Lunedì 15 Luglio 2024 - Anno XXII

La via Sarda delle pietre

pietre Sardegna

Non lontano da un mare selvaggio e bellissimo la Sardegna manda, a chi sa ascoltare, antichi messaggi di pietra concepiti circa quattromila anni fa. Per seguire un percorso interiore, in simbiosi con arcaiche manifestazioni del sacro

pietre Complesso archeologico di Sa Figu
Complesso archeologico di Sa Figu

Sull’isola sono oltre ventimila i siti archeologici in pietra, la maggioranza dei quali a carattere religioso; un fenomeno unico al mondo che fa pensare alla Sardegna antica come all’isola sacra del Mediterraneo. Secondo il professor Lello Fadda, che da quando non insegna più storia dell’arte si è dedicato con passione ancora maggiore allo studio del megalitismo (la civiltà delle grandi pietre) e del simbolismo in Sardegna, pubblicando molti libri ed articoli su questi temi, l’isola doveva essere meta di pellegrinaggio per popoli diversi che trovavano solo qui, nel magnetismo particolare di questa terra, nella conformazione geografica, nella ricettività della pietra, una sorta di tempio a cielo aperto, costellato di ierofanie, cioè di manifestazioni naturali alle quali si attribuiva un carattere sacro.

Pietre come ossa

sassi Piccole grotte di carattere funerario foto di G. Careddu
Piccole grotte di carattere funerario foto di G. Careddu

Qui sono le pietre, considerate dai popoli sardi del passato le ossa della Grande Madre, che vengono allo scoperto a raccontare l’essenza, l’anima di questa terra: basalto, calcare, ossidiana, selce, granito, trachite, per costruire i primi utensili del genere umano, per erigere centinaia di “menhir” e “dolmen” (dal basso bretone “dol”, tavola; “men”, pietra), ma anche per dare corpo a complessi megalitici che esistono solo in Sardegna, come i nuraghi, dalla tipica forma a “tholos”, le tombe dei giganti (monumenti funerari collettivi), le “domus de Janas”, grotte funerarie scavate nella roccia, i pozzi sacri per il millenario culto dell’acqua. Tutti i siti archeologici di carattere sacro presenti in Sardegna sono di pietra, come le domus de Janas, di “Jenn’e jalis” non lontano da Villa Sant’Antonio, in provincia di Oristano.  Domus de Janas significa “case delle fate” o delle “streghe”, dimore di donne dagli arcani poteri, insomma; poteri che riguardano la vita e la morte, la nascita e la sfera sessuale. Il nome risale al medioevo, ma la loro edificazione viene collocata tra il IV e il III millennio avanti Cristo. Si tratta di piccole grotte di carattere funerario scavate dall’uomo, mono o pluricellulari, quasi sempre precedute da corridoi o da padiglioni incavati in roccia: dietro finestrelle d’accesso a rettangolo verticale, quadrate o ogivali, molto ben intagliate, si trovano architetture in negativo a vani quadrangolari, con soffitti piatti e pareti rettilinee, alle quali si alternano altre forme curvilinee, con piccole anti-celle reniformi, e con celle maggiori rotondeggianti, dal soffitto concavo “a forno”.

Pietre materne

pietre Le domus di "Jenn'e jalis"
Le domus di “Jenn’e jalis”

Le domus de Janas di Jenn’e jalis appaiono scavate all’interno di un’immensa roccia semi sferica, e danno una suggestione “marziana”; le piccole aperture scure, come portelli aperti di un’astronave, sono allineate, sovrastate da linee scolpite nella roccia, al centro delle soglie; sulle pietre pavimentali, sono state scavate ciotole votive perfettamente circolari. Il “richiamo” è potente, qualcosa che ha a che fare con la natura umana e non con la cultura; mette il visitatore in ginocchio e lo fa entrare all’interno dei vani oscuri. Per morire si tornava nel ventre ombroso della terra, dove vita e morte si toccavano e comunicavano tra loro: lo spazio è miniaturizzato, uterino, l’interno dalle pareti lisce e prive di spigoli, dà un senso di pace. Al centro di una delle “domus” c’è una nicchia perfettamente sferica, a ventre materno, nella quale si provano sensazioni contrastanti che qualche ricercatore ha messo in relazione con il vissuto personale che riguarda la propria nascita. L’impressione che le domus de Janas, non fossero solo tombe adibite all’inumazione, ma che fossero luoghi in cui si praticavano riti di “contatto” tra la vita e la morte e quindi per questo pensati e costruiti secondo determinate regole, si concretizza a “sas Concas” di Oniferi, dove tra il verde dei fichi d’india sorge un imponente complesso di domus de Janas. La Dea Madre, di cui nelle domus de Janas vediamo una delle forme di rappresentazione possibile, è la prima intuizione del divino, come femminile e come deità: entrare in queste grotte equivaleva al “regressus ad uterum”, come diceva lo studioso delle religioni Mircea Eliade. La loro “forza” femminile è palpabile e rimanda all’autorità religiosa e civile della donna nelle società del passato, ma, secondo il professor Fadda, tutto ciò che è stato realizzato anche a scopo sistematicamente funzionale per avvicinare al divino, come le “coppelle” offertorio o i fori che si trovano a destra di una delle entrate, dove entrano perfettamente le dita della mano.

