Martedì 17 Settembre 2019 - Anno XVII
Storia di una valigia abbandonata

Storia di una valigia abbandonata

Una vita di lavoro e di viaggi spesa in compagnia di una fedele amica: la valigia. Ma non una valigia qualunque, bensì proprio quella identificata da una marca e da un colore, riempita e svuotata migliaia di volte in ogni angolo della terra. Finché arriva, ineluttabile, il giorno dell’addio

Storia di una valigia 1La storia di una valigia abbandonata, la mia, comincia così. A Shanghai, l’addio, mercoledì 3 aprile 2013, l’altro ieri, nella stanza 1006 del Grand Central hotel di Shanghai, mi sono separato dalla mia vecchia valigia Samsonite nera, rigida, modello Saturn, con due ruote, una sbarra a molla di guida, comprata a Udine nel settembre del 1980. Dopo 33 anni e un lungo travaglio – un’indecisione durata qualche anno – ho programmato e compiuto l’abbandono. Ho scelto di usarla per il suo ultimo viaggio con destinazione Shanghai, dove sapevo che le avrei trovato una sostituta moderna e funzionale a poco prezzo. Così è stato. La mattina della partenza ho controllato che fosse completamente vuota, salvo la chiave delle due serrature e un nastro di tela grigia che usavo per fasciarla all’esterno, ormai logoro, recante il marchio dell’Hilton di Hong Kong, un vecchio hotel di lusso demolito perché con i suoi 20 piani era troppo basso; l’ho fotografata da varie angolature, poi l’ho deposta vicino al mobile del televisore, di fronte al letto, e l’ho salutata.

Storia di una valigia Hong_Kong_Hilton_HotelQuando sono sceso, elaborando il mio piccolo lutto, al banco in cui stavo pagando il conto è arrivata una telefonata e l’impiegato mi ha chiesto. “Ha tutti i bagagli con sé?”. Sì, ho risposto con naturalezza, guardando i miei due colli, la nuova valigia e la borsa a mano. “Ma c’è una valigia in camera – ha spiegato il giovane -: allora è rubbish, spazzatura?”. Ho annuito, ma quella parola, rubbish, spazzatura, usata per la mia Samsonite del 1980, mi ha aperto una ferita. Avevo sperato che l’abbandono in un albergo di un Paese in cui c’è ancora tanta povertà potesse assegnarle una nuova vita, non condannarla alla discarica; che un cameriere, o un idraulico, o un qualunque inserviente potesse appropriarsene, legittimamente, e farla diventare sua, usarla ancora. Invece l’indifferenza di quel “rubbish” mi è sembrata la sentenza più crudele.

Storia di una valigia valigia-2Panta rei”, anche per le valigie – Perché l’ho abbandonata? Soffriva, semplicemente, più che di vecchiaia, di obsolescenza. Aveva una misura media, ormai insufficiente per tanti viaggi. Quando l’ho comperata era grande, poi si è rimpicciolita nel tempo. O meglio: negli anni le necessità sono aumentate per tutti, e i bagagli hanno dovuto prenderne atto, diventando più capienti. Possiedo ancora la valigia con la quale i nonni fecero il “gran tour” in Italia nel 1936: in cuoio, a soffietto, con gli angoli rinforzati e tracce di etichette d’albergo. Allora doveva essere un bagaglio ampio, da famiglia. Oggi fa sorridere, basterebbe per pochi giorni. Quindi la taglia della mia Samsonite da grande era diventata media perché le era cambiato il mondo intorno. Per i soggiorni più prolungati (o per le mete che promettono maggiori acquisti) ormai da anni possiedo un’altra valigia, più grande, azzurra, comoda, che ho visto costruire nella fabbrica Delsey a Parigi dove mi è stata regalata, ma che non ho mai amato. La Samsonite invece sì, l’ho amata, ha fatto parte di me, mi ha accompagnato, seguito, servito, ha condiviso la mia intimità di viaggiatore. Poi, aveva due ruote, mentre ormai le valige ne hanno quattro: sono più stabili, più pratiche, scivolano via meglio, non fanno maledire la forza di gravità.

