Lunedì 24 Febbraio 2020 - Anno XVIII
Nei caldi mari del Caribe venezuelano

Nei caldi mari del Caribe venezuelano

Vasto tre volte l’Italia, importante destinazione per le bellezze naturali che presenta, il Venezuela – paese tropicale tra le Ande e i Caraibi – è tuttora parzialmente da scoprire, con luoghi da conoscere, non meno numerosi di quelli già noti

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Un “peñero”, tipica imbarcazione del posto, nel mare di cristallo intorno all’Isla de la Tortuga

I luoghi “noti” non sono per l’appunto molti, se si tiene conto che un sommario elenco delle località turisticamente affermate si limita (oltre alla capitale Caracas, città non bellissima se confrontata con altre capitali dell’America Latina) all’arcinota Isla Margarita, all’arcipelago de Los Roques nel – per dirla in “castellano” – Mar Caribe e alla vasta (diciottomila chilometri quadrati) regione della Gran Sabana, a sud dell’Orinoco, con il Parco Nazionale di Canaima, Patrimonio dell’Umanità, comprendente la celeberrima, quasi chilometrica cascata, nota come Salto Angel (niente a che vedere con la creatura paradisiaca, trattandosi più semplicemente del cognome dello scopritore yankee che arditamente vi atterrò sulla sommità con un idrovolante).

E datosi che la curiosità va sempre appagata, per saperne di più su posti se non nuovi almeno poco noti, niente di meglio di un sopralluogo lungo la costa orientale venezuelana e alle isole antistanti. Si è pertanto volato da Caracas a Barcelona, capitale dello Stato di Anzoàtegui (poco più di quarantatremila chilometri quadri, più vasto di Lombardia e Veneto) ispezionata la Laguna del fiume Unare e proseguito la navigazione nelle isole scoperte più di cinque secoli fa da Amerigo Vespucci e Alonso de Ojeda; più esattamente, quelle attualmente comprese nel Parque Nacional Mochima e la sperduta, semideserta Isla de la Tortuga.

Barcelona, nuova vita col turismo nelle isole

Barcelona caraibica
Barcelona caraibica

Fondata nel 1671 da colonizzatori catalani mediante l’unificazione di due villaggi (Cristobal de Cumanagoto e Cerro Nuevo) Barcelona divenne omonima della capitale della Catalunya secondo l’usanza dei Conquistadores e dei loro successori di dare il nome delle località d’origine a “ciudades” e “pueblos” edificati nel Nuovo Mondo (nel Centro e Sud America non si contano le Merida, Trujillo, Santa Cruz, Granada, Santa Fe eccetera).

La città sonnecchiò per quasi un secolo e mezzo, per divenire, nel primo ventennio dell’Ottocento – contestualmente alle altre future repubbliche ispano americane – uno dei fulcri dell’indipendentismo “criollo” in lotta contro l’ormai logoro Impero spagnolo. Sul Morro (promontorio con fortezza, comune in tante località di mare) di Barcelona, non poteva pertanto non aver combattuto il Libertador del Venezuela, Simòn Bolìvar (nel cui solco l’attuale “Comandante” del Paese, Hugo Chavez, ha creato un inedito quanto indefinito Socialismo Bolivariano).

Dopo una certa importanza raggiunta nei decenni successivi all’indipendenza (di quel periodo alcuni pregevoli edifici coloniali) Barcelona ricadde nell’anonimato fin quando, dalla seconda parte del secolo scorso, condivise le fortune delle poco distanti Puerto la Cruz (notevole porto, non solo petrolifero e punto di partenza dei traghetti per l’Isla Margarita) Lecherìa (riccotte urbanizzazioni residenziali acquatiche che pertanto è chic chiamare “Marine”) e l’anonima Guanta, per un’area urbana abitata da più di 800mila abitanti, la più popolata del Venezuela orientale.

Rio Unare, paradiso dei volatili

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Un “corocoro rojo” sulle rive dell’Unare

Più che l’architettura e la storia è, però, la natura nelle sue varie apparizioni ad attrarre chi visita questo Stato della Republica Bolivariana (in cui la massiccia immigrazione italiana è curiosamente pari a quella araba, con una presenza pressoché identica di musulmani e cristiani provenienti da Siria e Libano). Se si parla ad esempio di “fauna avicola”, delle 9.200 specie di uccelli esistenti nel mondo, ben 1.382 sono presenti nel Venezuela (il 50% delle specie esistenti nel Sud America, il continente dei volatili). Per ammirare tanto tesoro pennuto (145 le specie, la maggior parte golosamente attratta dai gamberetti pescati in generosa quantità) si esplorano i 4.700 ettari navigabili della laguna formata dal Rio Unare, una quarantina di chilometri a ovest di Barcelona.

Eleganti nella livrea bianca gli aironi, e non mancano quelli cinerini; non si contano i cormorani e i flamencos (fenicotteri rosa); il martin pescatore sfreccia con un canto dal volume impensabile se rapportato alla poca stazza, tanti i tipi di falco marittimo, si avvista anche l’aquila pescatrice e inquieta il disonesto comportamento della fregata la quale sorvola i poveri gabbiani che stanno portando il cibo alla prole, scende in picchiata, li scrolla fino a farne vomitare il pasto destinato ai bebè e proseguendo la picchiata ingoia il maltolto: una vera e propria rapina volante, per la curiosità e l’indignazione del viaggiatore.

Altrettanta ma più pacata emozione è provata alla vista (rara e ancor più difficile risulta fotografarlo trattandosi di uccello “huidizo”, che scappa via facilmente) del corocoro colorado, un trampoliere di medie dimensioni che si differenzia da quello “blanco” per lo splendido color rosso vivo del piumaggio (motivo della importante diversità, l’alimentazione: il blanco mangia i pesci, il colorado si ciba avidamente di gamberetti e soprattutto granchi).

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