Colline emiliane-romagnole: delizie pluriennali

Dopodiché, spostatomi a est per motivi non solo gastronomici ma pure sentimentali, conobbi l’Erbazzone ‘arzàn’ (in dialetto di Reggio Emilia) e nel giro di pochi chilometri eccomi – bella la zona di Serramazzoni e Pavullo nel Frignano – a gustare le Tigelle modenesi (un evviva al macrobiotico battuto di lardo e rosmarino che le accompagna). Le colline dolcemente proteggenti Bologna costituirono invece una mia frequente mèta in occasione della mattanza del maiale (in ‘arzàn’/reggiano il ‘nimèl’, l’animale per antonomasia nel senso che del brianzolo/‘purscèl’ non si buttavia nulla). E in Romagna laddove già si sente il profumo di piadina e di mare, beh, lì gioco in casa.
Alla scoperta di quelle Piacentine

Sulle colline affacciate su Piacenza, invece, le mie visite nel tempo non furono abbondanti (forse non tanto per scarsità di interessi gastronomici quanto per assenza di morose in loco). Era il caso di approfondire. E l’occasione m’è giunta da un invito della “mè amìsa” Adriana, milanese in fuga dall’asfalto, e da un cartellone letto nella periferia di Piacenza vicino a una trattoria per camionisti (ahh… non credete alla balla che in queste mangiatoie si mangia bene e si spende poco, più semplicemente i camionisti si fermano laddove c’è comodo posto per mollare i bestioni in cui campano).
L’insegna pubblicitaria invitava a una Festa del Tortello in un posto chiamato Vigolzone. E lì andai, un martedì pomeriggio di fine luglio, quando tutto faceva pensare che a mangiare tortelli, con quel caldo, ci si sarebbe trovati in pochi intimi (che il becerume avrebbe anche definito sfigati, in contrapposizione a quei fortunati assenti finiti al mare ammassati in una giungla di fittissimi ombrelloni tra bimbi rompicoglioni con secchiello e paletta, zompanti su rovente sabbia tipo carboni ardenti, ma certe leggende sono dure a morire).






