Venerdì 19 Aprile 2024 - Anno XXII

Kenya, l’ultima Africa a Kitich Camp

Il pilota si aggiusta le cuffie e il Piper rulla sulla pista di asfalto del campo di aviazione di Nairobi. Con un tocco morbido alla cloche fa alzare da terra quel piccolo aeroplano nel quale sono state caricate poche valigie e molti sogni

Nairobi National Park
Nairobi National Park

Mathews Range? Un punto interrogativo e facce perplesse sono le risposte alle domande su dove sia questo luogo, situato (da qualche parte!) nel nord del Kenya. A Nairobi nessuno ne sa niente; le richieste di notizie e chiarimenti scivolano su mappe, cartine e atlanti stradali, alla ricerca dell’introvabile nome.
Dentro il piper è impossibile parlare; il motore ruggisce a meno di un metro.
Si può solo lanciare un’occhiata nel vuoto o cercare con lo sguardo la linea dell’orizzonte che si perde diafana, laggiù dove l’ombra delle grandi montagne viene spezzata dai primi raggi di sole.
Dall’alto, i miseri sobborghi di Nairobi segnano la savana ferita da tristi cicatrici, fatte di lamiere e di fiumi di povertà vecchi come l’Africa.
Si riconoscono, dai finestrini di plexiglas opaco del piccolo aereo, lineari piantagioni di tè, campi verde cupo coltivati ad agavi e ogni tanto un grande baobab che protende verso il cielo le sue chiome spoglie, i suoi rami contorti simili a braccia legnose che pare chiedano aiuto.

In volo sulla Savana

Branco di Oryx, Samburu Natonal Reserve
Branco di Oryx, Samburu Natonal Reserve

L’altimetro indica duecentocinquanta piedi; facciamo rotta verso nord-est e l’allineamento del velivolo è perfetto. Il pilota, un keniota bianco dai capelli biondi, con un fisico che risente delle troppe birre Tusker, sa volare bene.
Il piper passa ad occidente del Monte Kenya. Il velivolo accarezza le pendici morbide della grande montagna ricoperte di vegetazione ed entra nel cono
d’ombra del massiccio africano, come in un mare buio brulicante di acacie ombrellifere; per la differenza di temperatura si creano vuoti d’aria e il piccolo  aereo sobbalza a più riprese.
Due ore e mezzo di viaggio. Una veloce migrazione sopra la savana arsa dal sole potente del gennaio keniota. Non c’è musica all’interno dell’aereo, ma in quel cielo africano mosso da nuvole spezzate, nella testa risuonano le note di “Flying over Africa”, colonna sonora del film di Pollack “Out of Africa” (La mia Africa). Robert Redford impersona Dennis Finch Hatton e guida il suo biplano; seduta dietro, Meryl Streep, una Karen Blixen viva e insieme poetica, gli stringe la mano mentre il suo amante inglese, con una perfetta cabrata, la conduce sopra uno stormo di fenicotteri rosa, poco distanti dalle colline N’gong.
Non ci sono fenicotteri lungo la nostra rotta, ma nomi e paesi (Nyeri, Embu, Meru, Isiolo, Wamba, Ngalai) che visti dall’alto sono solo macchie lucenti di poveri tetti in lamiera, rigati da esili e tortuose linee bianche nelle quali riconosciamo le strade tracciate nella polvere della savana; appena avvistati, già sono lontani dalle ali del piper. Piccole “Fortezze Bastiani”, avamposti di una fragile civiltà immersa nella prorompente forza del “bush”, superati in volo nello spazio di un respiro, chiusi nel loro cilicio dei “Mboma” di spine, un recinto fatto di arbusti pungenti per proteggere le mandrie di bovini dai grandi carnivori africani.

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Mathews Range? In mezzo al nulla

Atterraggio a Mathews Range
Atterraggio a Mathews Range

Il pilota diminuisce i giri del motore, lavora di gambe sulle pedaliere e compie due grandi cerchi sopra una lingua di terra battuta. Simile a un avvoltoio che ha avvistato il pasto della sera (una carcassa immobile e gonfia) il piper si getta rombando su quel sentiero sconnesso che gli inglesi chiamano pomposamente “airstrip”. E’ questa Mathews Range? Una collina bruciata dal sole, una manciata di capanne “Samburu” dal tetto di fango, sparse disordinatamente nella valle, come pezzi di costruzioni abbandonate sul pavimento del mondo da un bimbo annoiato? Acacie secche e cespugli spinosi coperti di polvere; questa è  Mathews Range?
Il piper sobbalza sull’airstrip improvvisato, i flaps ne frenano la corsa “campestre” e il motore romba forte prima di spegnersi, lasciando gli ultimi metri alla sola forza d’inerzia dell’elica, sino a bloccarsi.

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