Venerdì 26 Febbraio 2021 - Anno XIX
Premio Neos a Gianni Minà: giornalista premiato da giornalisti

Premio Neos a Gianni Minà: giornalista premiato da giornalisti

Quasi tutta una vita spesa a raccontare con una singolare chiave di lettura le americhe. Storiche le sue interviste al Santo Padre e a Fidel Castro.

Gianni Minà e Alberto Granado
Gianni Minà e Alberto Granado

Mi hanno chiesto di intervistare un mito: Gianni Minà. Americanista di lungo corso che ho seguito per anni sulla scia dei suoi libri, reportage e documentari sulle popolazioni e i paesi che anch’io più amo. Non senza una “leggera” invidia quando lo trovavo a tu per tu con i protagonisti della storia di quel “rumbo” del mondo: Fidel Castro nella prima intervista-“ nello storico incontro con il Papa; il premio Nobel per la pace Rigoberta Menchu; il messicanissimo, idolatrato Marcos: Alberto Granado che ripete cinquant’anni dopo il viaggio con il Che in motocicletta attraverso l’America latina.
Incontri, tutti, all’insegna del rispetto, “senza mai dare l’impressione di andare a rubare l’anima”. Quasi cinquant’anni nel giornalismo televisivo e della carta stampata, per quarant’anni uno dei più stimati inviati speciali della RAI che ha raccontato le realtà sociali e culturali degli Stati Uniti e dell’America latina, Gianni Minà dirige oggi la collana “Continente desaparecido” per la casa editrice Sperling&Kupfer e la rivista trimestrale di geopolitica “Latinoamerica”. Vincitore di numerosi premi, ha appena ricevuto il premio Neos-Porsche Italia alla Bit 2005. Abbiamo chiesto al presidente della Neos Massimo Pacifico di illustrare le motivazioni di questa scelta: “il primo e credo unico premio assegnato ormai da sei anni – a un giornalista da giornalisti – è stato attribuito quest’anno a Gianni Minà che incarna un modo diverso di interpretare il giornalismo di viaggio: il viaggio nelle culture più che nella geografia. Minà ha dato strumenti di conoscenza dell’America latina (e degli Stati Uniti) con grande coerenza e impegno personale affrontando temi di rilevanza economica, sociale e culturale con estrema umiltà e professionalità.” 

Perché hai scelto di dedicare quasi tutta la vita  all’America latina?
Sono entrato in America latina dalla porta giusta. Dopo avere attraversato in lungo e in largo gli Stati Uniti, che conosco come le mie tasche, mi venne affidato un servizio su Chico Buarque de Hollanda, grande scrittore oltre che grande musicista esiliato in Italia a causa della dittatura in Brasile. Era il 1969 e a Roma si era autoesiliato anche Vinicius de Moraes e nella banda di Chico Buarque era chitarrista Toquinho. Si riunivano al ristorante “al Moro” con Ungaretti che aveva tradotto Vinicius, a sua volta traduttore di Ungaretti, e parlavano tutta la sera di politica, donne, motori. Mi hanno raccontato un continente.
Quando dopo un paio d’anni la dittatura si allentò, mi invitarono a passare una decina di giorni con loro a Rio de Janeiro e lì il paese mi è entrato nel cuore. Dopo il Brasile, fu la volta del Messico dove ero andato per il mondiale di calcio e dove ho conosciuto la mia prima moglie, cubano-messicana.

Popolazione meticcia e comunità indigene: un rapporto (unilateralmente) tormentato. Come vedi la sua evoluzione nel tempo e in particolare negli ultimi anni? 
Un indigeno che diventa meticcio è un indigeno che si vergogna, che non ha più l’orgoglio della sua origine e si coinvolge con la società che lo ha conquistato. Meticcio diventa poi chi per parte del bianco reprime l’indigeno, come in Guatemala dove strappavano i ragazzini dai villaggi (indigeni) per “educarli” nelle scuole militari e farne dei nemici del loro stesso popolo. L’ultimo genocidio del 1900  è quello delle popolazioni maya in Guatemala (che ha causato in dieci anni 200 mila morti, 30 mila desaparecidos, 627 massacri e quasi 3000 fosse comuni): lo sancisce il rapporto dell’Onu del 1999 che chiama in causa come complici del genocidio gli Stati Uniti. Tanto che Clinton volò in Guatemala a chiedere scusa.

