Venerdì 19 Luglio 2024 - Anno XXII

Nel cuore della biblica Anatolia

Anatolia Nemrut Dağı foto Martin Cígler

Zona di primaria importanza per il cammino della nostra civiltà. Reminiscenze storiche, religiose e culturali affiorano alla mente e si fondono a creare un caleidoscopio di sensazioni, difficili da provare in altre parti del mondo

Anatolia Monte Nemrut-foto Evgeny Genkin
Monte Nemrut-foto Evgeny Genkin

L’Anatolia Meridionale è quella parte di Turchia che confina a sud-est con la Siria e l’Iraq e comprende le province di Şanlı Urfa, Adıyaman e Diyarbakır.
Nel corso dei millenni sembra proprio che il destino si sia divertito a far convergere in questo punto avvenimenti che hanno segnato la storia, quella con la “S” maiuscola. La piana di Harran è un luogo biblico per eccellenza, legato soprattutto al nome di Abramo, il patriarca comune a cristiani, ebrei e musulmani, personaggio riguardo al quale le tre grandi religioni monoteiste non hanno alcuna disparità di vedute. Secondo la Bibbia, fu pascolando le pecore in questa pianura che Abramo ricevette direttamente da Dio la promessa di avere il figlio Isacco da sua moglie Sara, considerata sterile. Per i musulmani, il grande patriarca era addirittura nato qui, ma questa era anche la contrada abitata da Giobbe quando fu colpito da tutte le sciagure, sopportate con infinita “pazienza”, senza mai incolparne l’Altissimo. Qui hanno anche vissuto profeti e santi musulmani. Il Monte Nemrut è il cuore del regno Commagene, l’unico dell’Asia Minore mai conquistato dai romani, nonostante i loro sforzi. Qui si concentra attualmente una numerosa comunità della minoranza linguistica curda.

La grande diga delle discordie

Anatolia Diga Atatürk-foto Bernard Gagnon
Diga Atatürk-foto Bernard Gagnon

E sempre questa zona è teatro di uno dei più grandi sforzi economici del governo turco: il progetto “GAP”, per l’utilizzo dell’acqua dell’Eufrate (Firat, in lingua turca) sbarrato dalla gigantesca diga Atatürk Baraji. Progetto fortemente avversato dai Paesi confinanti, specialmente l’Irak che, nonostante le assicurazioni del governo turco sulla quantità minima garantita, si vede in pratica dipendente dai vicini per quanto riguarda l’approvvigionamento idrico. Con questi antefatti, quando si sbarca al piccolo aeroporto di Şanlı Urfa, capoluogo della provincia omonima, il pensiero va quasi naturalmente alle reminiscenze scolastiche e della propria coscienza. Non è necessario essere profondi conoscitori delle Sacre Scritture, per sentire di essere arrivati in un luogo speciale. Inoltre, osservando una carta geografica, si nota che oltre all’Eufrate, nella zona scorre anche il Tigri (Dicle) e ci si rende così conto di trovarsi in quella che avevamo studiato e conosciuto come “Mesopotamia”, la “terra fra i fiumi”. Il paesaggio che si stende a perdita d’occhio è di un colore giallo-arancione intenso. Di primo acchito sembra brullo e pietroso, quasi desertico, ma dalla quantità di capre che pascolano tranquille ai lati della strada – un lunghissimo rettilineo d’asfalto in condizioni abbastanza buone – appena infastidite dal rumore del nostro autobus e dalla sfilza di condotte per l’irrigazione, si capisce che di risorse la zona ne possiede. Tabacco e cotone sono le colture principali.

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Fra le imponenti rovine archeologiche

Anatolia Harran Ulu Camii, la Grande Moschea-foto Alen Ištoković
Harran Ulu Camii, la Grande Moschea-foto Alen Ištoković

A una quarantina di chilometri dall’aeroporto, isolate in mezzo alla vasta pianura sorgono le rovine di Harran, l’antica Helenopolis, distrutta dalle invasioni mongole nel 1260 e ridotta oggi a poche case attorno alle rovine. Osservandole, con un po’ di immaginazione, si può intuire l’antico splendore e l’importanza che debbono aver avuto come centro culturale e religioso. La zona archeologica della Ulu Cami, la Grande Moschea con una delle più importanti università islamiche, è teoricamente recintata e sorvegliata dalla polizia, ma lo sbarramento in filo spinato tutto arrugginito e cadente si supera in un amen, anche perché i poliziotti fanno finta di niente; anzi, sorridono cordialmente ai turisti stranieri che si addentrano nella zona protetta.
Purtroppo non è rimasto quasi nulla in piedi, tranne le mura meridionali, un amplissimo arco e un mozzicone della torre del minareto, ma le pietre sparse sul terreno riescono a dare un’idea della bellezza delle decorazioni, mentre la superficie dei ruderi e il minareto che spicca solitario, testimoniano delle dimensioni e dell’antico splendore degli edifici. Anche il vecchio castello è ridotto piuttosto male, ma la sua forza e la sua fierezza rimangono intatte. Vi si può accedere senza divieti ma occorre prestare attenzione a dove si mettono i piedi, perché l’interno è buio e in alcuni punti il pavimento presenta dei buchi preoccupanti.

