Sabato 18 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Dirsi di sì, in India

Dirsi di sì, in India

Un rito così diverso da quelli occidentali. Una cerimonia che è insieme festa, religiosità, emozione, partecipazione e gioia di un’intera comunità. Descritta con tocco leggero e coinvolgente da chi l’ha vissuta, nella lontana India del sud

Trichy

Sono nel tempio di Sri Jambukeshwara a Trichy, città del Tamil Nadu, regione sud orientale dell’India. Intorno a me la calma rara e intensa di questi straordinari luoghi di culto, dove la vita sembra svolgersi in sordina eppure sempre presente, protagonista indiscussa. Un gruppo in preghiera sussurra una nenia che consola e appoggiata a una colonna osservo l’instancabile lavoro delle donne che compongono fragranti ghirlande di fiori: gelsomini, tageti, fiori di loto. Poco lontano un bramino, il bianco dothi drappeggiato sui fianchi, accende una piccola lampada di terracotta davanti a un impressionante dipinto della feroce dea Kalhi. Decido infine di strapparmi da quell’oasi di pace ed esco nel sole caldo e impietoso che ha inaspettatamente squarciato un cielo gravido di pioggia.

Un piccolo corteo colorato

Trichy

Lo vedo allora, per caso, il mio sguardo attirato dal biancore accecante e immacolato del suo vestito nuziale, dall’enorme ghirlanda colorata che gli cinge il collo. Al suo fianco un giovane con un’anacronistica macchina fotografica, mentre a distanza di pochi passi lo seguono due donne.Una di loro indossa un saree scintillante di seta color zafferano, bordato d’oro e indossato con l’inimitabile grazia delle donne del sud. Indossa anche un copricapo di fiori, i polsi ornati di bracciali d’oro e al naso l’orecchino – pure d’oro – che una catenella congiunge all’orecchio. Con un tuffo al cuore capisco di essere di fronte a due giovani sposi, diretti all’albero sacro dedicato a Shiva e Parvati che la tradizione vuole essere propiziatore di felicità e fecondità per le giovani coppie che vi si rechino in preghiera.
Rapidamente torno sui miei passi, come sempre divisa tra il desiderio di vedere e il timore di essere importuna. E come sempre la generosa disponibilità di questo popolo straordinario mi sorprende e mi commuove. Alla timida richiesta di poterli fotografare, rivolta come si conviene al marito, ricevo un ampio sorriso di assenso. Accade così che i due giovani sposi, impacciati e seri come solo gli indiani sanno essere di fronte a un obiettivo, posano non soltanto per il loro fotografo, ma anche per me. Pochi scatti, tanti sorrisi e cenni di ringraziamento, e mi rassegno a lasciarli.

Inaspettato, l’invito

Trichy

Torno così a vagare per i mille cortili del tempio, dentro e fuori dall’ombra che sola offre un qualche riparo ai miei poveri piedi nudi, ustionati dalle pietre infuocate dal sole di mezzogiorno. E mentre ancora mi rammarico di non essere riuscita ad assistere alla cerimonia di matrimonio vera e propria, e forse per pochi minuti soltanto, noto un gran via vai da quello che sembra uno dei templi minori di Trichy che popolano la cerchia interna dei templi del sud. Mi avvicino incuriosita, ma fatti pochi passi vengo fermata da un signore che, con modi garbati e in buon inglese, mi dice che sono entrata nella sala dei banchetti nuziali. Se lo desidero, aggiunge, posso aspettare che gli sposi ritornino e fare la loro conoscenza.
Ancora una volta resto a bocca aperta: non solo sono finita nella festa di matrimonio dei due ragazzi incontrati poco prima, ma sono appena stata invitata a festeggiare con loro! Inevitabilmente il pensiero corre alle nostre feste matrimoniali, spesso così pompose e formali, dove tutti sono terribilmente compresi nella propria parte e niente o quasi viene lasciato all’improvvisazione: quanta differenza con questa generosa e spontanea ospitalità…
Accetto, entusiasta, e gironzolo un po’ per la sala osservando le incredibili decorazioni appese un po’ ovunque: ghirlande colorate, fiori di carta, petali di fiori sparsi intorno a due sedie dall’alto schienale a forma di cuore, messe proprio al centro dell’enorme stanza. Dietro di esse si innalza un altro, gigantesco cuore luccicante, mentre uno striscione recita ” S. Kaliyamoorility weds S. Jothi”.