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Grotte di vita e di morte

La necropoli di Sas Concas
La necropoli di Sas Concas

Tutto serviva a “frequenziare” il sito, a renderlo energeticamente attivo. “Insieme all’amico Mauro Aresu, studioso di magnetismo terrestre e di archeo astronomia” spiega il professore “abbiamo misurato il magnetismo di moltissimi siti archeologici in Sardegna, ed è parso evidente che i popoli dell’antichità, scegliendo questi posti per erigere i loro monumenti sacri, conoscessero delle tecniche di misurazione di tali energie. Ma oltre alle caratteristiche proprie, il sito riceveva, attraverso la sapienza dell’uomo, un potenziamento, per mezzo di  un’insieme di dispositivi che ne accrescevano la forza”. All’interno della grotta detta dei “capovolti”, la più importante per grandezza e per posizione, un graffito, dove figure umane attraversano a testa in giù una linea di confine, testimonia il passaggio tra i mondi, dalla vita alla morte, ma, forse, anche dalla non vita alla vita. “Non solo si può pensare a una rinascita di tipo spirituale dopo la morte fisica, oppure ad una rigenerazione di carattere iniziatico, ma anche ad una vera e propria nascita; non è escluso, cioè, che questi luoghi fossero usati anche per il parto.” L’invito del professor Fadda è sempre quello di mettersi in ascolto delle sensazioni, a volte molto soggettive, a volte condivise da tutti, che, all’interno di questi luoghi, possono affiorare e predisporre chi le prova a riflessioni molto profonde.

Luoghi per elevarsi al cielo

pietre Nuraghe Losa foto di Maurizio Cossu
Nuraghe Losa foto di Maurizio Cossu

Così come accade anche all’interno dei nuraghi, la forma sarda per eccellenza per avvicinarsi al cielo. Per anni l’archeologia ufficiale ha catalogato i nuraghi come fortezze, ma, come risulta da indagini tipologiche e topologiche, effettuate su un gran numero di monumenti, oggi si è più propensi a pensare che queste costruzioni megalitiche costituissero originariamente la manifestazione di un culto astrale e solare. La parola stessa (“nur”, fiamma, “aghs”, cocente) secondo l’interpretazione dello studioso A. Bresciani, rimanderebbe al culto del fuoco, trasposizione terrena del dio sole. Il nuraghe Aiga, nel comune di Abbasanta, che visitiamo per primo, è uno dei dodicimila nuraghi dell’isola (non tutti intatti, s’intende). Edificato mediante filari di blocchi di pietra sovrapposti a formare una torre, ruota tutto intorno al cerchio, simbolo del sole e della ciclicità dell’esistenza umana; questo sole accecante che inonda la campagna sarda e ci accompagna fino all’entrata del nuraghe. Ci si trova al centro di un cerchio di pietre in un’ombrosa pace. La conformazione interna non fa pensare a una fortezza: lo spazio ristretto e la sua forma a cannocchiale, le due nicchie laterali e quella maggiore di fronte all’entrata; le pietre che ci sovrastano sovrapposte ad arte e che reggendosi tra loro per contrasto costituiscono la volta fino all’apice, danno un senso di elevazione, non evocano conflitti, ma piuttosto ricerca di armonia e di ascesa spirituale.

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Nuraghi del sole

pietre Barumini, complesso nuragico tra i più importanti della Sardegna foto di N. Nagel
Barumini, complesso nuragico tra i più importanti della Sardegna foto di N. Nagel

Secondo Lello Fadda siamo piuttosto in uno spazio magico, studiato per rispondere a interessi religiosi. Particolari architettonici denotano interessi astronomici ben definiti, per determinare lo spostamento dei corpi celesti in precisi periodi dell’anno o i cicli cronologici legati al moto del sole e della luna. Se nel periodo del solstizio estivo si rimuove la pietra apicale della “tholos”, in un certo numero di nuraghi, come in questo, dall’apertura superiore penetra un sottile raggio di sole, che cade in direzione della nicchia centrale, con un’angolazione di tredici gradi, assumendone infine l’esatta forma; riempiendola cioè, letteralmente, di luce. Il nuraghe in quel periodo dell’anno diventa un contenitore di sole e si pensa che questo fenomeno, dal “pathos” eccezionale, fosse vissuto come una “visitazione” della divinità solare dagli effetti anche fortemente terapeutici. I popoli nuragici e pre nuragici valorizzavano molto, dunque, il “passaggio”: dalla vita alla morte, che ridiventa vita, dall’ombra alla luce, che si potenzia proprio perché contenuta da essa. L’incanto primordiale dei piccoli nuraghi, coni d’ombra, quasi individuali, attorniati da una natura selvaggia, di cui si ha la sensazione di essere i primi scopritori, si perde un po’ nei grandi complessi come quello di Barumini, interessante peraltro per la sua imponente grandiosità, o nel bellissimo nuraghe Arrubiu, dove sorprendenti licheni rossi e arancio ricoprono quasi interamente la sua superficie.

