Lunedì 15 Luglio 2024 - Anno XXII

Rally e Raid dei Faraoni

Di corsa (ma non troppo) nel deserto egiziano. Un’avventura entusiasmante tra motori e piloti, organizzatori e appassionati. Di giorno e di notte, alla luce del sole e delle fotocellule, per “vivere” la coinvolgente bellezza del deserto

Rally e Raid dei Faraoni

Mettersi alla prova, verificare i propri limiti, misurarsi con difficoltà sconosciute e con situazioni lontane dalla propria ordinaria quotidianità è oggi di gran moda.
Lo dimostra, oltre alle varie fattorie e isole televisive per vip in declino di popolarità, anche l’autentica passione che gli italiani hanno per i passatempi più strani e, almeno in teoria, pericolosi: dal salto dai ponti con gli elastici alle caviglie alle scalate a mani libere, dai lanci con il parapendio ai corsi di sopravvivenza in zone selvagge.
Tutte esperienze inebrianti, capaci di liberare senza dubbio potenti scariche di adrenalina, modi diversi dal solito per impiegare il tempo libero. Ma che, fondamentalmente, poco hanno a che fare con il senso di condivisione e di comunità, con l’utilizzo “pensato” del tempo che integrano l’idea stessa di viaggio. Almeno finché si intende quest’ultimo nel senso classico del termine: parentesi di vita itinerante, ricca di momenti di riflessione a volte quasi contemplativa, altre volte invece (ma sempre di sorpresa) frenetica, piena di contrattempi, di imprevisti e di emozioni.
Qualcosa di profondamente estraneo, in definitiva, alla filosofia del “no limits” a tutti i costi e più vicina, casomai, alla rigenerazione dello spirito.

Vita di rally, la durezza e il fascino del deserto

Rally e Raid dei Faraoni

Parrà strano, ne siamo consapevoli. Ma partecipare, anche da aggregati, a una grande competizione motoristica internazionale come il Rally dei Faraoni – prova “mitica” del rallysmo planetario, valevole per il campionato mondiale rally “tutta terra” e antipasto per eccellenza (si è svolta dal 25 settembre al 3 ottobre nel cuore del deserto egiziano) della celeberrima Parigi-Dakar – può diventare un’esperienza di questo tipo.
Gli ingredienti di base ci sono tutti.
Innanzitutto la presenza di un campione leggendario dell’automobile come Jacky Ickx, ex pilota Ferrari di F1 e prototipi, nonché plurivincitore di gare nel deserto, che fa non solo da organizzatore, ma da compagno di viaggio.
Qualche decina di piloti professionisti di auto, camion e moto fuoristrada (tra i quali molti vincitori della Dakar: da Fabrizio Meoni a Nani Roma, da Franco Picco a Richard Sainct, etc.), con relative squadre ufficiali e centinaia di amatori armati solo di passione e coraggio, che tutti i giorni si danno battaglia o che, con non minore slancio, tra dune e rocce vanno alla semplice ricerca di avventura e di un personale riscatto verso sé stessi.
Tremila e passa chilometri di tracciato, con navigazione a vista.
Una carovana organizzativa (dai cuochi ai cronometristi, dai meccanici alla stampa, dai medici alle mogli dei concorrenti) quasi circense, che si sposta nel deserto al seguito della gara e che anzi, pur percorrendo distanze più lunghe dei concorrenti, deve per forza precederla, in modo che all’arrivo tutto sia pronto e perfettamente organizzato.

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C’è il tempo per guardare le stelle

