Lunedì 24 Gennaio 2022 - Anno XX
Leonardo, da Firenze a Milano

Leonardo, da Firenze a Milano

Il genio del Rinascimento, Leonardo da Vinci, arriva a Milano la prima volta nel 1482. Ha trent’anni e una lettera di presentazione per il signore della città, Ludovico il Moro. Vuole fare fortuna e a tanta voglia di mettersi in gioco. Il libro di Marina Migliavacca “Leonardo – il genio che inventò Milano”, edito da Garzanti, narra come il talento di Leonardo ha plasmato Milano. Mondointasca vi presenta il capitolo “Da Firenze a Milano”

Il Naviglio di Leonardo Da Vinci, Milano
Il Naviglio di Leonardo Da Vinci, Milano

Anche se si è bravi, anzi bravissimi, è importante sapersi vendere. E il forestiero di bell’aspetto che si avvicinava a Milano in una indefinita giornata del 1482 e l’aveva ben chiaro in mente. (…)
Così Leonardo si mette in viaggio verso nord a cercare miglior fortuna. Quanto agli altri frequentatori della cerchia del Verrocchio, Sandro Botticelli, Pietro Perugino, Domenico Ghirlandaio, i Della Robbia, concentrati sulle arti visuali, hanno già ricevuto commissioni importanti dal Magnifico e hanno già trovato in qualche modo la loro strada: per esempio, Sandro in quegli anni sta definendo la sua Primavera, e con gli altri della bottega è stato chiamato a Roma a lavorare alla Cappella Sistina.
Una osservazione legata ai nomi degli artisti che ricorreranno spesso nelle nostre pagine, colleghi, amici, conoscenti o anche rivali di Leonardo. Se ci parlano di Alessandro Filipepi, diciamo che non l’abbiamo mai sentito nominare, ma se ci dicono Sandro Botticelli la cosa cambia. I pittori sono passati alla storia ben raramente con il loro vero nome; di solito li conosciamo con un nome d’arte anche buffo, che ha a che vedere con una loro caratteristica fisica (il Pinturicchio), o caratteriale (Masaccio), con un grado di parentela (il Vecchio, il Giovane), con un diminutivo per distinguere da un omonimo (Filippino e Filippo), col mestiere di famiglia (il Ghirlandaio) o col loro luogo di provenienza (il Perugino) o ancora col primo maestro che li aveva formati (il Verrocchio). Leonardo, forse perché il suo cognome era già anche il suo luogo di provenienza, non ebbe mai nomignoli e fu chiamato sempre e solo Leonardo, o Lionardo, da Vinci, o al massimo Vincio.

Cover “Leonardo” di Marina Migliavacca, © Garzanti, 240 pag. € 16,90
Cover “Leonardo” di Marina Migliavacca, © Garzanti, 240 pag. € 16,90

A questo proposito non si può fare a meno di notare che nella sua lettera di presentazione a Ludovico il Moro, Leonardo si guarda bene dal citare i lunghi anni passati dal Verrocchio, che pure sarebbero un buon biglietto da visita quanto meno per l’ultimo punto che riguarda le abilità pittoriche e scultoree, come se volesse davvero girare pagina. Il suo immenso talento è ancora in potenza. Sarà nella città sforzesca cinta dai Navigli che il maggior genio del rinascimento italiano potrà sbocciare, libero di vagare in tutti i campi dello scibile. Non si tratterà di una visita, un mordi e fuggi, un breve soggiorno: quasi vent’anni nella vita di un uomo non comune, dai trenta ai cinquanta, nel massimo splendore creativo. Ma tutto questo, naturalmente, Leonardo ancora non lo sa.
La vita di un artista, e quindi anche la vita di Leonardo, è uno splendido precariato cronico. Gioie e dolori dell’essere free lance, nell’accezione più antica del termine. Il modo di dire, vale la pena di ricordarlo, risale all’Ivanhoe di Walter Scott (e quindi al 1819) per descrivere quel cavaliere «mercenario» che di volta in volta mette la sua lancia (o spada) «libera» al servizio di un signore a sua scelta. Chissà se noi collaboratori free lance del terzo millennio ci siamo mai resi conto di usare un termine dal gusto tanto medievale.
La lancia (o il pennello, o la matita, o il compasso) di Leonardo sono affrancati dalla signoria di Lorenzo il Magnifico e possono scegliersi altri committenti, ammiratori, protettori. La condizione è quella di riuscire a guadagnarsi da vivere. Il dado è tratto.
Gli indaffarati milanesi che in quel giorno nel 1482 avranno lanciato uno sguardo incuriosito ai nuovi arrivati, i forestieri, rispondendo forse alle loro richieste di indicazioni stradali con quell’accento duro che sulle prime suonava così ostico a Leonardo, non sapevano di assistere all’inizio di un sodalizio storico. Nel rapporto di do ut des che si sarebbe presto intrecciato con la città e col duca, Leonardo avrebbe tirato fuori mille sfaccettature, dalle più frivole alle più serie. Maestro di cerimonie e ingegnere, architetto ed enigmista, favolista e inventore, pittore e costumista, chef e perfino vignaiolo, formalmente al servizio di Ludovico, in realtà pronto a sfruttare tutte le occasioni per imparare, sperimentare, innovare, ricercare.

La chiusa di Leonardo (Brera)
La chiusa di Leonardo (Brera)

Perché Leonardo non sarebbe stato lo stesso senza Milano e Milano non sarebbe la stessa senza Leonardo. Ma chi è il signore al servizio del quale il nostro vorrebbe mettere la sua «free lance»?
Caso vuole che Leonardo abbia esattamente la stessa età di Ludovico il Moro: sono entrambi del 1452, solo che lo Sforza è di fine luglio, nato sotto il segno del Leone, e quindi ha tre mesi di più. Il suo vero nome è Ludovico Mauro, che diventa Ludovico Maria per un voto fatto da Bianca Maria Visconti, madre sua e di altri sette tra figli e figlie avuti dal duca Francesco.
Perché lo chiamino il Moro è controverso. Forse perché si chiama Mauro, forse perché è molto scuro di capelli e anche di pelle, forse perché per i milanesi il gelso, un albero molto apprezzato e diffuso nelle campagne, che dà frutto presto e serve ad alimentare i bachi da seta, ha nome «moro» o «morone», e lui potrebbe averne fatti piantare parecchi. C’è anche chi fa riferimento alla sua impresa, cioè al suo stemma «personalizzato» (diciamo che oltre allo stemma di famiglia i singoli membri di maggior rilievo di una casata avevano una propria insegna esclusiva), che pare raffigurasse uno scudiero di colore che spazzola con uno scopino la veste di una nobildonna. Il senso simbolico dell’immagine doveva essere che il Moro in persona avrebbe ripulito l’Italia da ogni bruttura. Ambiziosetto, visto il periodo decisamente complesso, ma molto indicativo del personaggio.
A Ludovico (e al suo ego) comunque il soprannome fa gioco perché «Sforza» potrebbe essere chiunque, «duca» potrebbe (e soprattutto, ahinoi, dovrebbe) essere suo nipote Gian Galeazzo, ma Moro è solo lui, l’unico e inimitabile. È il quarto figlio di Bianca e di Francesco Sforza e viene descritto di intelligenza pronta, di fisico forte, agile danzatore, buon cavallerizzo, ottimo arciere, tombeur de femmes impenitente, esperto di moda e amante dei fasti. Non essendo il primogenito, nessuno all’inizio scommette su un ruolo da vero protagonista per lui; invece il destino, ma soprattutto la sua abilità nel tessere trame, lo condurranno lontano.

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