Le tombe dei giganti

pietre Orgali -Tomba dei giganti
Orgali -Tomba dei giganti

Comune di Dorgali. Sulla piana scoscesa costellata da enormi sassi, sorge una delle centinaia “tombe dei giganti”. Anche questo nome di origine medioevale si riferisce a siti funerari eretti intorno al 1600 a.C. e in seguito; ossari monumentali nei quali, con un rito di sepoltura secondaria, si deponevano i resti dei defunti. Tra i cespugli di lentisco, la stele alta tre metri e mezzo svetta al centro dell’esedra in pietra; il sito presenta importanti elementi di archeo astronomia, cioè corrispondenze, allineamenti, incisioni ed altro, collegabili ai movimenti delle stelle, alla volta celeste, a fenomeni calendariali. Le pietre intorno invitano alla sosta: qui si praticava l’ “incubatio”, antico rito del quale scrive anche Aristotele, a proposito del periodo in cui la Sardegna era dominata da Cartagine, dove la comunicazione con il defunto e con l’aldilà avveniva attraverso il sonno e il sogno. Si dormiva al’’interno dell’esedra semicircolare, così come accadeva, per favorire sogni profetici e divinatori, intorno ai pozzi edificati per il culto dell’acqua, intesa come fonte di vita. Acqua delimitata in un cerchio magico, e quindi cinta, potenziata e consacrata dall’uomo, nella quale s’incontrano tuttora, in quelle che gli studiosi di religioni antiche chiamano ierogamia, la luna e il sole, il principio femminile e quello maschile.

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Nel pozzo della luna

pietre Ingresso pozzo sacro di Santa Cristina foto di C. Pelagalli
Ingresso pozzo sacro di Santa Cristina foto di C. Pelagalli

La perfezione formale del “pozzo della luna” di Paulilatino, sempre in provincia di Oristano, cui è stato sovrapposto il nome cristiano di pozzo di Santa Cristina, parrebbe il punto di arrivo di un percorso sapienziale, la cui contemplazione sembra in grado di far affiorare lampi di verità. Racchiusa da un muretto basso di pietre a secco, che visto dall’alto ha la sagoma di una toppa di chiave (gigantesco organo generatore della Dea Madre) una scala perfetta, di trachite rossa, scende verso il disco d’acqua; un solaio architravato, pensato per l’ascesa virtuale, rispecchia nella forma i gradini discendenti. Al fondo si può vedere la cupola interrata del pozzo che culmina all’apice con un foro del diametro di circa sessanta centimetri. La scala, via di comunicazione tra il mondo sotterraneo e quello supremo, permetteva al sacerdote di arrivare fino al bordo del pozzo, interamente circondato da una passerella di pietra, per attingere acqua a scopi rituali.
Il sole, da giugno a settembre, scende la scala di trachite che porta all’acqua facendola risplendere di verde, mentre la luna penetra nel foro apicale nella sua massima declinazione rispetto alla terra. Questo fenomeno della “luna nel pozzo”, previsto secondo le angolazioni riprese dall’astronomo Edoardo Proverbio dell’Istituto Superiore di Matematica e Fisica dell’Università di Cagliari, è stato verificato per la prima volta dal professor Lello Fadda, insieme al professor Carlo Maxia, direttore dell’Istituto di Scienze Antropologiche dell’Università di Cagliari il 21 dicembre del 1972, esattamente all’una di notte.

Sardegna, messaggi senza tempo

pietre Massiccio muntuoso-del Montiferru, foto di Gianderiu
Massiccio muntuoso-del Montiferru, foto di Gianderiu

Dietro l’angolo di quel mare d’incanto, la Sardegna mostra dunque altre sorprese, solo apparentemente meno eloquenti, più discrete per natura: mostra i segreti affioranti delle sue ossa di pietra. Quella rossa del “monti ferru”,  terra di basalto poroso, lava solidificata; quella impenetrabile del granito, sotto le colline di mirto della Gallura e della Barbagia; quella bianca del calcare che affiora tra laghi azzurri e l’erba alta e gialla; quella magica e vetrosa delle nera ossidiana; quella sulfurea di Fordongianus, con le antiche terme che scaricano acqua bollente in quelle del Tirso: quella rossa e verde della bella trachite che spunta dalle pianure del Campidano, coltivate a caleidoscopio. Le pietre sarde delimitano e, potremmo dire rispecchiano, la personalità delle regioni dell’isola, forse anche dei suoi abitanti, che ancora costruiscono con esse le loro case. I sapienti sardi del passato hanno saputo amplificare il loro millenario linguaggio. Ascoltiamolo.

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