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Katherine è una cittadina da film western, a mezza strada tra Darwin e Alice Springs, sulla Stuart Highway, l’arteria che taglia in due l’Australia da nord a sud. Diecimila anime, due grosse comunità di aborigeni confinati in casette verdi, sparse tra gli eucalipti del bush. Le casette di Kalano e Waipini agli aborigeni le passa gratuitamente il Governo Federale Australiano. Ma in casa loro gli aborigeni ci stanno poco.
Preferiscono dormire all’aperto, sui materassi tolti dai letti e posati sui prati. Se non hanno un lavoro qualsiasi e si limitano a prendere ogni mese il sussidio che Canberra passa loro, durante il giorno se ne stanno accoccolati per strada, sotto ogni acacia che faccia un po’ d’ombra.
Appena hanno qualche dollaro governativo in tasca vanno al supermarket, si portano via una cassetta di birra e si rovesciano in gola, una dopo l’altra, le bottiglie dell’amata Four X. Verso il tramonto ne vedi molti zigzagare sul marciapiede, ubriachi, nell’indifferenza dei passanti. Quando il caldo è al top, si trasferiscono al Katherine River, pescano un paio di barramundi da mangiarsi alla sera e si rinfrescano senza paura nel fiume, che pullula di piccoli coccodrilli.
Aborigeni, l’Australia è “roba” loro

Questa è la vita piuttosto triste di una gran parte di quel popolo che da sessantamila anni calca la terra australiana. E ne è il legittimo proprietario. Legali possessori di deserti e città, canyons e parchi, laghi e barriere coralline, miniere di carbone e di uranio, di opali, d’oro e d’argento, gli aborigeni rimasti ad oggi sono soltanto 300.000.
Sono dei veri sopravvissuti: a morìe naturali, distruzioni di massa, schiavitù, deportazioni, imprigionamenti. Sono i superstiti dello sterminio inflitto agli indigeni dai cosiddetti “bianchi civili”, i figli e i nipoti degli inglesi del capitano Sir Arthur Philip arrivati sul territorio del Continente Australiano nel 1788.
Era questa che ha dato vita all’Australia bianca una truppa eterogenea di disperati, galeotti e prostitute, accompagnati da una nave di Sua maestà Britannica su questa terra dimenticata da Dio (allora) per scontare le loro pene ben lontano dalla madrepatria.
Diritti conquistati
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Più di due secoli dopo le cose sono effettivamente cambiate per gli aborigeni d’Australia. Questa gente semplice e diciamolo pure primitiva, ancor oggi legata al suo mondo di sogni e di simboli, spesso incapace di leggere e scrivere, è riuscita tuttavia a sopravvivere e vive ancor oggi secondo le sue leggi naturali, universali e poetiche.
Ma nel contempo negli ultimi cinquant’anni questa gente dalla pelle scura e dai tratti spesso non piacevoli (secondo l’ottica occidentale) ha acquistato una serie non indifferente di diritti. Primi fra tutti il diritto alla cittadinanza e il diritto a vedere riconosciuta la proprietà terriera.
Oggi in Australia per costruire una strada o un ponte, una fattoria o una stazione, si devono fare infinite ricerche per non trovarsi a calpestare le famose “vie dei canti” – tracciati intoccabili secondo le credenze aborigene – e per non profanare aree sacre. Riconosciuto agli aborigeni (finalmente, anche se soltanto dal 1967) il diritto alla cittadinanza e con essa il diritto al voto, il diritto a istruirsi, il diritto a lavorare e ad essere stipendiati dai bianchi o da altri aborigeni, ove si abbiano volontà e capacità.
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Tutto questo per la situazione aborigena è segno di grande progresso. Ciononostante, di questi indigeni australiani nessuno sa molto: nemmeno gli aussies bianchi. Forse non lo vogliono neanche sapere chi siano, che cosa facciano o possano fare gli aborigeni del terzo millennio.
