Lunedì 21 Settembre 2020 - Anno XVIII
Gustare Gorizia

Gustare Gorizia

Chi sa cosa sia la “jota”? E gli “zlikrofi”? E l’erba detta “sclopit”? Cosa sarà mai la “Rosa di Gorizia”? Lungo un confine spesso incerto e in certi periodi perfino minaccioso, il Friuli è ora “terra aperta”, dove passano idee e merci

Fiume Isonzo Gorizia

Fiume Isonzo Gorizia

Eppure di cose da dire, il Friuli, ne ha. E sta rapidamente recuperando i modi per dirle. Gorizia, poi, è stata città non “di confine” ma “sul confine”, addirittura con una sua “gemella” rapidamente cresciuta in terra slava.  Ecco quindi che le vicende legate all’entrata nell’Unione Europea della Slovenia (maggio 2004) hanno ribaltato la situazione, cancellando di fatto quella linea, conseguenza della guerra persa. La provincia goriziana, nella sua incongruenza, è figlia della geografia ma anche della medesima storia toccata alla città. Curiosamente, quel mescolarsi di mare (Grado), pianura dell’Isonzo, valli collinari (Collio), altipiano del Carso, ne fanno una straordinaria protagonista nel campo dell’enogastronomia.

Nomi difficili per le “bontà” locali

Zlikrofi

Zlikrofi

Come? Lo racconta Walter Filiputti, giornalista, enologo, comunicatore del vino, uno straordinario “tutor” per una ricognizione gastronomica da queste parti. Per esempio, si sale alla locanda La Subida (si chiama Al Cacciatore, ma tutti dicono “Subida”), si viene accolti da Josko Sirk, il proprietario, e si discute con lui di tecniche per preparare piatti semplici all’apparenza. La polenta nel paiolo sul fuoco, ad esempio; oppure le frittate alle erbe, spinaci di base, poi melissa, malva, mentuccia, erba cipollina, luppolo selvatico (sclopit) o più complessi, come il radicchio canarino di Sant’Andrea (Rosa di Gorizia) saltato con la mela e il “kren” (rafano); o gli “zlikrofi”, tortelli di patate, strutto, maggiorana, montasio stravecchio. Un po’ del repertorio classico del Friuli.  E proprio questo è il fiore all’occhiello, la possibilità di visitare, gustare e sperimentare. Filiputti e i suoi amici sembrano dire: “se capisci la cucina, i prodotti, capisci il Friuli”. Il viaggio enogastronomico come “prodotto” turistico del Consorzio Gorizia e Isontino.

“Gradisca”, di nome e di fatto

Sala antica osteria Mulin vecio

Sala antica osteria Mulin vecio

Gradisca d’Isonzo è cittadina piacevole. Con una cinta muraria veneziana del 1479 che racchiude un borgo elegante, fatto di palazzi e vicoli (XVII-XVIII sec.), con il Duomo, il Teatro, il Palazzo del Capitano e la Galleria Spazzapan da vedere. E piacevole è il parco, con i suoi caffè. Buona tappa è l’hotel Franz, centrale e dinamico, con il ristorante La Corte e la cucina schioppettante di Davide Mosolin, attento ai grandi prodotti locali. A partire dall’olio extravergine del Carso, che sa offrire delle vere sorprese, o la grappa di malvasia di Flavio Comar. Carpaccio di polipo con radicchio rosso, spigola in crosta di pane, ma anche polenta e baccalà, sapendo che il mare è a due passi. “Al Mulin Vecio” è una vecchia osteria, di quelle con i banconi di legno spessi, tanti oggetti alle pareti, botti e affettatrice in bella vista. Si gustano piatti di prosciutto, di speck, di pancetta, dadi di mortadella, fette di formaggio, accompagnati dai profumati bianchi del Collio.

Delizie gastronomiche

Delizie gastronomiche

Ma è solo un antipasto. Per iniziare l’esplorazione dei piatti del Goriziano bisogna far tappa al ristorante “Al Ponte”, che offre una cucina che sa ben riassumere le cose. Zuppa dei pescatori con farina di polenta e mazzancolle; coscia d’oca con speck di Sauris e miele di corbezzolo; sorbetto al vino terrano. La cucina di Luca Rizzotti esplora il territorio e costruisce piatti di nuova concezione. A Gradisca c’è anche l’Enoteca Regionale “La Serenissima” (via Battisti 26) che, oltre a proporre una rassegna dei vini e di altri prodotti, offre anche il miele. Ora, gli apicoltori goriziani propongono qualità con una linea di mieli prodotti nei territori “vocati” del Carso e del Collio. Acacia, castagno, tiglio, con sapori riconoscibili, e poi tarassaco, millefiori isontino, più i particolari marasca del Carso, melata di sommaco (Cotinus Coggygria), melata di bosco. Una tavolozza di gusti e aromi che ben si abbina con formaggi, carni, dessert della ricca tavola friulana.

Da Gorizia verso le delizie del Collio

Gorizia ha un castello dell’XI sec. dal quale si ha vista dei colli intorno, e poi un borgo interessante,  il Duomo (XVII sec.) e Palazzo Attems (1754, pinacoteca). Da qui si parte per l’esplorazione.

I vigneti del Collio

Il Collio è noto. Dolci colline con vaste esposizione a sud vitate. Un clima mitigato dall’Adriatico, terreni di marna e arenaria. Paesaggi e vini sono aspetti strettamente legati e gli uni richiamano gli altri.
Sui colli di Capriva c’è il Castello di Spessa. Un castello riedificato nel 1881, con un parco di venti ettari e cantine ricavate da un bunker dell’esercito italiano che formano un circuito sotterraneo. I vini di Spessa, bianchi del Collio tra i quali i cru Segrè e “di Santarosa”, e i rossi cru come il Conte di Spessa e Casanova, meritano una visita e una degustazione. Non può mancare la grappa Riserva del Conte. La tenuta offre anche un hotel-ristorante e un agriturismo. La Tenuta di Villanova (Villanova di Farra d’Isonzo) ha i suoi vigneti sia sulle rive del fiume sia sulle colline. Collio e Isonzo significa terreni diversi, vitigni e vini differenti. Trovano così espressione il picolit, la malvasia, il moscato giallo, la ribolla gialla e il tocai, il verduzzo e il traminer, così come il cabernet e il merlot.

Distilleria di Villanova

Distilleria di Villanova

Nella bella distilleria si producono anche acquavite di vinacce (grappa) e distillato di uva, con le vinacce e il mosto “della casa”, negli alambicchi di rame, con il metodo discontinuo.
Il Castello Formentini (San Floriano al Collio, XVI sec.) è molto particolare. Non solo per la piacevolezza del borgo intorno e per la vista sulle colline di confine, ma anche per motivi storico-architettonici e di marketing vinicolo. I conti Formentini, infatti, hanno fornito alla Commissione apposita dell’Unione Europea un documento storico che riporta il trasferimento in Ungheria nelle terre di famiglia di viti di tocai. Questa sarebbe la prova che la primogenitura per il nome “tocai” spetta al Friuli e non agli ungheresi, come questi ultimi sostengono. Il castello è del Cinquecento, l’hotel è in due dimore del Sei-Settecento, arredate con mobili e stampe d’epoca e le stanze portano il nome di vini della zona. La Torre della Bora ospita un bell’appartamento e il ristorante gourmet è aperto solo per feste e banchetti.

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