Martedì 20 Ottobre 2020 - Anno XVIII
Isola Gomera

Isola Gomera

Canarie, sette scrigni nell’Atlantico

Conquistatori, navigatori, scopritori di nuovi mondi. Una natura lussureggiante e talvolta aspra, benedetta da un clima dolcissimo. Preziosità “frullate” a beneficio di un turismo di massa sempre più imponente. Tanto alle Canarie, c’è posto per tutti!

Canarie

Se Amerigo Vespucci può vantarsi di aver dato il nome a un continente, un altro navigatore italiano – nel suo piccolo – poco meno di due secoli prima fornì altrettanto involontariamente il proprio appellativo a un’isola dell’oceano Atlantico.
Nel 1312 il genovese Lanzarotto Malocello aveva infatti “riscoperto” le Canarie sbarcando sull’isola che ne ha eternato il nome. Una riscoperta perché – dimenticate nei secoli bui del Medioevo, con il bacino del Mediterraneo turbato dalle discese barbariche e successivamente dall’invasione islamica – le Canarie erano già conosciute durante l’età classica.

Canarie: isole sul bordo del “grande charco”

Canarie Gran Canaria, Dedo de Dios

Gran Canaria, Dedo de Dios

Ritenute le terre superstiti della mitica Atlantide, furono chiamate “Isole Fortunate” e “Giardino delle Esperidi”, tanto per evidenziare che le sette isole dell’arcipelago a ovest della costa africana non erano note soltanto come entità geografica. Fortunata è una terra dal clima dolce, ricca di frutti e baciata dal sole di una tiepida, costante, eterna primavera. Chi non fosse d’accordo faccia un salto a Hermigua: tra viti e piantagioni di banane un cartello stradale all’ingresso della bella cittadina dell’isola de La Gomera proclama “Aquì tenemos el mejor clima del mundo”. Due i fautori di un clima così invidiabile: le fresche correnti marine – una sorpresa per chi pensava di tuffarsi nelle calde acque tropicali o in quelle brodose del nostrano Adriatico – e l’anticiclone delle vicine Azzorre, periodicamente citato nel bollettini meteorologici. A fine estate il connubio “aria-acqua” dà vita agli Alisei, quel vento in poppa che spinse Colombo a battezzare l’America con l’acqua di un pozzo de La Gomera (divenuto attrazione storica) e che oggi dispensa identici favori alle non vistose barche di ignoti velisti e ai lussuosi yachts di personaggi del jet set mondiale, che attraversano l’Atlantico (per gli ispano-americani “el grande charco”, la grande pozzanghera) fuggendo dall’ormai infreddolito Puerto Banùs verso i tepori delle acque caraibiche.

I proventi del turismo? Quasi tutti nella “Peninsula”

Canarie Gran Canaria, Puerto de Mogàn

Gran Canaria, Puerto de Mogàn

Prima del grande balzo su “La Mar Oceana” (così chiamato dai navigatori e dagli ammiragli di Castiglia per il rispetto che incuteva e i segreti che custodiva) i necessari rifornimenti di bordo e una civettuola punta di mondanità impongono una sosta a Puerto de Mogàn, nella Gran Canaria. Il direttore dello Yacht Club e del porto progettato nel 1980 da Raphael Neville (autore anche del sardo Port Raphael) fa una certa fatica – riservatezza professionale e rispetto della “privacy” sono d’obbligo – a sussurrare i nomi dei “famosos y poderosos” componenti (leader assoluto fu a suo tempo Julio Iglesias); un Gotha del jet set che ogni Circolo della Vela agognerebbe ospitare.
Puerto de Mogàn, in tutte le sette isole Canarie (Gran Canaria, Fuerteventura, Lanzarote, Tenerife, La Palma, La Gomera, El Hierro) resta comunque, se non l’unica, quantomeno la più mondana, meglio dicasi raffinatamente snobistica località dell’arcipelago.
Se si esclude il citato Puerto (e la tranquilla Puerto de la Cruz, pioniera dell’industria del tempo libero a Tenerife) è infatti il turismo di massa a farla da padrone nelle Isole Fortunate, dispensanti albergoni a 3, 4 e 5 stelle, discoteche, bowling, negozi di souvenir, ristoranti e pizzerie con cibi e prezzi da catene charter.

