Domenica 6 Aprile 2025 - Anno XXIII

Serra da Capivara, culla dell’uomo

Serra da Capivara foto- Diego Rego Monteiro

Asini e cani che vagolano sulla pista d’atterraggio. Bambini che aspettano i ricchi dal cielo. Una terra arida e la meraviglia di oltre settecento cinquanta rupestri. Tra le dune del “certao” e la serra, le emozioni del passato

Parco Nazionale di Serra da Capivara
Parco Nazionale di Serra da Capivara

Che Serra da Capivara sia un luogo speciale lo si capisce all’istante. A cominciare dalla pista del pittoresco comune di Sao Raimundo Nonato, sulla quale atterrano i Piper provenienti dall’aeroporto di Teresina: cinquanta metri d’asfalto che interrompono una distesa brulla, punteggiata da cani e asini selvatici che riposano stravaccati, i sensi tesi a carpire refoli di frescura.
Per proseguire con i volti di chi vive questa terra, aspra e selvaggia, dove la scansione del tempo sembra rallentata e il presente corrisponde al nostro passato. Un luogo onirico la Serra da Capivara, che custodisce un segreto lungo milioni di anni. Un segreto che è insieme un’origine: quella dell’uomo.

Tra “certao” e “caatinga”
Le gole profonde del parco foto Otávio Nogueira
Le gole profonde del parco – foto Otávio Nogueira

Al centro di quello che è stato nominato “poligono dell’aridità”, la caatinga si mescola alla savana. Qui, dove l’impatto delle irregolarità climatiche del nordest è reso più violento, esiste una frontiera geologica, punto di incontro tra una catena di monti ininterrotta e la depressione periferica del Sao Francisco, il più grande fiume del Nordeste. Lo scontro di queste due formazioni è marcato da una sequenza di pareti verticali di rara bellezza che racchiudono, con le loro propaggini, un parco dell’estensione di tredicimila ettari nel bacino sedimentato a cavallo delle regioni del Maranhão e del Piauì.
La Serra da Capivara è emersa dalle profondità degli abissi ventidue milioni e mezzo di anni fa, formando una catena di valli e grotte, dai profili accidentati, disegnati da un’arenaria scolpita dall’acqua ed erosa dal vento. Oggi il clima di questa regione è prevalentemente arido anche se, tra Marzo e Aprile, si assiste ad una metamorfosi di proporzioni bibliche.

La Serra da Capivara nel periodo delle piogge
La Serra nel periodo delle piogge – foto Diego Rego Monteiro

Un considerevole volume d’acqua si riversa, allora, sul suolo con una forza tale da causare frane e smottamenti. I torrenti trasformano le gole delle valli in letti di fiume nei quali l’acqua si scarica con tale violenza da strappare alberi, arbusti e tutto ciò che si frappone lungo il percorso. Nel periodo delle piogge la natura esplode: la foresta si veste di verde e profuma degli aromi esuberanti tipici dei tropici.
Per un periodo breve, però: le piogge, come una crisalide, si consumano nell’arco di un mese. Allo scadere, ogni cosa torna ad essere ciò che era: la vita rallenta i ritmi per gli animali e si spegne per la flora. La Serra torna ad indossare i colori lunari della caatinga e dove prima era verde ora vi sono solo spine e radici, protese verso il cielo nella spasmodica ricerca d’acqua.

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Mutazioni antiche
I colori lunari della caatinga
I colori lunari della caatinga

Eppure non è sempre stato così. Il processo di diminuzione delle piogge è cominciato novemila anni fa con il cambiamento progressivo dei venti e delle correnti marine, durante il passaggio dal Pleistocene all’Olocene. La vegetazione fu la prima a dover sottostare a queste variazioni climatiche, accettando l’unica opzione possibile: l’adattamento. Così le foglie divennero spine dando vita alla caatinga, un nuovo tipo di flora che, una volta all’anno si sveglia offrendo il mutamento di un paesaggio, agli albori del processo di desertificazione. A dispetto delle apparenze, la caatinga brulica di una fauna variegata; ad offrire una colonna sonora continua, oltre duecento specie di uccelli, dal colibrì all’aquila del Chili.
La Falaise des Hirondelles è un rifugio per migliaia di rondini. Ogni mattina, sul fare dell’alba, stormi infiniti lasciano una fessura stretta tra due canyon dove fanno ritorno al tramonto. Non solo: il certao è il regno dei mocò, curiosi roditori domiciliati nei siti archeologici, di formichieri giganti e di armadilli, di cui si contano cinque diverse specie. Primati, cinghiali e giaguari completano il corollario dei residenti del parco.

Serra da Capivara, 1963: l’intuizione in una fotografia
Serra da Capivara pitture rupestri
Serra da Capivara pitture rupestri

Era il 1963 quando l’allora sindaco della Città di Sao Paulo mostrò all’allora titolare della cattedra di archeologia presso l’università della Sorbona a Parigi, Niede Guidon, l’istantanea di un rupestre inciso su una parete della Serra de Capivara. L’archeologa capì immediatamente la portata della scoperta, ma una prima spedizione condotta nell’Aprile dello stesso anno naufragò nelle piene del certao. Passarono le stagioni senza che la Guidon riuscisse a rimuovere dalla memoria l’immagine di quel cavallo stilizzato impresso sulla pellicola. Solo nel Sessantotto, anno in cui i giorni erano scanditi dal progresso e dalla contestazione, la Guidon tornò a ripercorrere i dirupi della Serra. Lo spettacolo fu davvero emozionante, al punto che, ancora oggi, Niede si commuove raccontando questa storia. Dopo un lungo percorso a piedi raggiunse la Toca della Pedra Furada e il panorama che si svelò offrì lo spettacolo di oltre duecento siti archeologici; anche se questo avrebbe rappresentato un semplice assaggio. Da allora, ogni spedizione portò a nuove scoperte, fino al 1978, anno in cui si raggiunse la cifra di settecentocinquantanove siti archeologici per un totale di ben settemila dipinti rupestri. Le spedizioni cominciarono a vantare sempre più partecipanti, provenienti da tutte le parti del mondo. Pionieri di quella che con il tempo sarebbe diventata un’equipe di studiosi a tutti gli effetti. Mancava una sola cosa: dare una storia ai frammenti di passato che avevano tra le mani.

