Mercoledì 15 Luglio 2020 - Anno XVIII
A quattro chilometri l’ora, pellegrini verso Santiago

A quattro chilometri l’ora, pellegrini verso Santiago

La giornalista francese Alix de Saint-André racconta la sua personalissima avventura lungo il cammino più famoso d’Europa nel libro “Avanti, in cammino!”,Terre di Mezzo editore. Un diario di viaggio ironico e appassionato

 

Il 14 luglio 2003, mia cugina Cricri e io eravamo a Saint- Jean-Pied-de-Port, un tipico villaggio dei Paesi Baschi, sedute a tavola davanti a una tipica tovaglia a quadretti rossi e bianchi, trangugiando formaggio e prosciutto tipici con un bicchiere di vino rosso anch’esso tipico, nel tardo pomeriggio, sotto la minaccia di un temporale di montagna, molto scuro ma quasi tiepido.

 

Ero ai piedi del muro. Di un grande muro chiamato Pirenei. Cricri conosceva molto bene il cammino di Compostela; aveva fatto diversi reportage sul tema. Io non conoscevo nemmeno l’itinerario. Fumavo tre pacchetti di sigarette al giorno da venticinque anni e, per dirla come Florence, entravo fin dentro i ristoranti con la mia auto.

 

Non mi ero per niente preparata. Nessun allenamento. Né sportivo né geografico. E non avevo neanche ansie: il percorso era segnalato e c’era un sacco di gente. Mi sarebbe bastato seguire gli altri. Al mio ritmo. Non era granche complicato. Faticoso, forse; impegnativo, ma non difficile. Cricri mi offri un coltello; le diedi in cambio una moneta (come si usa, per non tagliare i rapporti), e lei se ne andò.

 

Comprai un bastone con la punta metallica, il cosiddetto bordone. Dev’essere leggero, mi aveva raccomandato Cricri. Questo era leggero, di legno chiaro, dritto, con un cinturino di cuoio. In alto, il disegno di una edelweiss incisa a fuoco con sopra l’iscrizione “Paesi Baschi” era piu da turista che da pellegrino. Non molto professionale. Ma il negoziante mi assicurò che sarebbe andato bene. Primo giorno Subito, un tratto ripido. E più presto che presto, l’aria è calda e umida come a Bombay durante i monsoni, e si sale. Siamo su una strada asfaltata, per autoveicoli, dura sotto i piedi! Grigia e anonima.

 

Speriamo che la campagna, almeno, sia bella. Non appena saremo liberati dal nuvolone che ci avvolge lo scopriremo. Per il momento, bagno di vapore. Ho seguito gli altri, come previsto. Mi sono alzata in piena notte, per preparare lo zaino a tastoni nel dormitorio. Nei rifugi la sveglia suona alle sei ma tutti si alzano prima dell’alba. Perché? Mistero. Fin d’ora so una cosa: nel buio, ho perso i miei sandali di gomma, del tipo da surf, da mettere la sera. So anche un’altra cosa: non farò marcia indietro per andare a riprenderli!

La copertina del libro di Alix de Saint-André
La copertina del libro di Alix de Saint-André

Cammino dietro a una giovane coppia di fidanzati cattolici. Di quelli veri. Al di la dell’immaginabile. Corti su gambe muscolose sotto gli short di cotone. Molto scout anni Cinquanta. Sono venuti a piedi da Bordeaux. Dev’essercene una riserva, laggiù. Gentili, educati, sorridenti: odio i cattolici, soprattutto la mattina. Mi danno del lei e non sanno ancora quando si sposeranno. Per il momento, sono contenti così: un lungo viaggio di non-nozze in letti a castello!

 

Davanti a me cammina un prete con i capelli rossi. L’ho visto a colazione. In clergyman con un colletto alla romana, il tutto sintetico e molto luccicante, armato di un bastone da antiquario, enorme, scolpito, degno degli artigiani del Secondo Impero. Una settimana all’anno lascia la sua parrocchia di periferia per il cammino di san Giacomo. Respirare, dice. Sudare, questo e certo. Ha le guance rosa confetto. Il nuvolone si dissolve, e compaiono le mucche. Rettangolari, con begli occhi scuri e melanconici sotto le lunghe ciglia. Un pittore un giorno mi ha spiegato perché le giumente hanno l’occhio cosi allegro, mentre quello delle mucche è cosi triste: non sono cose da raccontare a dei fidanzati cattolici. Molto presto, si soffre.

