Sabato 28 Maggio 2022 - Anno XX
Religiosità Coreana

Religiosità Coreana

Un popolo etnicamente compatto, un mosaico di religioni. La libertà di culto sembra rafforzare quel senso innato di spiritualità interiore che ogni coreano possiede e che ne ispira e condiziona i comportamenti

coreani

Per cercare di capire meglio i coreani (quelli della Corea del Sud perché degli altri si sa troppo poco) è opportuno tenere presente che il loro modo di pensare e quindi d’agire è in molti casi la diretta conseguenza della profonda religiosità “inconscia” che permea le loro coscienze, il loro modo d’essere; un sostrato che non di rado finisce per condizionarne i pensieri prima e i comportamenti poi. Ciò vale anche per circa la metà dei quasi cinquanta milioni di individui che vivono nella zona a sud del famoso trentottesimo parallelo che, secondo un censimento che risale agli anni Novanta, potrebbero essere definiti statisticamente atei. Il discorso può essere inoltre valido anche per quei coreani che, nello stesso censimento, hanno dichiarato di professare una religione profondamente diversa da quelle, millenarie, della loro terra. Otto milioni di individui sono infatti protestanti e due e mezzo cattolici; i buddisti assommano a dodici milioni, mentre il confucianesimo non raggiunge il due per cento, con solo mezzo milione di fedeli. Non si fa cenno, nella statistica, allo sciamanesimo che pure vanta, in Corea, profonde radici storiche.

Spiritualità millenaria

La statua di Buddha nel tempio di Bulguksa

La statua di Buddha nel tempio di Bulguksa

I coreani sono dotati di una vitalità e di un pragmatismo che noi non esitiamo a bollare come assolutamente occidentali. E’ il risultato di molti fattori: un vertiginoso sviluppo demografico, solo di recente posto sotto controllo; una crescita industriale che ha provocato un inurbamento quasi selvaggio e un  migliorato livello di vita della nazione che ha finito per introdurre l’adozione di modelli comportamentali omologati a quelli d’Europa e d’America. Tutto ciò, forse, ha ingenerato una sorta di crisi d’identità: sballottati come sono tra passato e futuro, vivono con sentimenti contrastanti l’ormai collaudato ruolo di “tigre” d’Asia, che si affianca alle altre “tigri” già note: Giappone, Hong Kong, Cina, Singapore, Malaysia e Taiwan. La religiosità “inconscia” più sopra ricordata, fa si che qualcosa rimanga sempre e comunque nell’animo dei credenti che hanno abbracciato una nuova fede o che si professano atei. Buddismo, religione dominante; è troppo radicato nei coreani il concetto di appartenenza spirituale a una religiosità antica, che ha scritto l’intera storia del Paese e ha plasmato le coscienze di chi ci ha vissuto e ci vive, per ritenere possibile che non ve ne permanga traccia. Una traccia invisibile all’apparenza ma comunque forte, caratterizzante. Una traccia che emerge soprattutto quando noi ci aspettiamo azioni e pensieri che ci parrebbero logici (secondo il nostro metro di valutazione) ma che invece non lo sono, per il semplice fatto che le pulsioni interiori sono diverse, l’iter mentale segue altre strade prima di rivelarsi. In altre parole, gli efficienti e moderni managers in abito scuro e cravatta non rivelano sino in fondo, negli atteggiamenti e negli scambi verbali, ciò che fa parte del loro intimo modo di pensare e di affrontare le diverse situazioni che di volta in volta si prospettano. Il buddismo, giunto dall’India in Corea nel IV secolo d.C. attraverso la Cina, è in sostanza una religione filosofica soggetta a una forte disciplina che promette di salvare l’uomo dal ciclo perpetuo delle reincarnazioni.

Monaci del Tempio di Haeinsa

Monaci del Tempio di Haeinsa

Il pedaggio da pagare è la totale rinuncia ai desideri terreni, processo questo che conduce alla redenzione ultima che, sola, sottrae l’anima al mondo mistico per darle infine la sicurezza del nirvana (la salvezza, il bene supremo). Ma l’assorbimento della filosofia buddista ha intrapreso strade differenti in Corea, inglobando nel proprio credo ogni sorta di superstizioni locali e adottando vie teologiche che le erano all’inizio estranee. Ecco spiegato il motivo della presenza di una moltitudine di divinità, di salvatori, di “bodhisattva” (coloro che hanno raggiunto la perfezione) di paradisi e di inferi, mai menzionati da Buddha. Questo tipo di buddismo, detto “Mahayana” o “Grande Veicolo”, si è sviluppato per mezzo dell’intermediazione dei monaci missionari giunti in Corea dall’India e dalla Cina. Grazie all’appoggio dei regnanti dell’epoca, questa religione in fondo “nuova” ha visto il verificarsi di un gran numero di conversioni e l’edificazione di templi durante i regni di Koguryo (37 a.C.- 668 d.C.) e di Paekche (18 a.C.- 660 d.C.). Nel VI secolo poi, monaci e artigiani coreani, emigrati in Giappone recando con sé scritture buddiste e oggetti sacri, hanno contribuito non poco a gettare le basi della cultura buddista anche in quel vicino Paese.

Dagli antichi regni all’occupazione giapponese

Il tempio di Bulguksa

Il tempio di Bulguksa

Un secondo aspetto interessante della diffusione del buddismo in Corea è dato dal rilievo assunto da questa religione durante il regno di Shilla. Nell’anno 668 la dinastia Shilla, malgrado governasse il territorio secondo i principi confuciani, adotta il buddismo quale religione di stato. Il risultato più evidente si riscontra nell’assoluto predominio, nella vita di tutti i giorni, della presenza di “temi” buddisti: nell’architettura dei templi, nel fiorire di botteghe artistiche che vi si ispirano. Col declino delle fortune del regno Shilla, il buddismo permane anche durante il regno della dinastia Koryo (918-1392 d.C.) che registra tuttavia una crescente corruzione nei monaci, divenuti cortigiani e politici. La situazione peggiora all’apparenza ulteriormente quando il generale Yi Song-gye, nel 1392, viene proclamato primo re della dinastia Choson (1392-1910). Egli bandisce in toto le influenze del buddismo sulle questioni di governo e adotta gli insegnamenti del confucianesimo, sia per reggere lo stato sia per dar vita a una nuova etica. Questo regno, durato cinque secoli, significa per il buddismo un lungo periodo di ostracismo e vede addirittura forme di repressione messe in atto dagli eruditi e dagli ufficiali confuciani del tempo.

Confucesimo cerimonia religiosa

Confucesimo cerimonia religiosa

Lo “spirito” del Buddismo con la dolorosa occupazione giapponese (1910-1945) si registra un rinnovato interesse per la religione anche a seguito del tentativo dei giapponesi – che sortisce l’effetto contrario – di asservire le sette buddiste coreane a quelle nipponiche. Fatto poi di un certo rilievo, alcuni monaci buddisti coreani abbandonano la lunga tradizione del celibato clericale. Dopo la liberazione, nel 1945, si moltiplicano i conflitti giuridici sulla legittimità della proprietà dei templi fra monaci sposati e celibi, che alla fine prevalgono. Oggi il buddismo in Corea sta vivendo una specie di rinascita e cerca di adattarsi ai bisogni di una società moderna e sempre più proiettata nel futuro. Molti monaci lasciano il secolare ritiro nei templi di montagna, creando dei centri per la propagazione della fede nelle città.

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