Gran Canarie e Tenerife, boom turistico e svolta economica

Canarie Gran Canaria

Gran Canaria

L’invenzione del jet ha dato un colpo di frusta alla sonnecchiante storia delle Canarie e una svolta alla precaria economia. Anche senon i Canarios di nascita continuano a lamentarsi. Secondo loro la fetta più cospicua del boom turistico è finita nella “Peninsula” (così è chiamata la Spagna metropolitana) o nei dividendi azionari degli investitori centroeuropei. Ma appunto perché Fortunate, le Canarie si sono ritrovate con il fenomeno del “Fastfood Turistico” localizzato e circoscritto alle due grandi urbanizzazioni, concentrazioni alberghiere nel sud delle due più grandi e importanti isole (Gran Canaria e Tenerife) capitali di altrettante province. Se così non fosse, il compito del cronista si sarebbe limitato a un freddo elenco di alberghi, discoteche, “tablaos” di improbabili “flamenco” e a non esaltanti descrizioni di escursioni in cammello con shopping incorporato. E’ il caso quindi di dare un occhio alla scoperta delle “altre” Canarie, quelle più vere e genuine.

Case in stile andaluso-portoghese, costruite dagli olandesi

Canarie Santa Cruz de la Palma

Santa Cruz de la Palma

Non esistono cammelli – buon per loro che non debbano affrontare le maggiori altitudini del mondo in relazione alla superficie – sull’ “Isla Bonita” ufficialmente e geograficamente nota come Señor San Miguel de La Palma, prolisso e bigotto nome (era l’usanza dei tempi) imposto dal Conquistador don Alejandro Fernandez de Lugo. Oltre ai cammelli, non esistono nemmeno (diciamo pure, fortunatamente) solide infrastrutture ricettive, ove si escluda qualche albergo di dimensioni umane e un Parador nei pressi della capitale Santa Cruz. La Isla è però (e forse anche per questa assenza di turismo di massa) “bonita”, dolcissima, profumata, ricca di paesaggi incredibili. Il viaggiatore non dovrà ricorrere a un bicchiere di ottimo bianco delle “Bodegas Teneguia” – sì, un vino secco e non zuccherino alla stessa latitudine di Luxor e del Kuwait – né a un profumato sigaro di produzione locale: a dare ebbrezza basta il panorama dai 2.400 metri del picco sovrastante la Caldera de Taburiente, il più grande cratere della Terra; è sufficiente affacciarsi sullo spento vulcano San Antonio, un catino di nera sabbia lavica trapuntata di pini verde smeraldo. Abituati a incontrare alberi e piante ad altitudini e in paesaggi ben definiti, si resta perplessi nell’attraversare campagne dove il castagno protegge le larghe foglie del banano, il fico d’India cresce sotto il pino.
Santa Cruz de la Palma è inoltre, tra i capoluoghi delle Canarie, la depositaria delle più ricche tradizioni storiche e artistiche dell’arcipelago: porto di scalo sulla rotta delle Americhe, divenne centro di traffici e commerci gestiti dai fiamminghi, sudditi dell’impero spagnolo, che costruirono piacevoli case dalle balconate in stile andaluso-portoghese e importarono opere d’arte di buona fattura da Gand, Bruges, Anversa.

Hierro, l’isola del meridiano zero

Canarie El Hierro, Laya Verodal

El Hierro, Laya Verodal

Penalizzata dalle minuscole dimensioni – è la più piccola del lotto, duecento ottantasette chilometri quadrati – e dall’assenza di un accettabile porto naturale, El Hierro fu almeno compensata con la posizione più occidentale dell’arcipelago. Questa particolarità le assegnò, fin dai tempi antichi, il simbolico passaggio del convenzionale Meridiano Zero e per secoli, in attesa della scoperta colombiana, a ovest di Hierro si aprirono orizzonti sconosciuti, perdurò un mistero che affascinò generazioni di studiosi e navigatori. Se non che, poco meno di due secoli fa, l’imperiale osservatorio geografico di Greenwich si appropriò del meridiano zero, lamenta il guardiano del faro di Orquilla, vittima dell’espropriazione britannica, in un ottimo spagnolo la cui purezza è garantita dai settemila “Herreros” intenti a lavorare un fertile altopiano contornato da boschi di pini, faggi e sabine. Contraltare ai grandi agglomerati turistici di Tenerife e Gran Canaria, il Parador del Hierro pecca persino di eccessivo isolamento: al centro di una spiaggia sassosa che si distende ad arco su una grande baia, nella più assoluta solitudine, è il non plus ultra per coppie in vena di tenerezze e manager stressati.

