Sabato 3 Dicembre 2022 - Anno XX
Forte Belvedere Gschwendt (foto L. Lorenzi)

Forte Belvedere Gschwendt (foto L. Lorenzi)

Le pietre della Grande Guerra

Fra Trentino e Veneto, in mezzo a boschi e vallate, in un paesaggio che delizia gli occhi e ispira serenità al cuore, un secolo fa fu teatro di atroci avvenimenti

Il Dente Italiano

Il Dente Italiano

Nell’anno 1935 S. M. Vittorio Emanuele IIII, re d’Italia, visitava questo forte della Grande Guerra, reso al silenzio dalla vittoria italiana“.
Sono parole scolpite su una lapide in marmo bianco, murata nei bastioni dell’ex Forte Austro-Ungarico di Gschwendt-Belvedere di Lavarone. L’unico Forte rimasto totalmente integro e sede di un piccolo, commovente museo del primo conflitto mondiale. Caratteri incisi che oggi suonano strani, quasi spocchiosi.

Belvedere Gschwendt foto Matteo Ianeselli

Forte Belvedere Gschwendt (foto Matteo Ianeselli)

Della “vittoria” di un tempo, è rimasto il “silenzio”, più che il ricordo. All’inizio del terzo millennio (anni volati come foglie d’autunno; parole di lingue diverse parlate e scritte nella sofferenza e nella solitudine), permangono le tracce di un’avvenimento di odio, che ai nostri occhi assume i contorni irreali. Come un gioco crudele, condotto da poveri soldatini – di entrambi gli schieramenti – spinti al massacro da avvenimenti più grandi di loro. Sono cime, boschi e vallate, questi, che ispirano serenità e inducono a un naturale sommesso colloquio interiore con la natura; difficile credere che quasi un secolo fa questi monti siano stati teatro di una incredibile, feroce e duplice volontà di sopraffazione. Molti di questi grandi alberi hanno visto e ricorderanno, per sempre. Per fortuna non hanno voce.

Pietre della Grande Guerra: Forte Gschwendt-Belvedere

Forte Belvedere lapide alla memoria foto Matteo Ianeselli

Forte Belvedere lapide alla memoria (foto Matteo Ianeselli)

Il forte di Gschwendt-Belvedere, progettato e costruito a cavallo degli anni 1909-1912 dal “Tenente, Ingegnere Rudolf Schneider di Vienna”, non è che uno dei tanti edificati lungo l’antico confine che divideva l’Impero Austro-Ungarico (l’odierna provincia autonoma di Trento) dal Regno italico, rappresentato dalle province venete. Sul muro di protezione che fronteggia il forte vero e proprio, a 1.177 metri di altitudine, un’altra lapide elenca una lunga teoria di nomi di ufficiali e soldati “nemici”: dal Comandante Anton Perschitz, al Dr. Paul von Guggenberg, forse arrivati dalla dolce Vienna dei walzer; e poi i vari Nakoneczny, Felkel (ungheresi), Slahora, Svejda, Kalina, (boemi), Wiszczaki, Stonek (polacchi), Sura, Piskor, Tomasek (croati); c’è persino un Lorenzetti (trentino?), tra le fila “nemiche”.

Poveri individui travolti dal sogno di grandezza di regnanti e politici. Uomini che disegnavano a tavolino conquiste, modificavano confini, costruivano enormi fortificazioni, ovviamente invincibili. Tutto a prezzo delle fatiche e delle interminabili notti d’angoscia di migliaia di anonimi “numeri di matricola”. Persone provenienti da paesi diversi per cultura, lingua, tradizioni di vita. Tutti comunque con l’identica, giovanile voglia di vivere che in molti, troppi casi, non avrebbe avuto futuro.

Pietre della Grande Guerra: altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna

Forte Belvedere trincea foto Matteo Ianeselli

Una trincea del forte Belvedere (foto Matteo Ianeselli)

Gli altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna (la Cimbra Lusérn), rappresentavano la linea avanzata degli austriaci. Un formidabile sbarramento costituito da sette fortezze progettate dal generale Konrad von Hotzendorf. Questa catena di monti era la più vulnerabile in caso d’attacco italiano; ecco allora che ad ogni rilievo, corrispondeva un forte: quelli di Cima Vezzena (1908 m.); Busa Verle (1554 m.); Lusérn (1549 m.); Gschwendt (1177 m.), erano compresi nel settore di Lavarone-Luserna. Gli altri forti – Cherle (1400 m.), Sommo Alto (1613 m.) e Dosso delle Somme (1670 m.) – si trovavano nel settore di Folgaria.
Naturalmente anche il fronte italiano aveva attivato le proprie difese: Campomolon, rimasto incompiuto (1853 m.), Verena (2015 m.) e Campolongo (1720 m.).

Narrano le cronache che allo scoppio del conflitto gli italiani fecero quasi capitolare forte Busa Verle e costrinsero alla resa forte Lusérn, mentre gli austro-ungarici distrussero forte Verena e forte Campolongo. Nel 1916 cadde anche forte Campomolon e si può dire che, con questo e pochi altri episodi, la “guerra delle fortezze” ebbe termine, dato che le operazioni militari finirono per spostarsi sulle alture venete. Rimane la testimonianza di Forte Belvedere, con i suoi cannoni muti, i camminamenti umidi e stretti scavati nelle viscere della montagna; passaggi-budello che salgono e scendono per mezzo di scale, conducendo alle piazzuole dalle quali si sparava e nelle quali si moriva.

Pietre della Grande Guerra: il piccolo museo

Forte Museo Storico della Guerra

Museo Storico della-Guerra

E poi le stanze per il deposito delle munizioni, i telefoni interni per dare e ricevere ordini, gli alloggi per gli ufficiali e per la truppa. Come non pensare a chi sarà entrato nell’arruginita vasca da bagno in ferro, per un momentaneo sollievo del corpo e dello spirito. Come non immaginare le lunghe attese nei locali spartanamente arredati, giocando a carte, scrivendo ai propri cari lontani, consumando i pasti nei quali la patata era cibo da re.

Una stretta al cuore la si prova guardando le tante foto ingiallite e leggendo i documenti – ufficiali e privati – che nobilitano il piccolo museo. La religione era la stessa, per i due contendenti. Vedendo la folta barba bianca del cappellano austro-ungarico, non è difficile rivivere i momenti di preghiera e di speranza, simili a quelli consumati dagli italiani, oltre la valle, in uno dei forti nemici. Forti che contenevano gli stessi oggetti, armi, e, soprattutto, le identiche paure.

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