Domenica 7 Marzo 2021 - Anno XIX
Jaisalmer, fratelli e sorelle in festa

Jaisalmer, fratelli e sorelle in festa

Raksha Bandhan, il nodo che protegge. Le sorelle segnano la fronte dei fratelli con il “tilak”, il segno di benedizione che accompagna il fedele dopo la “puja”, la preghiera agli dei. Mentre al polso destro brilla un “rakhi”

Jaisalmer La città fortificata di Jaisalmer

La città fortificata di Jaisalmer

Sono a Jaisalmer, la città d’oro della regione nord occidentale del Rajasthan, India del Nord. Incontro Mr. Jackie per caso: un bagaglio sporco di benzina, vestiti da buttare, la ricerca di qualcosa da indossare. E’ quasi l’ora di chiusura dei negozi, e io non ho rupie a sufficienza. Mr. Jackie sorride mettendomi un paio di pantaloni tra le mani: “Quello che manca lo porterai domani. Per dieci rupie io non sarò più povero e tu non sarai più ricca.” Il caldo è terrificante, il monsone si fa attendere e l’arrivo di poche gocce d’acqua provoca giubili inarrestabili. Al momento, però, il bestiame pascola dove fino a qualche anno fa c’era un piccolo lago. Cammino tra i vicoli polverosi, destreggiandomi tra bambini e vitelli sotto l’occhio benevolo dei mille Ganesh che ornano le strade. Sono stordita da un viaggio lungo e avventuroso attraverso il deserto del Thar, dalla bellezza intensa di questo luogo che si accende di liquido fuoco giallo al tramonto e da un unico, dominante pensiero: dormire.

Mr. Jackie e le due sorelle e mezzo

Ragazze di Jaisalmer

Ragazze di Jaisalmer

Jaisalmer il giorno dopo. E’ ancora presto ma il caldo è già soffocante. Pioggia neanche a parlarne e il cielo è di nuovo di un azzurro che rende ciechi. Arrivo tra le viuzze percorse ieri, sto cercando il negozio-bottega di Mr. Jackie. Noto piccoli gruppi di ragazze che si muovono compatte, eleganti nei “saree” e nei “salwar kamez” colorati. Le guardo con vaga curiosità, intenta come sono a cercare la via giusta tra queste stradine che mi sembrano tutte uguali. In un angolo un ragazzo gioca con un vitello tenendolo a distanza per le corna; immagino la stessa scena a Milano, e mi scappa da ridere.
Finalmente, dopo qualche giro a vuoto, riconosco la mercanzia del mio creditore che mi accoglie sorridendo: “namaste”, buongiorno. Saldo il mio debito e rimango a chiacchierare un po’ con lui, che mi racconta di sé, della sua famiglia, delle sue sorelle. “Ne ho due, vedi. Cioè, i braccialetti sono tre, ma il terzo è di un’amica che mi dice sempre che sono come un fratello per lei” e mi tende un braccio. Guardo interdetta il polso destro, cui sono legati tre fili colorati con una specie di piccola coccarda luccicante e la mia perplessità deve essere evidente perché il ragazzo mi chiede se non so nulla della festa che si celebra oggi. Confermo: non so nulla. “Oggi festeggiamo Raksha Bandhan”, mi dice,“la festa dei fratelli e delle sorelle, che prevede un bagno rituale all’alba, l’offerta di riso ed erba “durva” agli dei”. Mi metto comoda tra tappeti e stoffe, un bastoncino d’incenso brucia da qualche parte, un venditore di “chai” lascia due bicchieri di metallo colmi del liquido bollente e profumato di cardamomo. Pare sia andata così.

Rakhi, legame di fratellanza

Tempio gianista

Tempio gianista

Si narra nelle “Bhavishyan Puran” che Indrani, salutando il marito Indra signore dei cieli che andava a combattere i demoni, gli legasse al polso un filo intessuto d’oro per proteggerlo in battaglia dai nemici. Essi furono sconfitti e il dio tornò vittorioso dalla moglie. Quel talismano assunse così un significato universale d’amore e protezione, che le donne rajput offrivano ai soldati in guerra perché fossero protetti e nulla li separasse da una gloriosa vittoria.
Un giorno, poi, la maharani Karmavati principessa di Mewar, si vide insidiata dal governatore Bahadur Shah, che tentava di usurparle il trono. Priva di sostegni maschili, la donna si rivolse allora all’imperatore moghul Humayun inviandogli un “rakhi” e questi non si sottrasse alla richiesta d’aiuto. Lui, musulmano, armò il proprio esercito e sconfisse l’usurpatore, restituendo il regno alla giovane principessa indù. Secoli dopo Tagore racconterà questo episodio come segno di fratellanza e amore tra civiltà e religioni differenti. Anche nel sud dell’India si celebra Raksha Bandhan, conosciuta come “Narial Poornima” o anche “Coconut Full Moon”. Lungo le infinite spiagge di Mumbay, nel plenilunio tra agosto e settembre, la gente si raduna a salutare la fine del monsone offrendo cocco al mare e a Varuna, suo dio. Quando esco di nuovo in strada, osservo attentamente ogni maschio che incontro e noto immediatamente i fili colorati: viola, rossi, verdi e gialli, brillanti d’oro e d’argento. Possono essere uomini anziani o bambini di pochi anni, non c’è differenza; se hanno una o più sorelle si vede dal polso, da quei piccoli segni di affetto e devozione cui avranno risposto con un regalo e con la promessa di prendersi cura di loro per sempre.

Un’europea per sorella

Bambini con rakhi ai polsi

Bambini con rakhi ai polsi

Nel sole impietoso che cuoce ogni ombra raggiungo le mura di Jaisalmer. Lo sguardo si spinge tutt’intorno, sulle casupole che si ammassano appena fuori dal centro fortificato, sulle rade macchie di boscaglia, sul deserto giallo e misterioso. Come sempre la presenza di un occidentale non passa inosservata e dopo pochi minuti sono circondata da alcuni ragazzini divisi tra il desiderio di parlarmi e il timore di avvicinarmi. Sorrido e immediatamente mi sono addosso: vogliono vedere la macchina fotografica, sapere se ho penne o caramelle. Anche loro portano legati al polso i braccialetti rituali di Raksha Bandhan; li indico e chiedo loro di raccontarmi delle loro sorelle. In un cicaleccio assordante un piccoletto particolarmente ardito si slaccia uno dei fili, e insiste perché lo prenda io. Fatico non poco a rifiutare, ma finalmente mi riesce di riannodare la coccarda dorata sul piccolo polso. Il ragazzino mi guarda, fa un gran sorriso e scappa via, verso una donna che risale spedita lungo un viottolo. Ridono anche gli altri bambini e io mi sento un po’ stupida perché sono l’unica che non ha capito nulla di quello che sta succedendo. Guardo interrogativa il ragazzo che mi accompagna nel mio peregrinare, un giovane che si è offerto come guida alle porte del paese e mi ha condotto nelle splendide “haveli” di Jaisalmer, su fino alle mura su cui siamo adesso. Sta sorridendo anche lui, perché – mi spiega – il ragazzino che è corso via stava gridando alla madre di avere un’altra sorella. Che sarei io. La mamma mi guarda da lontano e ride divertita. Nei contorni tremolanti dentro la calura del giorno, quella risata fresca suona limpida. Sa di madre. Inspiegabilmente, mi sento a casa.

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