Case a cono tronco

Anatolia Case tipiche con il tetto a cono-foto Zhengan
Case tipiche con il tetto a cono-foto Zhengan

Vicino al castello sono state salvate e restaurate le antiche case di Harran, dal caratteristico tetto a cono in mattoni, con un’unica apertura al vertice per fare uscire il fumo e per illuminare gli ambienti. È un complesso di costruzioni comprese all’interno di un muro, con una sola porta d’ingresso. Le case sono una attaccata all’altra e tra loro comunicanti, con un piccolo cortile dove si trova il pozzo. Le dimensioni degli ambienti sono piuttosto ridotte, ma in compenso l’isolamento termico è perfetto. Per verificarlo basta fare il confronto tra il cortile e l’interno dell’abitazione sotto il sole caldo del mezzogiorno (non dimentichiamo che ci troviamo in una zona pre desertica). All’interno il clima è fresco e piacevole e anche dopo il tramonto, quando la temperatura scende notevolmente, il freddo e l’umidità non riescono a penetrare gli spessi muri.

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Case incompiute, ma con la tivù

Anatolia foto-Diana

Attorno a questo sito turistico, le altre poche case sono di tutt’altra architettura; sono basse, generalmente in mattoni a vista. Molte, come del resto dappertutto in Turchia, non sono nemmeno terminate. La spiegazione di questo fatto è abbastanza semplice: terra di storica emigrazione verso la Germania, ha ricevuto dagli uomini che vi lavoravano e vi lavorano Marchi tedeschi prima e adesso Euro con i quali costruire le proprie abitazioni; letteralmente, mattone sopra mattone.
Si iniziano i lavori e si va avanti finché ci sono i soldi. Quando questi finiscono, o quando sono soddisfatte le esigenze della famiglia, si sospende tutto, lasciando però prudentemente lo scheletro in cemento armato per costruire il secondo piano in caso di bisogno. È una civiltà contadina, molto semplice e con pochissime pretese, ma quello che colpisce è l’incredibile foresta di antenne paraboliche per captare uno degli innumerevoli canali televisivi. Non credo esista un altro Paese al mondo con una scelta così vasta di programmi: nazionali, regionali, locali, via cavo, pay-TV ecc.; i turchi sono letteralmente stregati dalla televisione.

La terra dei Caldei

I Sacri Peschieri di Abramo-foto Raki_Man
I Sacri Peschieri di Abramo-foto Raki_Man

Şanlı Urfa era la biblica Ur dei Caldei, poi la romana Edessa. È una città importante e bella. Fortunatamente la zona non è ancora stata toccata dal turismo di massa e la popolazione mantiene vive quelle caratteristiche forme di cortesia tipiche dei turchi. Confusi dalla comune fede musulmana, spesso si commette l’errore di fare di tutta l’erba un fascio, accomunando turchi e arabi. Niente di più sbagliato. I turchi sono un popolo fiero, storicamente sono stati dei dominatori.
La loro gentilezza e cordialità, squisite, sono espressione del dovere del più forte di essere generoso e magnanimo. Questa fierezza si vede anche andando a fare acquisti nel grande Bazar coperto. Le lunghissime trattative sono un gioco e il prezzo pattuito deve dare soddisfazione sia a chi vende sia a chi compra. Il commerciante turco non svende tanto per concludere la vendita; se l’offerta è troppo bassa ritira la merce ed è l’inequivocabile segnale che il discorso è finito. Questa esperienza la si può fare nel grande bazar cittadino, dove si trovano oltre a squisiti pistacchi e ogni tipo di spezie, anche prodotti artigianali di buona fattura.
La città appare frenetica e colpisce la quantità di gente che a tutte le ore vive per strada. Sulla via si commercia, si discute, si mangia, si guarda la televisione con gli amici e basta un piccolo spiazzo per giocare a pallone, in mezzo alle auto.  Un’atmosfera in fondo serena e molto tranquilla, anche per la costante presenza della polizia.

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