Sabato 18 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Progetto Kip, Karaba Integrated Project

Progetto Kip, Karaba Integrated Project

Acqua verde per le zone aride del Kenya

Come riforestare le zone semi aride Kenia risparmiando acqua: il metodo di Padre Tessari nel Karaba Integrated Project

Fra i progetti di cooperazione internazionale, orientati allo sviluppo di comunità locali per mezzo della riforestazione e la razionalizzazione delle risorse idriche, emerge, in ambito africano, quello denominato Karaba Integrated Project (KIP), un progetto integrato diretto, dal 1987 al 1989, da Padre Livio Tessari, missionario della Consolata. Il KIP è stato studiato ed attuato per rinvigorire l’economia e ripristinare l’ambiente di una zona semi arida a Karaba, nel Kenya, nella quale carestia e povertà avevano di fatto azzerato ogni attività produttiva.
Il Progetto si è avvalso di manodopera locale, remunerata attraverso la formula “scambio di cibo per lavoro” (food for work). Ad ogni famiglia venivano dati dieci chilogrammi di grano o fagioli alla settimana. Il lavoro di “scambio” consisteva nello scavo di tre o quattro buche nel terreno, nell’annaffiare alcune piante precedentemente messe a dimora e in altri piccoli lavori manuali.
Grazie al cibo donato dal PAM (Programma Alimentare Mondiale) e agli aiuti della Cooperazione Italiana, il Karaba Integrated Project ha consentito la reintroduzione nella comunità di animali domestici, la riforestazione, l’incremento e la salvaguardia delle risorse idriche, lo sviluppo della formazione agricola e per conseguenza l’occupazione, con benefici non trascurabili, infine, anche per la salute collettiva

La “battaglia” per il verde 

Kenya Il problema più difficile da superare è stato quello di piantare alberi in zona arida. Le piantine venivano presto seccate dal sole cocente e devastate da termiti e roditori, al punto di far fallire i primi tentativi compiuti.
Poi, miracolosamente, ma anche grazie alle personali conoscenze botaniche e allo studio delle caratteristiche naturali della zona di Padre Tessari, si è riusciti a trovare la soluzione adatta per il rimboschimento. Sono state così scavate buche quadrate di 60 cm di lato, profonde sempre 60 cm, poste ad una distanza di circa tre metri una dall’altra. Le buche aperte sono rimaste per una settimana ad ossigenarsi, riempite quindi della terra di riporto fino all’altezza di 50-54 cm.
Una volta introdotta la piantina, seguiva l’innaffiatura e si ricopriva il tutto con tre, cinque centimetri di pula di riso, comprata presso una locale riseria. Contrariamente al nylon che si lacerava sotto il sole, agli sterpi che venivano divorati dalle termiti e ad altri sistemi che erano risultati inefficaci, la pula di riso è risultata essere più che eccellente: schermo protettivo contro i raggi del sole e cibo indigesto per le formiche e i roditori, perché troppo dura.
Le buche sono state scavate quadrate perché così facendo le radici avevano modo di espandersi nel terreno circostante, premendo contro gli angoli, a differenza delle buche circolari che avrebbero aggrovigliato le radici, facendole soffocare.
Le piantine sono state prelevate da una “nursery” keniota e sistemate una per ogni buca, seguendo un criterio misto: acacie non spinose insieme a pini, abeti, eucalipti, olmi, roveri, castagni selvatici ecc., in base al principio che le piante si proteggono a vicenda dal sole e si aiutano reciprocamente per mezzo di scambi simbiotici.

Le aree del terreno destinate alla riforestazione erano necessariamente cintate da siepi spinose di euforbia, a protezione dai roditori e dagli animali da pascolo. Nelle buche venivano periodicamente versati antiparassitari contro insetti e formiche. Notevole si è rivelato anche il risparmio delle risorse idriche; le piantine venivano infatti bagnate con dieci litri d’acqua in un’unica soluzione una volta la settimana, scostando per l’operazione la pula di riso e rimettendola subito dopo. Questo ha permesso, nell’assolato Kenya, di riforestare 100 acri di terreno arido, per un totale di 150 mila piante. Il Karaba International Project si è concluso nel 1989, ma i suoi effetti benefici continuano anche ai nostri giorni. Un esperimento di ingegno e di buona volontà che si è dimostrato validissimo per portare a nuova vita una delle zone più aride del mondo.

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