Tante domande e tanti sorrisi

Trichy

Passano pochi minuti, durante i quali il mio improvvisato cicerone mi racconta che il matrimonio festeggiato è di gente povera che ha scarsi mezzi e che ben diversi sono i matrimoni degli indiani ricchi. Intanto mi guardo intorno, ricambiando gli sguardi incuriositi dei convitati che siedono ai tavoli sparsi per la sala. Finalmente il vociare si fa più intenso, ed ecco rientrare i due giovani. Al riparo dal sole accecante sembrano ancora più belli, e giovanissimi. Con un sorriso timido si avvicinano, e grazie all’uomo che mi ha accolto e che mi fa anche da interprete, raccontano qualcosa di loro. Il neo marito ha venticinque anni e lavora con uno zio in un negozio di Trichy. La neo moglie, invece, ha ventun anni e d’ora in poi avrà il compito di accudire la casa, il giovane sposo e i figli che verranno. E’ un attimo, e da ospite casuale divento il centro dell’attenzione generale. I ragazzini impazziscono per la mia macchina fotografica, ma ancora di più per la piccola telecamera digitale: si accalcano per vedere tutto ciò che viene ripreso, mi toccano, mi chiedono di essere fotografati. Le donne, invece, insistono perché mi sieda a pranzare con loro. Spunta da non si sa dove una bibita in bottiglia, appositamente procurata per me e una volta di più mi commuove l’attenzione della quale questo popolo è capace: la bottiglia è ancora sigillata, e verrà aperta sotto i miei occhi affinché per me non ci sia nulla da temere. Incominciano poi le domande che hanno scandito ovunque questo mio viaggio: come mi chiamo, da dove vengo, qual è il mio lavoro, se sono sposata, se ho figli.

A tu per tu con la sposa

Trichy

Uomini con uomini, donne con donne.
Mi trovo improvvisamente immersa in un gineceo di femmine incuriosite, mentre con la sposa tento una conversazione fatta di gesti, parole smozzicate e improvvisate traduzioni. Lei mi mostra le mani, dipinte con l’henné come vuole la tradizione e ornate dagli anelli che porta in dote. Anche la fronte è impreziosita da gioielli, e la scriminatura centrale che divide i capelli nerissimi e lucidi di olio al gelsomino è tinta di rosso henné: un altro segno che testimonia il suo nuovo stato di donna sposata. A mia volta le mostro i miei anelli, la mia fede nuziale, le racconto da quanto tempo sono sposata, dove vivo. Non so quanto capisca delle mie parole, ma quando le dico che è bellissima i suoi occhi si abbassano pudici, e il sorriso si fa più raggiante. Ed è bella davvero, questa giovane donna che sembra ancora un’adolescente, con la pelle ambrata e i capelli corvini, il saree che ricade in pieghe miracolose, il tintinnio dei gioielli nuovi.
Poco lontano da me il suo sposo, anch’egli giovanissimo e timido, che cerca di darsi un contegno sorridendo dietro a un enorme paio di baffi.

Foto, voci e saluti, a Trichy

Trichy

Quando propongo di fare qualche foto di gruppo è un’esplosione di gioia: gli invitati più giovani, soprattutto gli amici dello sposo, fanno a gara per essere in primo piano, si spintonano, sghignazzano divertiti. E’ poi il turno delle amiche della sposa, che la circondano come uno straordinario e insolito arcobaleno. Infine tocca a me, e non posso rifiutare di posare con i festeggiati. Alla fine scrivono il loro indirizzo, mentre prometto di inviare le fotografie che ho appena scattato. E’ giunto il momento dei saluti, e congiungo le mani sotto il mento inchinandomi leggermente. Un coro festante di inchini eguali mi risponde. Esco infine dalla sala, e mi rituffo nell’afa liquida del giorno pieno. Sono stata molto fortunata, e lo so. Non è facile assistere a un matrimonio in questo periodo, perché agosto segna l’inizio della stagione monsonica e in pochi decidono di sposarsi in questo mese.
Cammino spedita dentro e fuori dall’ombra, ma quasi non sento il bruciore delle pietre, immersa come sono nei momenti che ho appena vissuto.

E una volta a casa …

Trichy

Penso a quando rientrerò a casa, e la domanda che più spesso mi verrà rivolta sarà: “E’ vero che quello che colpisce di più è la miseria?” So che, come sempre, ripenserò a tutti i sorrisi che mi hanno accolto, ai fiori che mi sono stati regalati, ai piccoli gesti che mi hanno consolato. Ripenserò a questi momenti straordinari, dentro a una festa a Trichy dall’altra parte del mio mondo, in mezzo a regole che non hanno niente a che vedere con quelle che scandiscono i miei giorni. Rivedrò gli occhi dolcissimi di una sposa che mi ha invitato al proprio banchetto di nozze, mentre il giovane marito mi offriva una piccola scatola colorata che conteneva il loro dono di nozze agli invitati. Rivivrò la devozione infinita dei gesti ripetuti, l’affettuosa tolleranza verso le mie inevitabili goffaggini, la sollecita attenzione di chi con me ha diviso il proprio pasto. E non era tenuto a farlo.
Allora, come sempre, scuoterò la testa con un sorriso, e in preda a una dolorosa e inspiegabile nostalgia risponderò che no, l’India non è solo miseria.
L’India è soprattutto tanto, infinito e immenso amore, una candida e coraggiosa fiducia che noi occidentali abbiamo perduto.

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