Domenica 29 Maggio 2022 - Anno XX
Pianosa, da carcere a luogo naturale protetto

Pianosa, da carcere a luogo naturale protetto

La piccola isola del Tirreno, per lunghi anni penitenziario e “memoria” di un passato da dimenticare, riscoperta quale luogo di incredibili bellezze e di coinvolgenti silenzi

Pianosa

Pianosa

Mi sono fermato spesso sui tornanti elbani che portano a Punta Nera. E’ la parte meno transitata dai motoscafi di quest’isola vacanziera. Se voglio godermi il mare vengo qui, su questa strada che collega i paesini di Patresi e di Chiessi, magari dopo una bella libecciata, quando il cielo ha quel colore blu forte e dal mare salgono gli odori pungenti di salsedine e di macchia mediterranea. Non cerco la poesia del panorama o l’emozione dei grandi spazi, ma solamente un po’ di solitudine e la luce speciale della sera.
Come prigioniero di un’ammaliante Circe elbana ho guardato tante volte laggiù, a sud-ovest, la sagoma bassa e lineare dell’isola di Pianosa. Per anni mi sono chiesto come fosse questa Caienna toscana, questa nostrana “isola del diavolo” inaccessibile e proibita alla gente “per bene”. Una perla del Mediterraneo trasformata in carcere; un’isola prigioniera di sé stessa e dei suoi confini. Uno scoglio dove erano rinchiusi ergastolani, ladri, assassini, mafiosi, a espiare il giudizio degli uomini e in attesa di quello estremo di Dio.

Verso l’isola proibita

Pianosa Cala Giovanna

Cala Giovanna foto R.Ridi- Vistielba

Un motoscafo della Polizia Penitenziaria da Marina di Campo, nell’Isola d’Elba, mi sta portando finalmente a Pianosa. Ho un permesso speciale per visitare l’isola. Il carcere è stato chiuso il 30 giugno del 1998 e l’isola inserita nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano; dal 1999, Pianosa è aperta al turismo con visite guidate e ristrette a un numero contingentato di escursionisti.
Dopo undici miglia, tanta è la distanza di mare che divide Pianosa dall’Elba, la barca attracca al molo del porticciolo. Un anfiteatro di rocce e palazzi merlati chiude la piccola baia sulla quale troneggia un cartello indicatore piantato lì forse per i detenuti più scettici: “Pianosa Isola”, recita il segnale; un “messaggio” verbale a metà strada tra la costruzione siciliana e quella, più chic, anglosassone. Questo era il tragico punto di arrivo di molte vite violente e spese male.

Un luogo di “silenzi”

Pianosa Forte Teglia (foto di M. Vinattieri)

Pianosa Forte Teglia (foto di M. Vinattieri)

Fa uno strano effetto sbarcare, con la fedina penale pulita, tra queste case dall’architettura retrò. Torri, palazzi con bifore e merlature, cupole, archi. Tutto deserto, non una voce o una persona nel silenzio di questa insenatura dal mare pulito. Sono stupito e attonito, abituato ai rumori estivi delle isole, ai motoscafi che ormeggiano e salpano, alle ragazze in bikini, alle luci dei negozi, allo svolazzare dei parei dipinti a mano da quindici Euro l’uno. Questa è un’isola cristallizzata, nella quale la vita si è fermata nel Novantotto con la chiusura del carcere. Se ne sono andati tutti: le guardie con le loro famiglie, i detenuti, i bottegai e gli impiegati; da quel giorno tutto è rimasto bloccato in un “fermo immagine” tragico ed onirico che ha il sapore del vuoto. Sotto il cartello “Pianosa Isola” c’è rimasto soltanto il rumore delle onde che si spengono sulla calata del paesino e, ora, il suono dei miei passi che cercano le tracce di una storia iniziata alcuni secoli fa.

I segni della vita passata

Pianosa foto R.Ridi Visitelba.info

Pianosa foto R.Ridi Visitelba.info

Giro per il paese accompagnato da due guardie forestali che saranno i miei ciceroni e i miei angeli custodi. Tutte le porte di quelli che furono uffici, negozio di tabacchi, spaccio, sono chiuse, con i loro segreti di un’umanità che non potrà assistere alla nuova vita che lentamente prenderà il sopravvento. Salendo verso la Madonnina, il punto più alto dell’isola (ventinove metri) trovo una piccola stanza aperta ed è più forte di me, entrare e guardare. Con silenzioso rispetto osservo tutto senza toccare nulla: scrivanie di legno povero, sedie sgangherate, fogli con timbri e liste, mazzi di chiavi; tutto sembra abbandonato da ieri, come se un’improvvisa catastrofe si fosse abbattuta, inaspettata, su queste mura. Insieme alla polvere è sceso l’oblio sul carcere di Pianosa.