Contro l’annientamento del Guatemala si è levata la voce di Rigoberta Menchu: una campesina, una donna, un Nobel, un mito. Cosa rappresenta non solo per un piccolo popolo pacifico come quello contadino guatemalteco ma per tutta l’America latina?
Rigoberta Menchu dice di se stessa: “io sono donna, indigena e povera. Avevo tutte le colpe possibili in America latina.” Non solo. I genitori di Rigoberta erano coinvolti nella lotta per la difesa delle terre, che nel sottosuolo nascondevano minerali strategici in nome dei quali 1 milione 700 mila persone di etnia Quiché della zona del Petén vennero trasferite. La famiglia di Rigoberta sterminata, il padre ucciso, la madre violata, torturata e uccisa, i fratelli torturati o spariti, Rigoberta riuscì a passare in Messico e cominciò a lavorare con le associazioni guatemalteche esiliate. Del libro “Mi chiamo Rigoberta Menchu”, della sociologa venezuelana Elisabeth Burgos, intellettuali latinoamericani come Eduardo Galeano dicono che ha fatto più male alla dittatura di dieci insurrezioni. È un grido: “io rappresento questa cultura che stanno annichilendo, non fatela annichilire.” Racconta il modo di vivere indigeno, la vita comunitaria, il rispetto della natura, è insopportabile per il neoliberismo. Rigoberta mi ha fatto vedere la sua terra, i campi profughi in Messico quando era in corso il genocidio. Ho girato e prodotto un documentario in due parti: “Rigoberta, una donna maya per la pace”, trasmesso da Rai 1 e presentato alla commissione Onu dei diritti umani.

Chi è Marcos e che cosa ha ottenuto il movimento zapatista?
Marcos è un intellettuale – coltissimo, che scrive pagine bellissime e ha una capacità unica di riflessione, interpretazione e racconto – ma educato dai Maya, ha un approccio alle cose non occidentale ma indigeno. L’ho incontrato due volte e su di lui ho realizzato come regista e produttore due documentari, “Immagini dal Chiapas” e “Marcos, aquì estamos”, che racconta la marcia degli insorti zapatisti attraverso dodici stati messicani fino al Zocalo di Città del Messico. Mi ha detto Marcos: “io sono andato in montagna a metà degli anni Ottanta perché c’era una dittatura serpeggiante. Per mia fortuna ho incontrato le comunità maya che mi hanno rieducato a come si sopravvive alla repressione del potere bianco.” Marcos ha due ruoli: è lo stratega che disegna la guerra (come per il sollevamento del 1994) e il portavoce delle comunità, ma le decisioni le prendono i sette capi maya delle sette etnie maya del Chiapas. Il merito del movimento zapatista è di avere cambiato l’agenda politica del Messico, facendo saltare gli equilibri e causando la sconfitta del partito-stato, il Partido Revolucionario Institucional.

