Lunedì 22 Luglio 2024 - Anno XXII

Petra, miracolo d’arenaria

Una meraviglia naturale rimodellata dall’uomo. Scoperta nel 1812 dallo svizzero Ludwig Burckhardt, Petra è l’emblema della Giordania. Con i suoi paesaggi sconfinati la città arancione è figlia della roccia

Il Tesoro, la tomba Nabatea si svela aglia occhi dei visitatori
Il Tesoro, la tomba Nabatea si svela aglia occhi dei visitatori

Una strada lunga e stretta, quasi un budello circondato da pareti di arenaria rosa a strapiombo sul deserto del Wadi Rum, solcata da sempre da carovane di cammellieri.
Deserti infiniti che fagocitano i contorni e annullano le distanze. Notturni stellati rincorrendo le note del flauto di una vedetta sui Monti di Edom. Lo spettacolo di un’alba prorompente che incendia l’orizzonte. E poi le città dei Nabatei: depositarie di una cultura segretamente custodita dalle pietre arenarie, attraverso tre millenni di storia. Un miracolo che si rinnova, giorno dopo giorno, nelle affascinanti visioni del medio oriente.

Lungo la depressione del Giordano

Il deserto del Wadi Rum
Il deserto del Wadi Rum

Avviene in Giordania, terra dagli spazi sconfinati resi ancora più grandi dalla conformazione morfologica. Con una superficie pari a quella dell’Italia settentrionale, la Giordania è caratterizzata ad est da una distesa di altipiani deserti che ad occidente precipitano nella frattura della crosta terrestre che dalla valle del Giordano, passando per il Mar Morto, sfocia fino alla piana dell’Arabah.
Questa crepa, lunga trecento chilometri, evoca nel nome il suo subdolo scorrere sotterraneo: è il Ghor (Giordano) sottile linea di demarcazione che divide la Giordania dal resto del mondo. Graziata dal Ghor, è il caso di dirlo, la Giordania si è conservata intatta nella sua corsa contro il tempo. Qui, dove gli uliveti israeliani lasciano posto allo sterminato universo dei deserti arabi, sorgevano Sodoma e Gomorra. E il Ghor era Scilla e Cariddi insieme, lo spazio delimitato dall’etichetta sbiadita dell’ “hic sunt leones”, da cui provenivano spezie ed incenso.
Terra strana la Giordania; le carte geografiche indicano un “mare” che in realtà è formato da due laghi, perché il Mar Morto si è prosciugato nel mezzo.
Porta d’oriente e contemporaneamente punto di non ritorno. Eppure queste colonne d’Ercole custodiscono da allora alcune tra le vestigia più belle del mondo.
Petra ne rappresenta l’emblema. La città rosa fu scoperta casualmente da uno svizzero (Johann Ludwig Burckhardt, nel 1812) cui capitò di vivere un’esperienza non molto diversa da quella sperimentata di persona non molto tempo fa.

Sulle orme di Burckhardt

Dalla cima del Tesoro
Dalla cima del Tesoro

Così eccomi qui con la divisa d’ordinanza: sahariana da esploratore e camicia color cachi. All’appello manca il cappellaccio stazzonato e le mie Puma super-accessoriate sembrano stridere con le vestigia locali.
Se non fosse per un’omissione e un anacronismo, rappresenterei una versione in gonnella, anzi in “pinocchietti”, di Harrison Ford in una della sue più riuscite interpretazioni. Correva l’anno 1989 quando un francobollo di Hollywood si trasferì in Giordania per girare il terzo episodio della fortunata saga dell’archeologo più avventuroso in pellicola. Il titolo? “Indiana Jones e l’ultima crociata”.
E il Graal scivolava dalle mani di Indiana proprio dalla cima del Tesoro, prima tomba Nabatea che accoglie i visitatori al termine del canyon del Siq. D’altronde Petra, con i suoi paesaggi scolpiti dallo scorrere del tempo, rappresenta un set a cielo aperto.
Ma non è stato Spielberg il primo a riscoprirla. Accolta e graziata dall’abbraccio dei monti dello Wadi Musa Petra, mitica Atlantide Nabatea, è stata cercata e trovata da uno svizzero in kefiah.

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I monti dello Wadi Musa
I monti dello Wadi Musa

Sarà un miraggio, ma ho come l’impressione di averlo davanti a me Johann Ludwig Burckhardt, in groppa a uno scattante cavallo arabo, che percorre incerto un canyon sempre più stretto. Intorno muri di arenaria rosa, scavati dall’acqua.
Già, perché qui scorreva il Wadi Nusa, torrente periodico che, a detta della Bibbia, Mosè avrebbe attraversato durante l’esodo. Ed eccolo, il nostro svizzero, tradito dai colori quasi albini, che si aggira incerto lungo il canyon, sempre più angusto.
Eppure sarà questo budello d’argilla a dar senso a un viaggio che da Damasco lo porterà al Cairo, attraverso una deviazione degna di fama nei libri di storia.
Intanto il varco si restringe ancora di più, mentre si insinua nel cuore il dubbio che non sia questa la strada giusta per raggiungere la capitale del regno di Edom.
Tentenna e barcolla lo svizzero, quando i profili all’orizzonte si fanno sempre più definiti: “realtà o allucinazione?” è il suo primo pensiero, fugato dal progressivo avvicinamento che delinea contorni e regala certezze.