Già carcere in epoca romana

Pianosa Scoprire i segreti dell'isola con la

Scoprire i segreti dell’isola con la “Forestale”

Con un grande fuoristrada della “Forestale” iniziamo il giro che durerà due giorni. L’isola ha una superficie di soli dieci chilometri quadrati; le strade sterrate che la percorrono sono ancora in buone condizioni e quarantotto ore saranno più che sufficienti per le mie foto e per conoscere la storia di questo lembo di terra forte, da sempre considerato una prigione naturale e di estrema sicurezza. Prima dei ben più feroci Giovanni Brusca, Don Pippo Calò, Michele Greco, Pippo Madonia, importanti pedine dello scacchiere mafioso che vi hanno soggiornato, Pianosa vide nascere la sua fama di luogo di confino già nell’anno Dodici dopo Cristo. Ottaviano Augusto relegò sull’isola il nipote Marco Giulio Agrippa Postumo, per timore che questi potesse usurpare il trono del figlio Tiberio. Di Agrippa sono visibili i resti della sua villa, delle terme; poche vestigia e il ricordo del suo assassinio nel Quattordici d.C., a porre la sanguinosa parola “fine” a una tribolata successione.

Un’isola quasi intatta, da preservare

PianosaPianosa dal 1855 è rimasta fedele al suo ruolo di carcere; da quella data non ha conosciuto altre destinazioni ed è proprio grazie a questo ingrato destino se è riuscita a conservare intatta la maggior parte del suo territorio. La grande muraglia di sicurezza che circonda una vasta area, voluta dal Generale Dalla Chiesa e mai ultimata, è una vasta ferita dal crudo impatto visivo cui si dovrà porre rimedio per ripristinare un’accettabile equilibrio ecologico. Mi emoziono nel percorrere lentamente i sentieri e le strade battute che tagliano l’isola. E’ un flash-back a ritroso nel tempo passare per la via polverosa del Sembolello. I campi, un tempo coltivati dai detenuti, in pochi anni hanno riacquistato l’antica patina selvaggia, coperti come sono di cardi e di graminacee selvatiche, tra le quali si intravedono decine di lepri e di pernici rosse, per nulla intimorite dal nostro passaggio. Ci dirigiamo a nord, percorrendo la parte più stretta dell’isola, verso Punta del Grottone con le sue rocce bianche e la vegetazione di cisto, mirto e lentisco, bruciata dalla salsedine e dai venti marini. Qui il litorale non ha bisogno di make-up fotografici, di filtri di marca che esaltino il blu delle acque: è tutto così limpido, chiaro, pulito, naturalmente esaltante, che scattare delle buone foto è di una semplicità disarmante. Quasi non posso credere che panorami così definiti e forti appartengano a un’isola toscana.

L’avifauna, padrona del mare

Pianosa La splendida baia del Porto Romano

La splendida baia del Porto Romano

A Pianosa non ci sono state ere di speculazione edilizia, di incendi dolosi, di barbaro accanimento sulla natura. Niente qui è mai stato “res nullius”; il binomio Pianosa-Carcere ha creato delle solide catene intorno alle sue coste, chiudendole in un isolamento di cui solo oggi possiamo apprezzarne i benefici. A Punta del Grottone, a nord est, la scogliera è una delle più interessanti dell’isola. Gremita di uccelli marini (marangoni dal ciuffo, berte maggiori, gabbiani corsi) che compiono plastiche evoluzioni portati dalle folate di vento, sospesi sopra un mare mai visto alle nostre latitudini e per questo invidiabile. L’acqua ha i colori del Mar Rosso egiziano, la cristallinità delle Maldive e la purezza di un Mediterraneo di due secoli fa. Anche la costa di nord ovest riserba delle sorprese dal punto di vista paesaggistico e naturalistico: la grande Baia del Porto Romano è un approdo di una bellezza calma, rilassante, senza contaminazioni da traffici moderni. Dalla collina del “Sanatorio” mi godo la vista di quest’angolo di vero paradiso; guardo le acque silenziose del Porto Romano e virtualmente mi immagino un’antica triremi che le solca, ammainando la vela quadrata oramai in vista del molo.