Negli anni Ottanta megalopoli come Città del Messico (ma anche Rio de Janeiro) erano più sicure di tante città statunitensi, poi la svolta negli anni Novanta: la situazione oggi e lo scenario che ci si può attendere nel futuro dell’America latina?
Negli anni Novanta il continente ha subito una dittatura neoliberale, il Messico è precipitato nel quarto mondo con l’accordo di libero scambio con Stati Uniti e Canada (NAFTA) siglato dal presidente Salinas de Gortari. Se la continuità della resistenza del continente è Cuba, il risveglio del continente parte con la rivolta zapatista. Oggi c’è un fermento generale in America latina, una presa di coscienza, si lotta per difendere i propri beni contro le privatizzazioni. Gli Stati Uniti si sono distratti in Medio Oriente, adesso però tornano a pensarci: ci sono tre stati militari, Colombia, Ecuador, Perù. Ma oggi c’è un filo di ottimismo. Il risveglio del continente è in corso da alcuni anni, in Brasile con il presidente Lula, in Bolivia con la ribellione indigena, in Venezuela, in Argentina, in Uruguay con il cambio ai vertici del potere. Oggi l’America latina non ha più niente da perdere, l’umanità con le spalle al muro reagisce, non mi stupirei se ripartisse la lotta armata.  

Il Che di Minà e Neos

CHI E’ GIANNI MINA’
E’ stato per quarant’anni uno dei più stimati inviati speciali della RAI, ed ha raccontato, con reportages e inchieste, le realtà sociali e culturali degli Stati Uniti e dell’America Latina. Da ricordare, fra gli altri, Storie del jazz, e Facce piene di pugni (la storia della boxe).
Nel 1987 ha realizzato uno storico documentario intervistando per 16 ore il presidente cubano Fidel Castro. Tre anni dopo, nel 1990, lo ha incontrato nuovamente per un approfondimento dopo il tramonto del comunismo.
Tra i suoi lavori più famosi: Muhammad Alì, una storia americana; Fidel racconta il Che; Il Che 30 anni dopo; Marcos: “Aqui  estamos”, sulla lunga marcia degli insorti zapatisti attraverso il Messico (realizzato in collaborazione con Manuel Vazquez Montalban); Rigoberta Menchù, una donna Maya per la pace; Diego Maradona: “Non sarò mai un uomo comune” e C’era una volta il cinema: Sergio Leone e i suoi film, un documentario dove oltre al regista, intervengono tra gli altri Clint Eastwood, Robert De Niro, Claudia Cardinale ed Ennio Morricone.
Nel 1982 Sandro Pertini gli ha consegnato il Premio Saint Vincent di giornalismo. Nel 2004 ha vinto il Premio Flaiano, il Premio Vittorini, e con il film-documentario In Viaggio con Che Guevara il Festival di Montreal e il Nastro d’Argento, il riconoscimento dei critici cinematografici italiani.
Attualmente è direttore della rivista trimestrale di geopolitica Latinoamerica e della collana Continente Desaparecido per la casa editrice Sperling & Kupfer.
Fra i suoi libri pubblicati in molti paesi del mondo ricordiamo Fidel, Un continente desaparecido, Marcos e l’insurrezione zapatista,(con Jaime Avilés) Il Papa e Fidel, e Un mondo migliore è possibile, tutti editi in Italia da Sperling & Kupfer.
(www.giannimina-latinoamerica.it).

Il PREMIO NEOS – PORSCHE ITALIA
Giunto alla sesta edizione, il premio viene conferito ogni anno a giornalisti, scrittori, personaggi che, attraverso i Media, hanno illustrato nei suoi molteplici aspetti il "mestiere" di viaggiare e raccontare esperienze ed emozioni.
NEOS (Giornalisti di Viaggio Associati) è stata fondata nel 1998. L’acronimo si rifà ai quattro punti cardinali che a loro volta rappresentano simbolicamente il campo d’azione dei soci. Giornalisti di redazione delle più importanti riviste di viaggio italiane e straniere, fotografi e freelance che viaggiano e documentano in maniera professionale le loro esperienze.
I giornalisti premiati nelle precedenti edizioni sono stati:
2000: Fosco Maraini, fotografo, scrittore e noto orientalista
2001: Walter Bonatti, giornalista, esploratore e alpinista
2002: Folco Quilici, scrittore, documentarista, fotografo
2003: Ettore Mo, inviato speciale del Corriere della Sera
2004: William L. Allen, direttore National Geographic
2005: Gianni Minà, giornalista, documentarista

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