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L’origine dell’uomo
La Serra vanta i dipinti più antichi
La Serra vanta i dipinti più antichi

Anche perché era evidente che i reperti, al di là del numero cospicuo, appartenessero alla notte dei tempi. Questi mostrarono che nello stato del Piauì vivevano comunità di ominidi tra le più antiche dell’America. A dispetto della teoria sull’origine dell’uomo. Questa si basava sull’esodo, datato quarantamila anni fa, delle prime comunità di homo sapiens, che attraverso lo stretto di Bering avrebbero colonizzato il nord America per raggiungere, solo in un secondo tempo, la parte sud del continente. Sebbene le datazioni effettuate con il metodo del carbonio 14 su reperti umani ritrovati nel Parco (risalgono a cinquantottomila anni fa) siano le più antiche nel panorama americano, non lo sono però a livello mondiale. Nonostante ciò, il Parco Nazionale della Serra della Capivara detiene comunque un record: relativo al più antico dipinto rupestre datato fin ad oggi. La notizia è fresca di stampa: ufficializzata lo scorso 29 Aprile nel contesto di un congresso mondiale. La datazione è stata effettuata, in questo caso, con il metodo della termoluminescenza per via indiretta. Ossia, attraverso l’analisi di oggetti ritrovati in prossimità delle pitture stesse. La pittura in questione era ricoperta da uno spesso strato di calcite stratificata in epoca successiva all’esecuzione della stessa da parte dell’uomo. Eseguita dall’Università di São Paulo in collaborazione tecnica con l’Università di Osaka in Giappone, la termoluminescenza ha evidenziato che la calcite vantava oltre quarantamila anni. Per conseguenza, il dipinto circa ottomila di più. La notizia rivoluzionerebbe il panorama sulle pitture rupestri. Infatti, ad oggi i graffiti più antichi si trovano in Francia tra Lascaux e la Ferraise che, pur vantando una datazione di trentasettemila anni non potrebbe competere con i quarantottomila del dipinto della Serra da Capivara.

Una “pinacoteca” d’antan
Rupestri a Toca da Pedra Furada foto-Otávio Nogueira
Rupestri a Toca da Pedra Furada foto-Otávio Nogueira

Primato o meno di datazione, i rupestri della Serra de Capivana sono eccezionali per il numero e la varietà con cui si differenziano dai cugini francesi. Classificati in due categorie: i nordeste e gli agreste, a seconda della presenza o meno della rappresentazione umana. La tradizione nordeste mostra raffigurazioni antropomorfe e zoomorfe e la sua genesi coinciderebbe con l’Olocene, periodo in cui i mutamenti climatici portarono ad un sovvertimento delle condizioni di vita nella regione. Risalgono invece al Pleistocene frammenti scoperti nelle zone limitrofe alla Toca da Pedra Furada, che testimonierebbero la presenza di comunità umane già ventinovemila anni fa. Più giovane la tradizione agreste, le cui pitture si trovano spesso sovrapposte a quelle del Nordeste. Ricerche archeologiche lasciano pensare che il luogo d’origine sia il bacino del Fiume Saõ Francisco. A questa tradizione appartengono pitture di taglia superiore a quelle del nordeste, anche se le rappresentazioni oniriche e stilizzate giocano a discapito del contenuto delle pitture stesse.

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I padroni della Serra da Capivara
Museu do homem americano
Museu do Homem Americano

I rupestri non sono gli unici reperti figli della preistoria che i labirinti della Serra custodiscono. Fossili di smilodonti, le terribili tigri dai denti a sciabola, i cui canini raggiungevano i venti centimetri di lunghezza, sono stati trovati poco distante dagli insediamenti umani. Priodonti giganti, antenati degli attuali armadilli, popolavano le distese della Serra fino al momento della loro estinzione avvenuta novemila anni fa. Sezioni del guscio del tanker preistorico sono conservati oggi nelle celle frigorifere dell’archivio del Museo Du Homen Americano. Anche se i reperti che più di tutti spiccano appartengono ad uno dei giganti della preistoria: l’Eremotherium Laurillandi. Predecessore del nostro bradipo, l’Eremotherium viveva in luoghi umidi come la Pampas argentina o il Pantanal brasiliano. A conferma del fatto che un tempo il clima della sierra era ricco di precipitazioni. Gigante buono, questo ungulato i cui artigli superavano in lunghezza quella di un avambraccio, pesava quanto un mammuth. Una testa piccola sovrastava il corpo possente che, pur superando i sei metri d’altezza, non riuscì a sopravvivere alla furia dei mutamenti climatici. Comunità di ominidi che siglarono due filoni di rupestri, un mutamento climatico rivoluzionario che trasformò una foresta amazzonica nella caardinga, l’estinzione dei giganteschi Eremotherium e dei temutissimi smilodon: il tutto conservato su una superficie di tredicimila ettari.
Dove il passato si aggira vestito da presente e cani si ristorano transitando su una pista dove atterrano minuscoli Piper. Un luogo magico, da vedere almeno una volta nella vita. Nel cuore che pulsa del Nordeste di un stato che è un microcosmo.
Un pianeta chiamato Brasile.

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