Petra, concreto miraggio

Pareti di arenaria arancione
Pareti di arenaria arancione

Eccola, infine, Petra, la città figlia della roccia voluta dai nomadi arabi del primo secolo avanti Cristo. Non è rosa, come nell’iconografia classica, ma arancione.
Artefice del miracolo cromatico è il sole che con i suoi spostamenti continui permette una metamorfosi della facciata del tesoro. Complice naturalmente l’arenaria, amabile roccia che si fa plasmare come creta ad uso e consumo dell’architetto che la tocca. Ma il tesoro, la cui edicola reca ancora i segni dei cannoni per un tentato furto, è solo l’anticamera.
Oltre ottocento sono i monumenti censiti fino ad oggi, sebbene il numero resti tuttora provvisorio, con pezzi di spicco nabatei e romani. Infatti, se i nomadi provenienti dall’Arabia furono i primi a lasciare traccia del loro passaggio sulla regione giordana abitata dagli Edomiti, i romani proseguirono in epoca successiva.

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La possente struttura dell'anfiteatro
La possente struttura dell’anfiteatro

Petra è magica con le sue edicole, frutto di una commistione di stili che solo un popolo nomade può conoscere e piace perdersi seguendo la linea del cardo, arteria che la attraversa da est a ovest e su cui si affaccia la maggior parte dei monumenti. Lo sbigottimento è grande e si è colti da un improvviso imbarazzo, tanto da non sapere da che parte guardare. Il teatro, costruito durante il regno di Aretas IV, con la sua possente struttura in grado di contenere fino a tremila spettatori, precede le tombe reali scavate nelle rocce del Gebel el-Khubtha. Queste appaiono al visitatore in una successione che è un crescendo: dalla tomba dell’urna dal grande timpano frontale, a quella corinzia su due piani, fino alla tomba palazzo che conduce a quella del soldato: struttura a più piani dal portentoso colonnato. Un arco di epoca romana e un anfiteatro introducono al momento più emozionante dell’escursione a Petra.

Salita verso il Monastero

Tombe reali scavate nelle rocce
Tombe reali scavate nelle rocce

Ci si impiega due ore per raggiungerlo e dal momento che la luce migliore per scoprirlo è quella del pomeriggio inoltrato, si deve preventivare un itinerario dove canicola e sudore saranno compagni fidati. Non sono pochi coloro che affermano che dal Monastero si abbraccia il colpo d’occhio migliore della Giordania.
Così mi aggrego alla carovana dei temerari. È l’una e il ruggente sole del deserto sembra irridere gli “scarpinatori” in fila indiana.
Il percorso è ancora una volta attraverso uno stretto canyon caratterizzato però, a differenza del Siq, da una grande pendenza. Dopo circa mezz’ora di viaggio in cui gli unici compagni d’avventura sembrano essere sonnolenti ciuchi, deformati dal peso di sproporzionate turiste americane, il capo-spedizione comincia ad annunciare una cupola. Ma è solo un miraggio nel deserto. Qua e là qualche bambina si ingegna in modeste trattative di vendita con i pochi turisti in cammino verso la vetta.
Più di una ci segue e alla fine tutti recuperiamo, in cambio di qualche dirham, una manciata di sassi colorati che, con la loro zavorra, renderanno ancora più agevole la risalita.

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La “casa” di Oboda IV

Il Tesoro inondato dai colori del tramonto
Il Tesoro inondato dai colori del tramonto

Intanto la cupola si fa più vicina. Peccato che il sole si faccia oltremodo cocente. Altra mezz’ora quand’ecco finalmente comparire la tanto vagheggiata foggia del Monastero. Vista dal basso, penso si tratti dell’ennesimo abbaglio fino a quando mi trovo di fronte alla facciata: ieratica icona ellenistica strappata alla pietra.
È simile al tesoro nella sua struttura a due piani, ma risulta molto più imponente nelle dimensioni. Non solo: a differenza del tesoro, la cui facciata rappresenta l’unico intaglio nella roccia, il Monastero abbandona fino alla cupola l’arenaria da cui nasce. Santuario dedicato al re Oboda IV rappresenta una splendida visione per chi, sfidando altezza, pendenza e lunghezza del percorso si avvicina.
Gustiamo l’ennesima metamorfosi cromatica rinfrescandoci con un te alla menta nella tenda beduina prospiciente la facciata; ma è già tempo di ripartire.
Vogliamo inseguire il tramonto su uno dei due picchi che partono dal Monastero.
Lo spettacolo del crepuscolo è commovente: l’arenaria da gialla si tinge di rosso, per scivolare nel rosa sul far della sera. Ancora una volta, una vedetta lontana rincorre col suo flauto il suono del vento. E’ un momento speciale; da assaporare in silenzio.

Notizie utili

Informazioni turistiche: JTB Italy
Corso Marconi, 33 – 10125 – Torino
Tel: +39 011
23 035 21
Fax: +39 011 23 035 99
http://it.visitjordan.com
italy@visitjordan.com

La Royal Jordan Airlines, compagnia di bandiera giordana, raggiunge Milano e Roma con voli bisettimanali. Gli aerei impiegati sono i confortevoli Airbus 320.
Per ulteriori informazioni: http://www.rja.com.jo

La Best Tours, operatore leader nel settore dei viaggi culturali, include la Giordania e la Siria all’interno di un catalogo dedicato alle destinazioni del Medio Oriente.
Offre “Best Week-end” per una prima presa di contatto, fino a tour completi, della durata di dodici giorni, che comprendono entrambi i paesi.

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