 

Fanno male le gambe, le spalle, la schiena. Si sale e si soffre. Non ce la farò mai da sola. Senza la minima preparazione fisica non posso che affidarmi alle forze dello Spirito. Come nel Medioevo. Batto il terreno con il bastone a colpi di Ave Maria, come un mantra. Un’Ave Maria per papà, una per la mamma; una cucchiaiata di preghiere, una decina per ogni persona, e avanti! O la va o la spacca. Che Dio ce la mandi buona! come si dice. Ma per davvero. In tre dimensioni. Come niente fosse, e ti dà un ritmo, favorisce la concentrazione. Aiuta. Funziona. Mi sembra di trascinarmi dietro un’intera tribu, di vivi e di morti, i loro volti appuntati su un lungo mantello svolazzante alle cinghie del mio zaino. Un sacco di gente. Mi superano allegramente.

 

Cinque giovani spagnoli, sbracati e chiacchieroni. Quattro ragazze dell’Est, croate, che procedono spedite, austere. Due svizzere tedesche, deliziose, armate di bastoni alti e nodosi come alberi. Anche dei veri marciatori, equipaggiati quasi come per l’Everest. E un disabile. Alto e magro, cammina a scatti. Procede di sbieco, rallenta, e si ferma. Una donna lo segue a distanza trotterellando con una borsa di viveri; lo raggiunge e sembra sospingerlo come uno yo-yo; lui riparte a tutta velocità, sempre di traverso. Strana coppia.

Quando arrivo alla sua altezza, è quasi fermo, poi mi viene dietro passo a passo, meccanicamente. Lo saluto; balbetta alcune parole biascicando. La donna ci raggiunge. Mi rimprovera perché gli parlo. Non dovrei. Lui la chiama “mamma”, ma non è sua madre, è un’educatrice. Lui è giovane, ma certo non più un bambino. Lei dice che gli piace camminare; lui dice che vuole mangiare. Cosa sperano? Compostela non è Lourdes. Non so chi è il piu strano, se lei o lui. Dopo le mucche, i cavalli. Molto docili, liberi sulla strada, mi annusano con le loro narici setose. E persone che vanno a spasso perché è tempo di vacanze, quelle vere, dopo il 14 luglio. Cicloturisti, famiglie che fanno il picnic. Un altro mondo.

 

Percorriamo la stessa strada, ma noi siamo altrove, in un’avventura che non è la loro e che guardano passare senza invidia. Anch’io ho giocato all’aquilone con il piccolo Jean-Baptiste sull’altopiano del Benou, vicinissimo a qui, in una di quelle belle domeniche che non si vorrebbe mai diventassero lunedi. Potrei essere dei loro. Lo sono gia stata. In cima, supero gli altri, che si sono fermati per mangiare. Mi incoraggiano, il che mi infastidisce. Mi fermo alla fontana di Rolando. Mi raggiungono tutti: i fidanzati, il mio disabile con la finta mamma, le due svizzere più alcuni inglesi che mangiano patè di fegato. E leggo, inciso nella pietra: “Santiago de Compostela 765 km”. Assurdo! Ho le traveggole! Non sapevano contare una volta? Saranno 400 al massimo… Chiedo agli altri. Ridono; credono che stia scherzando… Ma no, più o meno è la distanza giusta.

 

Una doccia di disperazione mi piomba sulla testa. Impossibile, non ce la farò mai, è interminabile, non se ne vede la fine, anche in auto, sarebbe troppo lungo. Troppo troppo lungo. Non lo sapevo. Avrei potuto far finta di niente, almeno! I fidanzatini sorridono, mi dicono qualcosa del tipo: le più grandi imprese sono iniziate da un piccolo passo. Basta mettere un piede davanti all’altro e ricominciare. Sì…

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