Prima dei carcerati, anche i pirati

 Pianosa Scoglio del Marzocco

Lo Scoglio del Marzocco

Le case dei detenuti-contadini Andiamo verso Punta del Pulpito, dove un piccolo faraglione fa bella mostra di sé staccandosi imponente dal blu del mare e le due guardie forestali fermano il fuoristrada in località “Lavanderia”. Qui, tra le erbe secche di Poa Annua e di Avena Fatua, sul bordo della strada sterrata, mi mostrano una testa di pietra probabilmente Saracena, grezza e bellissima. E’ la testa di un guerriero, forse un pirata del condottiero Dragut o un corsaro delle torme di Kara Mustafà che terrorizzarono quest’isola nel 1553. Per cinquecento anni questa effigie di guerriero è rimasta immobile, come a vegliare il mare nemico dal quale era arrivata. Torretta San Marco, Cala della Ruta, Punta Brigantina, sono nomi di posti meravigliosi nel lato sud di Pianosa, come la superba Cala del Bruciato, contornata da cespugli bassi di macchia mediterranea ritorti dal vento e nelle cui acque nuotano, lontani da reti ed arpioni, muggini di mezzo metro e pesci ignari di

Prigioni-sul-mare-foto-di-Elena-Farinelli

Prigioni-sul-mare-foto-di-Elena-Farinelli

qualsiasi minaccia umana.  Nell’interno dell’isola ci sono ancora le case coloniche dei detenuti-contadini e allevatori. Tutto è stato abbandonato in fretta, ma col pensiero rivolto al futuro: un domani qualcuno sarebbe pure tornato! E’ tutto integro: i recinti per le pecore, i pozzi, i canali d’irrigazione. Le case stesse conservano tracce di presenze e sentimenti umani con immagini sacre di Madonne e Santi appese all’interno delle stanze; letti sfatti, tavoli con resti di cibo, bicchieri sporchi e scheggiati, aratri immobili nei campi. Stessa scena nelle celle: le porte di ferro sono aperte e nei corridoi centinaia di fogli sparsi dal vento, barattoli, pagliericci, lettere, fotografie. Entro in una cella, mi guardo intorno e leggo sui muri scrostati parole incise che qui avevano un pesante significato: libertà, 1895, Maria, Sposa mia… e poi ancora cognomi scolpiti (Ruggieri) o delle linee barrate che rappresentavano i giorni o più probabilmente gli anni scontati. Mi affaccio a una finestra con le sbarre, vedo il mare e mi sento anch’io prigioniero, ma solo di questa forza potente di Pianosa, finalmente godibile e libera dai ferri di una detenzione durata oltre misura.

Pianosa la costa occidentale (foto di M. Vinattieri)

La costa occidentale (foto di M. Vinattieri)

Breve storia di Pianosa

I Romani la chiamarono Planasia, piatta, per la sua forma bassa e senza rilievi. Ne fecero una cava di tufo estratto da schiavi. Dopo la parentesi sfortunata di Agrippa che vi dimorò, prigioniero, per soli due anni (12-14 d.C.), si riparla di Pianosa nel III secolo dopo Cristo per la presenza di catacombe cristiane. Nel Medioevo appartenne, con alterne fortune, prima alla Repubblica Marinara di Pisa, quindi passò sotto la bandiera di Genova che se ne disinteressò. Nel 1399 il Principe Appiani di Piombino tentò un primo e deciso ripopolamento di Pianosa, ormai semi deserta. Ma i suoi sforzi furono vanificati nel 1553 dalle armate saracene di Dragut e dai corsari di Kara Mustafà che razziarono l’isola e deportarono l’intera popolazione. Nel 1789 l’isola passò sotto il dominio francese e dopo la disfatta napoleonica, con Bonaparte prigioniero all’Elba, fu sul punto di diventare, su ordine dell’Imperatore, una colonia dell’isola maggiore. La fuga e la successiva segregazione di Napoleone a Sant’Elena vanificarono il progetto. Sotto il Granducato di Toscana venne inviato un drappello di quaranta guardacoste e alcuni detenuti. Nel 1855 Pianosa divenne a tutti gli effetti una colonia penale agricola, politica ripresa sotto il Regno d’Italia e sotto la Repubblica Italiana fino al 30 Giugno 1998, anno in cui Pianosa cessa finalmente di essere carcere e entra a far parte del nuovo Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano. Dal 2 Maggio del 2000 l’isola è sotto la protezione spirituale e temporale dei Monaci Benedettini della Fraternità di Gesù. I Monaci dovranno, in virtù delle regole monastiche (Ora et Labora) cambiare il volto di Pianosa: restaurare, bonificare e coltivare il territorio, dando vita a progetti di bio-agricoltura e ad una nuova era di meritata pace.

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