Sabato 20 Luglio 2024 - Anno XXII

Cinematografo di pensieri

Viaggiare per conoscere e capire, si dice ad ogni piè sospinto. Ma è poi vero? Non è forse lecito lasciare ad ognuno la libertà di muoversi in qualsivoglia contesto materiale e onirico, dandogli il diritto finale di collocare l’esperienza del “viaggio” come meglio gli aggrada?

Cinematografo di pensieri

Ho visto talmente tante cose che a volte non mi ricordo che cosa esattamente ho visto, né dove, e spesso arrivo a chiedermi se quel ricordo corrisponda a una mia esperienza o a quella di qualcun altro. Capita anche a voi? Credo sia per via della sovraesposizione alle immagini alla quale siamo sottoposti. Panorami, cattedrali, palazzi, isole, mari, montagne, laghi, con persone o senza. E che è? Migliaia di foto, milioni, miliardi. Anche quando si è stanchi di ciò che ci turbina intorno e si desidera qualcosa di spoglio ed essenziale, si finisce per cercare sempre un’immagine. Alternativa, ma sempre figurativa. Anche quando si riflette, non si fa altro che passare in rassegna un cinematografo dei propri pensieri. A colori. Imprimiamo su vari supporti i posti che vediamo più o meno di persona e finiamo per mischiarli tutti.

Mete primarie e secondarie

Cinematografo di pensieri

Mi capita spesso di parlare con persone che hanno visto mezzo mondo e non lo sanno distinguere dall’altra metà. Più spesso mi succede di sentire racconti rapiti di luoghi che hanno un nome, ma potrebbero benissimo averne un altro, perché nella mente di chi li ha visti hanno lasciato un sentimento indistinto, e non per difetto del sito, bensì per distrazione del fruitore. Allora cosa sei andato a fare, lì, se non hai capito niente? La passione per il viaggio a volte è così, che si finisce per privilegiare il movimento e l’insieme di cose che costituiscono il piacevole contorno a svantaggio della cosa che si va a trovare, la quale resta in secondo piano, poverina.

Comunque, sempre mete da cercare

Cinematografo di pensieri

Un tempo lo ritenevo un peccato mortale, invece ultimamente no. Chi sono io per sapere se è meglio il tragitto o la meta raggiunta? Va bene anche così, vanno bene questi diversi stadi e approcci al viaggio. L’importante è non raggiungere il penultimo e l’ultimo stadio. Il penultimo è la visione fredda e circostanziata di tutto, come se viaggiare fosse un intervento chirurgico, una dissezione impartecipe e anaffettiva. L’ultimo è lo smettere di cercare, di sentire quello spirito di ansia, di mancanza e di desiderio di ricerca che spinge a mettere lo spazzolino e il dentifricio nella valigia e a partire. Viaggiare, con tutti gli errori di interpretazione che si fanno e che sono impliciti nell’andare, è essenzialmente questo.

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