Storia di una valigia 3Storia di una valigia. La Samsonite aveva una barra da impugnare per spingerla o trascinarla; questo comportava che comunque dovesse essere sollevata da una parte, e se pesava il sollievo era parziale. Una valigia a quattro ruote può essere fatta semplicemente scorrere, e lo sforzo diventa minimo. Poi, pesava già di per sé; era fatta di un materiale plastico spesso, ruvido, infrangibile, rimasto intatto negli anni, ma ormai superato dai nuovi ritrovati della chimica, leggeri e sottili. Aveva, infine, delle tracce d’usura. Niente di grave: l’esterno, considerando l’età, era perfetto, ma all’interno le due tasche laterali in tela e i nastri intrecciati per trattenere il contenuto, avevano perso elasticità, sfibrati. Avevo provato a ridurre la loro lunghezza con qualche punto di cucitrice, ma il risultato restava un rimedio così così. E poi la maniglia: non era più la sua originale, l’aveva sostituita Marino – il mio vicino dall’ingegno tuttofare – con una simile, di recupero, ridando vita a una valigia ormai morta, perché senza manico una valigia è come una bicicletta senza pedali.

Storia di una valigia Miami-International-Airport

Miami International Airport

Avventure doganali americane – Poi si arriva a un paio d’anni fa, anzi, credo fosse il 2010. Il viaggio era in Colombia, a Medellin, per una fiera di abbigliamento con sfilate di moda, e dovevo rientrare a Milano via Bogotà-Miami. A Miami la coincidenza era stretta e, soprattutto, avrei dovuto ritirare il bagaglio e reimbarcarlo sul volo per l’Italia perché dalla Colombia non poteva essere indirizzato alla destinazione finale. L’aereo da Bogotà arrivò in ritardo. L’affollamento al controllo passaporti per l’ingresso negli Stati Uniti era chilometrico, la coda si muoveva lentamente, e i tanti video turistici piazzati per distrarre i passeggeri non riuscivano ad attutire la mia angoscia. Ero solo e sarebbe stato un bel guaio perdere la coincidenza. Alla fine passai il varco della dogana e mi lanciai verso i nastri della consegna bagagli.

Storia di una valigia bagaglio-da-stivaLa mia Samsonite stava già girando, chissà da quanto, e mi precipitai a raccoglierla per correre al check-in dell’Alitalia. Ma era monca: senza maniglia. In quel momento non c’era niente da fare: cercare la maniglia sarebbe stata un’inutile perdita di tempo, le probabilità di trovarla pressoché nulle. L’afferrai per la sbarra e arrivai ansimando al banco Alitalia. Poi l’aereo partì con più di un’ora di ritardo: quanta ansia sprecata, e forse ci sarebbe stato anche il tempo per guardare se la maniglia fosse sul nastro trasportatore. Troppo tardi. Ma col senno di poi, il fatto di dover ritirare e rispedire il bagaglio a Miami fu un miracolo. Con la maniglia, infatti, andò persa l’etichetta con il mio nome ma soprattutto la fascetta con la sigla dell’aeroporto di destinazione e col numero della carta d’imbarco; io riconobbi la mia valigia, è ovvio, ma se questa avesse dovuto essere caricata su un altro aereo dal personale di scalo, così, anonima, sarebbe andata perduta forse per sempre. (Non so se allora usavo già mettere tutte le indicazioni sul mio conto in un foglio grande appoggiato all’interno, sopra ai vestiti, per fare in modo di essere rintracciato anche nel caso di distruzione delle etichette esterne).

Storia di una valigia abbandonata

Quando le maniglie volavano – Anche la maniglia ha una sua storia, una storia nella storia. A New York, dove trascorsi due mesi nel 1993, alla fine del soggiorno ripartii con due valigie rispetto alla sola Samsonite dell’andata. L’altra – cinese, capiente, di tela, da emigrante – la comprai in Canal Street per pochi soldi. Doveva servire solo per quel viaggio di ritorno, e così fu. Ricordo che stavo riportando in Italia di tutto, libri, scatolette di salse e di cibi per la mia collezione, vestiti e scarpe nuovi, regali, persino degli utensili da ferramenta che non avevo mai visto prima in Italia (e che da quel giorno, guarda un po’, rivedo in ogni negozio). La signora dell’appartamento chiamò un portiere per aiutarmi a portarle giù: avevano un peso che nessuna compagnia aerea oggi lascerebbe passare, come allora avvenne, senza costosi sovrapprezzi. L’uomo, in livrea, aveva la pelle di un marrone scurissimo, i tratti grossolani ed era alto e possente come un pugile. Ma quando sollevò le due valigie vidi barcollare anche lui. E dalla Samsonite si sfilò la maniglia, che gli rimase in mano lasciandolo sorpreso come un ebete. Con il taxi che aspettava giù e l’aereo che partiva dopo poche ore, non era un problema da poco.

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