Per la stragrande maggioranza della gente, e non solo dei turisti che piovono ormai a migliaia in Australia, gli aborigeni sono dei poveri individui brutti, neri, macilenti, sporchi e tristi, che passano la giornata sotto gli alberi in perenne stato di ubriachezza, dei quali è meglio non parlare neppure.
Questo il quadro ufficiale. Ma se si prova a sondare il terreno, a informarsi nei posti giusti, a verificare a fondo lo stato delle cose, si scoprono una quantità di nuove situazioni. Interessanti e anche gradevoli.
Governo australiano: cambio di rotta
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La prima: il Governo australiano ha cambiato decisamente rotta, ha messo in atto misure straordinarie per riscattare la vergogna del passato. A Canberra, un ministero speciale si occupa soltanto del problema aborigeno. Purtroppo uno dei provvedimenti varati ormai da tempo è quello di passare un sussidio a tutti gli aborigeni senza lavoro.
La seconda: tutti gli avvocati più importanti del Paese sono ormai preparati e decisi a difendere gli aborigeni da eventuali soprusi. Come occupazioni di terre, passaggi indebiti, sfruttamento miniere e terreni. La terza: intere aree dell’Australia sono state dichiarate protette e intoccabili. Nessuno, tantomeno il turista, può mettere piede in luoghi ufficialmente sacri per gli aborigeni proprietari del territorio. E’ il caso del Parco nazionale di Uluru – Kata Tjiuta (cioè Ayers Rock e Mount Olgas), nel Centro Rosso Australiano.
Per entrarvi bisogna pagare un pedaggio e versare tasse alla comunità aborigena. In certe zone è fatto divieto assoluto di fotografare, mentre tutti i proventi di entrate e permessi vanno alle comunità aborigene locali. E le leggi sono ferree, corrono multe fortissime per i trasgressori.
Le comunità stesse, al di là degli sforzi governativi, si sono evolute, gli aborigeni hanno davvero cominciato la loro nuova era. Oggi molti vanno a scuola, magari con difficoltà e saltuariamente: gli aborigeni sono insofferenti a rimanere rinchiusi in una stanza o in una casa. Se messi in prigione muoiono facilmente. La death in custody è uno dei problemi più gravi del governo australiano.
Nuovi lavori
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Molti lavorano e si fanno strada come autisti, fattorini, guardiani, agricoltori. I più intelligenti ed istruiti accedono a lavori più gratificanti: lavorano in piccole imprese turistiche e commerciali, hanno negozi nei quali propongono il loro bellissimo artigianato. Vendono i loro dipinti in acrilico su tela, ormai richiesti anche all’estero: esiste un mercato fortissimo per certi artisti aborigeni dell’Arnhem Land, nel nord del paese.
E quadri aborigeni sono appesi nei maggiori musei di tutto il mondo. Oppure più semplicemente fanno le guide e i ranger nei parchi nazionali: sfruttano al meglio la loro conoscenza della natura e del territorio, superiore da sessantamila anni a quella di qualsiasi bianco.
Alcuni lavorano nei giornali e persino alla radio e alla TV. Ad Alice Springs, nel Centro Rosso, esiste Imparja, una TV interamente fatta da aborigeni, puri o meticci che siano. Imparja copre un’area enorme dell’Australia, quasi l’intero outback, ed è diventata indispensabile mezzo di comunicazione. Non è finita: gli aborigeni siedono in Parlamento e nei tribunali, in veste di stimati deputati e magistrati.
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Insomma per molti è finita la vergogna della discriminazione, è cominciata l’era della riabilitazione. Ma sotto gli alberi ci sono ancora aborigeni che si abbrutiscono di birra e che di notte non riescono a dormire in una camera da letto.
La natura ha ancora il sopravvento, in troppi casi.
