?

«Lei sta cercando di ricordare qualche verso… Lo capisco dalla sua faccia concentrata. Indovino?».
Jole Pontormo lo fissò a bocca aperta. Come aveva fatto a intuire con tanta precisione un pensiero nascosto nella sua mente?

«Ha indovinato» ammise. «Ma non sono molto ferrata…».
«Lei preferirebbe concentrarsi sul menú, lo capisco. Perché le piace mangiare. E io ho interrotto il rituale di una cena solitaria. Mi dispiace. Ma se vuole l’aiuto. Anche a me piace mangiare. E anche bere. Vogliamo cominciare dal vino?».
«Perché no?».
«Vediamo un po’ che ci offre la casa. Cosa si può bere in un treno che corre nella notte mentre fuori piove e tuona?».
«Dipende da quello che si mangia».
«Non sono d’accordo. Per me la scelta del vino viene prima del cibo. Per lei viene dopo?».
«Non lo dico io, lo dicono gli esperti».
«Secondo lei gli esperti chi sono? Dei ricercatori… La parola esperto viene dal latino experiri, sperimentare… Se sperimentano, non possono essere normativi. Lasci alle chiese le norme… Noi qui sperimentiamo un momento speciale. Piú che il piatto da accompagnare, dobbiamo badare al momento da celebrare. Il momento è solenne: l’acqua ci ricopre. È un’acqua cattiva, aggressiva, basta osservare i graffi che fa sui vetri. Cerca di entrare quell’acqua, cerca di sommergerci, cerca di sopraffarci. Ma noi affrontiamo la pioggia e la notte con coraggio. Questo coraggio deve essere accompagnato da un robusto vino rosso che circoli subito nelle vene con allegria impetuosa».

Jole Pontormo era sempre piú stupita da quell’uomo che parlava con tanta grazia e sapienza. Cosa rispondere? Si sentí improvvisamente stupida e incolta. Lei che aveva studiato con passione, che era uscita dall’università con voti eccellenti, aveva abbandonato tutto per sposarsi a vent’anni con un giovanotto bello e ambizioso. Aveva fatto subito tre figli e mentre lui andava avanti col suo lavoro, diventando sempre piú importante e inafferrabile, lei si era dedicata alla crescita dei figli. E quando i bambini erano diventati giovanotti e se ne andavano per i fatti loro, lei aveva pensato di riprendere a lavorare, ma si era accorta che era troppo tardi.

«Io prenderò i vol-au-vent e penso che i vol au vent vadano accompagnati da un vino bianco frizzante, un Chardonnait per esempio».
«Un piatto poetico: vol-au-vent… Vola al vento. Mi piace pensare che in questo treno che sfreccia nel buio, contro l’acqua accanita, mettiamo in bocca dei cestini di pasta sfoglia che hanno in sé la tendenza a volare al vento».
«Nel menú propongono uno Chateauneuf du Pape bianco dell’anno scorso. Le va bene?».
«Benissimo».

 

Intanto era arrivato il cameriere, un magrebino dai capelli ricci e il sorriso splendente. Si era chinato con gentilezza e nitore verso i due avventori chiedendo loro cosa avessero scelto.
«Vol-au-vent per due» disse l’uomo. «E uno Chateauneuf du Pape».
«Mezza bottiglia o intera?».
«Intera direi. D’accordo?» chiese l’uomo sollevando una mano verso di lei. Era una mano bianca, morbida dalle dita lunghe, curate, certamente non abituate a lavori manuali, riflettè Jole Pontormo. Stranissimo quest’uomo: in apparenza anonimo e inflessibile, e poi, visto da vicino, cosí poetico e socievole.
«D’accordo», acconsentí.

 

Poco dopo il cameriere ritornò reggendo una bottiglia imperlata, appena uscita dal frigorifero. Con due movimenti lesti infilò il cavatappi nel sughero, poi intrappolò la bottiglia fra le gambe e con un gesto rapido estrasse il turacciolo. Lo portò al naso che arricciò comicamente. Fece un cenno col capo e si accinse a versare il vino nel bicchiere del signore. Ma lui fece un segno aggraziato e indicò il bicchiere di lei. Il cameriere sorrise e versò il vino che aveva un bel colore paglierino, nel bicchiere di Jole Pontormo.

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