Rally e Raid dei Faraoni

E poi il fascino dei riti collettivi, quelli durante i quali si avverte il senso autentico della comunità, si allacciano le amicizie estemporanee, si assapora il dietro-le-quinte della corsa.
Come le docce al tramonto, tutti insieme all’aperto, davanti al camion-cisterna atteso come una liberazione. O come il grande bivacco notturno, dove campioni e carneadi vivono fianco a fianco, seduti a cena sotto il tendone con i colori dei beduini, ascoltando le parole del direttore di corsa e sbocconcellando pane arabo appena sfornato dalle donne del posto.
Le magiche notti stellate sotto il cielo sahariano, il montaggio delle tende, il freddo pungente, i sacchi a pelo, le imprecazioni dei meccanici alla luce delle fotocellule, le albe livide rotte dal rombo dei motori, le colazioni frugali, la tensione della partenza che si ripete a ogni tappa, gli imprevisti, gli arrivi a notte fonda, i brindisi, le nuove conoscenze, le occhiate nel buio, la solidarietà spontanea tra chi è in difficoltà e chi sa che potrebbe trovarcisi domani.
Giornate di sole accecante, di dune, di gole, di forre, di fesh-fesh traditore, di polvere, di silenzi tombali e rumori assordanti. Fino all’emozione della tappa finale e dell’arrivo, all’ombra della sfinge e della piramide di Cheope, con le tv, le autorità, le interviste, lo champagne, la gioia dei vincitori e la delusione degli sconfitti.

Raid, ovvero il rally del viaggiatore

Rally e Raid dei Faraoni

Su tutto, naturalmente, il deserto: infinito, immutabile nella sua dicotomia così netta e implacabile fra terra e cielo, ma sempre cangiante, aspro, ora minaccioso e ora quasi materno.
Unico e vero protagonista. Un deserto capace di affascinare e di allucinare: che di notte, durante le interminabili tappe di trasferimento, può apparire montuoso anche se è piatto, irto di foresta anche se è solo sassi e sabbia, tortuoso anche se la pista è diritta fino all’orizzonte.
Miraggi notturni non meno abbaglianti di quelli che ti rapiscono sotto il sole, mentre scavando, cerchi di liberare dall’insabbiamento le ruote del tuo fuoristrada o mentre col cuore in gola ti butti giù da una duna gigantesca senza sapere se e dove riuscirai a fermarti.
Misteri del Sahara, miracoli della fatica, emozioni della guida “offroad”.

Rally e Raid dei Faraoni

Spirito di adattamento e voglia, comunque, di divertimento sano e non invadente. La vita nelle oasi, l’ospitalità della gente, il gusto del tè alla menta bevuto ai tavolini squinternati del bar del villaggio, gli sguardi divertiti dei bimbi e quelli indifferenti dei genitori, i riflessi magici del Deserto Bianco intorno a Farafra e le suggestioni del Grande Mare di Sabbia a sud della mitica Siwa, dove da duemilacinquecento anni si cercano ancora le tracce dell’esercito scomparso dell’imperatore persiano Cambise, inghiottito da una tempesta di sabbia proprio mentre tentava la conquista dell’oasi, sede del tempio di Giove Ammone e dell’oracolo ostile al monarca.
E ancora lo stupore davanti al Deserto Nero e alla valle delle diecimila mummie d’oro di Bahariya o l’impatto da sindrome di Stendhal delle immense piramidi cairote, la Cittadella, il Cairo islamico.
Questo, anche e soprattutto, è il raid dei Faraoni.
Ovvero la chiave di volta per il viaggiatore al volante, lo strumento che consente a chi ama l’avventura di trasformare la gara degli altri in un’esperienza personale indimenticabile.

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Volendo, si può correre in autonomia

Jacky Ickx, responsabile JVD International
Jacky Ickx, responsabile JVD International

La formula del raid è semplice e nasce da una constatazione quasi ovvia: accompagnare la corsa, ricalcarne il percorso senza rinunciare a nessuna delle difficoltà e delle asperità delle tappe, ma senza l’ansia del cronometro e con la possibilità di concedersi “diversioni” per visitare i luoghi più belli, i siti archeologici più affascinanti e i punti più suggestivi del deserto, è forse meglio che gareggiare.
“Il nostro è un rally per tutti, per i professionisti e per gli appassionati – dice Jacky Ickx – ma il raid è la formula più interessante degli ultimi anni. Sempre più persone infatti vogliono avvicinarsi a questo tipo di esperienze, senza affrontare le spese e i rischi di una corsa vera e propria: e quindi ecco il raid”.
Ideato inizialmente per offrire un’alternativa agli accompagnatori dei piloti, senza costringerli ad assecondare i ritmi impossibili dei camion-assistenza e dell’organizzazione, da quest’anno il raid è parte integrante del sistema-rally.