Meglio un bel walkabout, una passeggiata senza meta né tempi nel bush , per prendere una bella iguana da mangiarsi in santa pace a cena o per procurarsi un pugno di vermi witchetty grub belli grassocci da trangugiare avidamente come snack; molto meglio che sedersi a una scrivania o perdere le giornate in un negozio.
In fin dei conti questi padroni di Australia hanno diritto di scegliere, finchè continuano a pagarli per non far niente. E il Governo australiano, per ora, continua a pagare. Per scaricarsi la coscienza. Facendo il loro male, ancora una volta.
Una storia infinita
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Circa sessantamila anni fa gli aborigeni, originari del subcontinente indiano, arrivano in Australia dall’Indonesia. I mari sono bassi e il passaggio attraverso i brevi bracci di acqua è facile. Poche e sporadiche le visite dei navigatori bianchi lungo le coste della Terra Australis.
Gli olandesi, poi Abel Tasman e il Capitano James Cook hanno fuggevoli contatti con queste popolazioni indigene. Si calcola che allora gli aborigeni fossero circa trecentomila sparsi su un territorio di quasi otto milioni di chilometri quadrati.
Dal 18 al 26 gennaio 1788, sulla costa dove si trova la moderna Sydney, tra Botany Bay e Port Jackson, sbarcano le navi di Sua Maestà Britannica, al comando di Sir Arthur Phillip, con un carico di 717 galeotti di ambo i sessi e di 290 tra marinai, soldati e ufficiali. Il 26 gennaio la bandiera inglese sventola sulla nuova colonia. Di fronte, i marinai e i galeotti si trovano gli aborigeni della tribù Gamaraigal, che vivono nella zona. Ma il Continente viene ufficialmente dichiarato “disabitato”. E gli aborigeni sono catalogati alla stregua di quegli strani animali, i canguri, appena scoperti.
Per un secolo, gli aborigeni convivono malamente con i nuovi arrivati. Decimati dalle malattie, dagli stenti, dalla resa in schiavitù, vivono confinati in riserve. Da 300 mila diventano, attorno al 1880, 180 mila. Nel 1951 gli aborigeni sono 67 mila. Sono datati 1911 alcuni ordini con i quali i governatori obbligano gli aborigeni a non muoversi da un certo territorio senza precisi permessi. Un’ulteriore limitazione di libertà sotto forma di atto di protezione.
Nel 1951: inizio della politica di “assimilazione”. Gli aborigeni vengono invitati a vivere con i bianchi e come i bianchi. I bambini piccolissimi mezzosangue vengono portati via alle famiglie e messi a studiare nelle missioni. Gli aborigeni cominciano a costituire un sottoproletariato urbano, del tutto ignorato. Ma cominciano a farsi sentire.
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Nel 1967: un referendum cambia la costituzione e accorda agli aborigeni il diritto alla cittadinanza australiana e nel 1972: viene creato un Ministero per gli Affari Aborigeni.
1976: nei Northern Territories viene per la prima volta riconosciuto il diritto degli aborigeni a possedere la loro terra. L’Aboriginal Land Rights Act restituisce loro parte dei territori delle riserve.
Il 3 giugno 1992: dopo dieci anni di lotte legali, l’Alta Corte di Australia pronuncia una sentenza a favore di Eddie Mabo (Mabo Judgement) nella causa “Eddie Mabo e altri abitanti di Murray Island contro lo Stato del Queensland”.
Accogliendo il ricorso, la Corte decide che tanto Murray Island quanto tutta l’Australia, allo sbarco degli inglesi, non erano terrae nullius, bensì appartenevano agli aborigeni, che ne avevano sempre conservato la proprietà, anche dopo l’annessione del territorio alla Corona inglese. E’ il primo passo verso il riconoscimento del titolo autoctono (Native Title).
Una legge del 199 conferma la sentenza di Mabo viene approvata dal Parlamento Federale ed entra in vigore il 1 gennaio 1994 con il nome di Native Title Act.
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