La Gomera: dai Guanchos a trampolino per le Americhe

Canarie La Gomera, Puerto San Sebastian

La Gomera, Puerto San Sebastian

Terza delle tre isole più occidentali, La Gomera, oltre al già accennato “mejor clima del mundo” (identica certezza è peraltro sbandierata anche nell’entroterra di Puerto Mogàn) possiede importanti ricordi storici colombiani “in esclusiva” (alla vigilia del “descubrimiento” l’isola era l’unica delle Canarie in cui era stata completata la “pulizia etnica” nei confronti della popolazione locale, i Guanchos, eppertanto le navi potevano ormeggiare in sicurezza). La Gomera fu infatti una sorta di Capo Canaveral ante litteram e dal suo porto cominciò il vero e proprio “lancio” verso l’Ignoto delle imbarcazioni comandante dall’Almirante de la Mar Oceana. Ovvio pertanto il vanto delle guide locali commentanti – dopo aver indicato il pozzo che contenne l’acqua imbarcata per la traversata – che “l’acqua de La Gomera battezzò l’America” (o quantomeno i primi Indios incontrati nel Nuovo Mondo). E gli entusiasmi dei “ciceroni” non scemano durante la visita alla ben preservata chiesa della Asunciòn, ad ammirare il punto in cui il Descubridor assistette all’ultima Messa. “Colombo è bello”, è pertanto lo slogan imperante a La Gomera; ma non mancano altre bellezze e curiosità: ad esempio i bei terrazzamenti che l’erba primaverile colora di verde intenso e l’intrigante “linguaggio fischiato” degli abitanti per comunicare tra le profonde vallate.

Gran Canaria e Tenerife, figlie dei vulcani

Canarie Tenerife, Teide

Tenerife, Teide

Situate al centro dell’arcipelago e di maggiori dimensioni rispetto alle altre cinque “sorelle”, Tenerife e Gran Canaria (i cui capoluoghi costituiscono le capitali delle due province canarie) sono anche le più note perché pubblicizzate dal turismo di massa (presente, ma in misura inferiore, anche a Lanzarote e Fuerteventura). Oltre alla già accennata mondanità di Puerto de Mogàn, a un clima che non è azzardato definire magnifico (24° di temperatura media, quasi 365 giorni di sole all’anno) a bucoliche “casas rurales” nell’interno e alla curiosità offerta dalla bella capitale Las Palmas (posta su una larga striscia di sabbia congiungente l’isola principale a La Isleta, permette di scegliere quotidianamente il mare migliore in cui nuotare) Gran Canaria entusiasma chi cerca quel poco che resta dei prodigi di madrenatura. Ecco pertanto il quarantatre per cento del territorio ecologicamente protetto; specie endemiche, e uniche al mondo, proposte da una flora senza pari. Non meno ricca di alberi e piante, per la gioia degli scienziati, e vantante di ospitare la montagna più alta di Spagna (l’assopito vulcano Teide, 3717 metri) Tenerife può essere definita l’emblema, lo stereotipo, un “condensato” delle Canarie.
Una sosta di pochi giorni permette di spaziare dalla storia (la bella città universitaria di La Laguna, prima capitale dell’isola) alla natura (vigneti e frutta nella lussureggiante Valle de La Orotava); da visioni di paesaggi lunari (la salita al Teide, iniziata nel verde di foreste di conifere e conclusa tra inquietanti sculture modellate dalla lava) a magnifici panorami marini (Los Gigantes, nere rocce contornanti Garachico, bella cittadina storica già distrutta dalle lave del Teide).