Rally e Raid dei Faraoni

E’ cioè una sorta di sezione ufficiale, ovviamente non competitiva, della gara: i partecipanti sono a tutti gli effetti membri della carovana, condividono in tutto e per tutto gli obblighi, i piaceri e lo stile di vita dei concorrenti.
Affrontano le stesse piste, seguono le stesse tracce dei campioni delle due e delle quattro ruote. Ma, se vogliono, possono anche permettersi il lusso di “tagliare” parte del tracciato per evitare i tratti meno divertenti, concedersi pause, deviare per raggiungere località lontane ma meritevoli di essere visitate.
Possono viaggiare ad esempio, se ne hanno le capacità tecniche e se dispongono del mezzo adatto, in assoluta autonomia e solitudine, seguendo i propri orari e correndo la loro personale gara muniti dello stesso “road book” dei concorrenti (questo è il cosiddetto “fast raid”, riservato ai più esperti di guida nel deserto); oppure procedere in convoglio, accompagnati e assistiti ovviamente da guide professionali attrezzate per ogni evenienza, fare gruppo e trasformare ogni tappa in un’escursione collettiva (il cosiddetto “travel raid”).

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Magia dei bivacchi

Rally e Raid dei Faraoni

Poi, all’arrivo al bivacco, tutti tornano uguali agli altri: devono provvedere a montare la loro tenda, a fare i rifornimenti e il check up del mezzo, a fare la coda per la cena, ad ascoltare il briefing di Jacky che illustra la tappa del giorno dopo.
C’è chi crolla per la stanchezza e chi tira tardi raccontando storie di corse e di vita; chi tira fuori dalla borsa il caffè e la moka e chi si avventura per una passeggiata nel deserto al lume di luna, lasciandosi alle spalle, ovattati, i clamori del campo.
Alla cena di gala e di commiato, l’ultima sera, in un grande albergo del Cairo, tra il luccicare dei trofei per i vincitori e le mises che le signore sono miracolosamente in grado di sfoggiare dopo giorni di dura vita nel deserto e di bagagli ridotti al minimo, sul volto di tutti bruciato dal sole si accende ancora una volta una luce: quella di chi ha affrontato il Sahara e non vede l’ora di tornarci.

Il percorso e il programma 2004

Rally e Raid dei Faraoni

La Jvd International, organizzatrice dell’evento, predispone aerei charter per l’Egitto che partono dai principali aeroporti italiani, mentre mezzi e attrezzature viaggiano via mare. Per tradizione, il rally e il raid partono e terminano sempre al Cairo, davanti alla Sfinge.
Il primo (25 settembre) e l’ultimo giorno (3 ottobre) vengono trascorsi quindi nella capitale egiziana e non sono meno coinvolgenti di quelli passati nel deserto: la frenesia dei preparativi, l’arrivo dei mezzi e dei piloti, il disbrigo degli adempimenti “corsaioli”, la verifica delle carte e degli equipaggiamenti trasformano l’albergo in una sorta di paddock brulicante di addetti ai lavori.
Il giorno dopo, partenza.
Da quest’anno, per garantire alla corsa una migliore logistica ed evitare alla carovana delle assistenze trasferimenti massacranti, gli organizzatori hanno rinunciato al percorso in linea e hanno optato per un percorso a margherita che, pur addentrandosi nei punti più belli e impegnativi dell’intero Deserto Occidentale egiziano, consente ai concorrenti e al seguito di concentrare il bivacco in tre sole località: nei pressi delle oasi di Siwa e di Bahariya (dove, in ambedue i casi, si pernotta per due sere) e nello sperduto villaggio di Abu Mingar, nel profondo sud. Un tocco di comfort in più e qualche levataccia in meno che non smussano di una virgola le asperità tecniche, climatiche e orografiche del tracciato, i cui dettagli restano, per ovvi motivi, fino all’ultimo segretissimi.
Queste le tappe: Cairo-Bahariya, Bahariya-Abu Mingar, Abu Mingar-Bahariya, Bahariya-Siwa, Siwa-Siwa, Siwa-Bahariya, Bahariya-Cairo.

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