Mercoledì 5 Ottobre 2022 - Anno XX
Macao, una Cina dall’atmosfera lusitana

Macao, una Cina dall’atmosfera lusitana

Macao è tornata ad essere cinese. La notizia non ha avuto grande risalto ma l’evento che si è celebrato poco meno di cinque anni fa, nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 1999, è comunque stato un evento storico di grande portata.

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Una città dall’anima portoghese

Macao, la minuscola colonia portoghese affacciata sul Mar Cinese Meridionale, alla foce del Fiume delle Perle, proprio sul finire del millennio, è ritornata a far parte della madrepatria storica, la Repubblica Popolare Cinese.
Macao rappresentava il tassello mancante per ricomporre il quadro della grande Cina e il suo ritorno ha segnato la fine dell’avventura coloniale delle potenze europee in Asia. Appena due anni prima era stata la volta di Hong Kong, e la sua riconsegna alla Cina da parte delle autorità britanniche aveva suscitato emozioni, incertezze e paura per il futuro. I cinesi avevano sbandierato l’evento di fronte al mondo intero e pure gli inglesi erano stati abili a conferire spettacolarità alla vicenda. Per la Cina però, Hong Kong rappresentava una ferita, un’onta, una colonia strappata e mantenuta con la forza per più di cento cinquant’anni. Macao no. Il Portogallo si era addirittura reso disponibile in più di un’occasione alla restituzione della colonia, l’ultima proprio nel 1974, ma la Cina aveva sempre rifiutato. Certo Macao non vale Hong Kong, e la Cina non aveva fretta.

Oltre quattro secoli di Portogallo

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Il giardino Lou-Lim-Ieoc

Dal 1577 i conquistatori di Lisbona si erano stabiliti qui col consenso di Pechino che chiedeva loro aiuto per liberarsi dalle bande di pirati che infestavano quei mari e dagli avventurieri olandesi che premevano alle porte. L’invincibile flotta reale portoghese risolse entrambi i problemi e secondo l’illuminata ottica del tempo iniziò a modellare una città che doveva essere sì un centro di commerci, ma anche l’avamposto della cultura occidentale in Asia. Ecco quindi che a Macao vennero edificati un ospedale, la prima università, il primo teatro, la prima Casa della Carità, numerose chiese e cattedrali; nel tentativo anche di avviare la cristianizzazione di quelle popolazioni senza Dio. Macao si veniva ad inserire come la stazione di sosta mancante sulla rotta Goa, Malacca, Giappone e i commercianti portoghesi, per poter affrontare senza nostalgia i lunghi periodi di permanenza forzata tra un viaggio e l’altro a causa dei monsoni, vi ricrearono quell’ambiente tipico del Portogallo del tempo, con le sue ville, i “patios” ombreggiati da grandi alberi e gli immancabili “azulejos”. Mai si comportarono in modo prepotente nei confronti degli abitanti cinesi; mai assunsero un atteggiamento dominante; al contrario lasciarono che la città prendesse la sua forma in armonia con il gusto e le tradizioni locali: i numerosi giardini che adornano la città ne sono la testimonianza. Ancora oggi questi giardini, che si chiamino Lou Lim Ieok Garden oppure Jardim de Camoes, sono oasi dove regnano quella pace e quella serenità tipiche del Celeste Impero.

Vita e affari al ritmo latino

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La Statua della divinità dei mari

I cinesi amano questi luoghi e li frequentano soprattutto all’alba quando distinte signore e impiegati in cravatta si dedicano alla pratica del Tai Chi prima di infilarsi negli uffici, affiancati dagli anziani che giocano a ma-jong o portano i loro uccellini in gabbia a cantare nell’aria fresca del mattino. A Macao i ritmi del tempo scorrono più lenti: con una sapienza pari solo al loro senso degli affari, i cinesi di Macao hanno imparato ad apprezzare e assimilare le cadenze pacate importate dai loro ospiti latini.
La frenesia sta a quaranta miglia di distanza. In questa magari banale ma sacrosanta differenza sta la chiave per ribaltare definitivamente l’equivoco che la vicinanza con Hong Kong ha sempre suscitato: da una parte inglesi e cinesi hanno creato la metropoli che non conosce soste, da quest’altra i portoghesi hanno insegnato ai cinesi che è buona norma concedersi un po’ più di tempo per riflettere sugli affari, magari sorseggiando un bicchierino di Porto nella calura del tramonto.

 

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Le rovine della Cattedrale di San Paolo

A differenza di Hong Kong quindi, a Macao niente edifici scintillanti e niente commerci miliardari. Nonostante questo, per la Cina comunista è sempre stata cosa ben gradita quella di poter disporre di un lembo di terra all’ombra della bandiera portoghese, dove poter fare i propri “giochi”. L’opera evangelica tentata dai religiosi di Lisbona non ha dato i risultati sperati: chiese e cattedrali sono ancora tutte al loro posto, ma la cieca facciata della cattedrale di Sao Paulo, solo una quinta teatrale dopo l’incendio che la distrusse nel 1835, riassume anche il fallimento di quel tentativo. Le abitudini cinesi non sono cambiate e un Budda paziente e tollerante continua a regnare sovrano sulla città dai molti templi a lui dedicati. Con lo sguardo suadente di sempre, non sembra prestare troppa attenzione al fatto che i cinesi di Macao, in modo ben più prosaico, venerano con straordinaria devozione anche la Fortuna, una dea che non sempre sa dimostrarsi altrettanto riconoscente e comprensiva.

Gioco d’azzardo: una febbre collettiva

MacaoI cinesi tuttavia amano il gioco d’azzardo più di qualsiasi altro popolo al mondo, è più forte di loro: scommetterebbero su tutto ma non possono, almeno legalmente. In Cina infatti, come in quasi tutti i paesi dell’Asia, Hong Kong compreso, il gioco è vietato. Non che in quei posti non si giochi, ma il farlo senza timore, in un posto che sembra fatto apposta è tutta un’altra cosa. Ecco quindi che Macao ha fatto del “gambling” e delle scommesse la base della propria economia. Molti dei milioni di visitatori che ogni anno affollano l’ex colonia portoghese vengono quaggiù proprio per dare libero sfogo alla loro passione per carte e numeri. Ad attenderli trovano in tutta la città ben nove Casinò, con centinaia di tavoli verdi e migliaia di slot-machines, o “hungry tigers” (tigri affamate) come le chiamano qui, sempre pronte ad accogliere chiunque abbia una moneta per sfidarli. E poi le corse dei cani, le corse dei cavalli e ancora agenzie di scommesse dove si può puntare su qualsiasi avvenimento sportivo del pianeta. Giungono da tutte le città della Cina, soprattutto durante il fine settimana, e da Hong Kong, data la vicinanza, anche solo per poche ore, con l’unico obiettivo di tentare la fortuna. Uno dei posti preferiti è il Casino dell’Hotel Lisboa, tempio indiscusso del gioco d’azzardo locale. Ai suoi tavoli i cinesi (gli occidentali sono presenze sporadiche) giocano il loro passato, il loro presente e, cosa ancor peggiore, il loro futuro.
Già, perché se le cose vanno male, possono rivolgersi ai “lone sharks” (pescicani solitari), loschi prestasoldi che si aggirano fra i tavoli e che concedono somme in contanti, a interessi altissimi, per tentare di risollevare le sorti della serata.

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