Influenze africane a Furteventura e Lanzarote

Canarie Lanzarote, Playa Papagayo

Lanzarote, Playa Papagayo

Dato un occhio alla carta geografica si dubita che, a un centinaio di chilometri dalle sabbie e dai venti del Sahara, queste due isole possano risultare “Fortunate” come le già descritte sorelle. In effetti i paesaggi cambiano; la natura, leggi la flora, si presenta diversa, meno rigogliosa, esuberante, per una minore presenza di alberi e piante autoctone; in compenso i paesaggi e i fenomeni naturali (la sabbia al “Fuerte” e la lava a Lanzarote) intrigano e piacciono; per dirla turisticamente: “valgono il viaggio”.
A Fuerteventura basta un veloce sopralluogo per capire che le Esperidi non vi abitano più, o meglio, a meno di impensabili sconquassi geologici succedutisi nei secoli, non vi hanno mai messo piede. Il “Fuerte” – e giusto per fare onore al nome, Franco la trasformò in una grande caserma della “Legiòn” straniera spagnola e vi inviò al confino alcuni oppositori, tra cui Miguel de Unamuno – non è cambiato molto dai tempi, inizio Quattrocento, dello sbarco dei nobili francesi Jean de Bethencourt e Gadifer de la Salle.

Fuerteventura lembo d’Africa

Canarie Fuerteventura, Morro Jable

Fuerteventura, Morro Jable

Brulla e inospitale, popolata da capre disseminate su montagne non ossessivamente alte ma toste e ininterrotte, Fuerteventura tirò avanti nel peggiore dei modi restando un feudo di famiglie in continua disputa, fino a essere – non più tardi di due secoli fa – incorporata nello Stato spagnolo, ma restando totalmente emarginata dal resto del mondo. Ma è proprio questo suo aspetto di lembo d’Africa staccatosi dal Continente Nero a intrigare il viaggiatore. Ultimamente le infinite spiagge sabbiose – battute da un vento talvolta fastidioso e sgradevole ma apportatore di refrigerio – si sono rivelate una vera ricchezza, attirando legioni di windsurfisti. Sono gli stessi “aficionados” alla velocità e alle capriole acquatiche che tra Fuerteventura e Lanzarote guizzano, sguazzano e sgusciano con la loro flotta di “tavole” intorno al ferry carico di turisti e auto.

Il genovese Lanzarotto, non la riconoscerebbe più

Canarie Las Salinas

Las Salinas

Lanzarote, più che un’isola è una curiosità, un mistero, un insieme di sensazioni. Lanzarotto Malocello resterebbe perplesso davanti all’isola da lui “riscoperta” circa sette secoli fa. Da allora la morfologia è profondamente cambiata. A metà del Settecento uno dei trecento vulcani di Lanzarote entrò in agitazione e per vent’anni ne distrusse la geografìa; per dirla in gergo moderno la ristrutturò come un architetto. Un altro architetto, stavolta in carne e ossa, il lanzarotegno Cèsar Manrique, ha completato l’opera del vulcanico predecessore dando recentemente all’isola un aspetto forse bizzarro e discutibile ma affascinante.
Architetti e look sono sinonimi di pianificazione e turismo organizzato. Non va negato che la Costa Teguise e Puerto del Carmen siano centri di investimento e sviluppo alberghiero: nonostante ciò le costruzioni e l’ambiente non risultano ossessionanti e oppressivi. La campagna, poi, è deliziosa, ricca di colori, curata e accudita, quasi a fare da contrasto con i paesaggi lunari che si aprono all’ingresso del Parco Nazionale di Timanfaya. Sul nero della sabbia lavica si sovrappongono, con una uniformità forse leziosa, il bianco dei muri e il verde di finestre, porte e comignoli di case che dopo il “maquillage”  dell’architetto-demiurgo Manrique appagano l’occhio ma possono aver perso la loro identità contadina. Meglio l’elegante turismo degli architetti o gli antichi Giardini delle Esperidi?

Canarie: turismo di massa

Canarie La Gomera, Roque el Cano

La Gomera, Roque el Cano

Benvenuti alle Canarie, dunque, un “ensemble” di isole forse “venduto” male perché – nel nome della tintarella e dimenticando tante altre attrazioni – se ne è evidenziata soltanto la “parte balneare”, quasi si trattasse di Maldive “più vicine e a basso costo”. Ma ormai (concetto peraltro già affermato a suo tempo dal Cav. Benito Mussolini) “il numero è potenza”, eppertanto, turisticamente parlando, i “grandi numeri” delle catene charter e dei mega alberghi superaffollati, “rendono di più” di qualche viaggiatore individuale, attento, intrigato dalle bellezze della natura.
Fortunatamente, nelle Isole Fortunate c’è posto per tutti e non solo per chi chiede di sparapanzarsi in piscina, ingerendo Coca Cola “all inclusive” a gogò.

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