Sabato 24 Febbraio 2024 - Anno XXII

Frida Kahlo, oltre il mito

Una donna d’acciaio, una vita da romanzo. Scopriamo l’artista messicana che ha percorso la prima metà del ‘900 dividendosi tra sofferenza e passione, coraggio e allegria, arte d’avanguardia e tradizione, militanza politica ed emancipazione femminile

Diego e Frida, l’elefante e la colomba

Insieme a Diego Rivera a Città del Messico nel 1939
Insieme a Diego Rivera a Città del Messico nel 1939

“Quasi bella, aveva lievi difetti che ne aumentavano il magnetismo. Le sopracciglia formavano una linea continua che le attraversava la fronte e la bocca sensuale era sormontata dall’ombra dei baffi. Gli occhi erano scuri, a forma di mandorla e con gli angoli esterni piegati verso l’alto. Chi l’ha conosciuta bene sostiene che l’intelligenza e lo humour di Frida le brillavano negli occhi e che erano proprio gli occhi a rivelarne lo stato d’animo: divoranti, capaci di incantare, oppure scettici e in grado di annientarti” si legge nella biografia “Frida” di Hayden Herrera. Colpita a cinquFrida Kahlo, oltre il mitoe anni dalla poliomielite che le danneggiò per sempre una gamba, fu segnata a vita a diciotto anni da un devastante incidente, la colonna spezzata, il ventre trapassato da una sbarra di metallo dell’autobus sul quale viaggiava, investito da un tram, subendo una trentina di operazioni, incessanti tormenti, busti ortopedici, protesi, trazioni, la sofferenza di una maternità impossibile, i ripetuti aborti, fino all’amputazione di una gamba e il tracollo finale. Sentendosi rivoluzionaria, si attribuiva come data di nascita quella dell’inizio della Rivoluzione messicana (1910), alterando i dati biografici che la volevano nata nel 1907. “Nel 1929 divenne la terza moglie di Diego Rivera. Che coppia! Frida Kahlo piccola e fiera come un personaggio uscito dai romanzi di Garcia Marquez; Rivera enorme e stravagante, una creatura alla Rabelais.” (H. Herrera). “L’elefante e la colomba”, secondo le parole di Frida che riporta quelle usate in famiglia all’epoca del suo matrimonio (H. Herrera). Il gigante e la bambina, Diego alto venti centimetri più di Frida e cento chili più grosso, di vent’anni più vecchio di lei; accanto a Diego Frida era minuscola e accanto a lui soffriva a causa dei continui tradimenti del marito (che ebbe ad abbandonarla anche per Cristina, sorella della pittrice).
Resisteva, concedendosi a sua volta frequenti relazioni, con uomini e donne, che Rivera dovette accettare: la più celebre, forse, quella con Trockij; la più intensa, quella con il fotografo ungherese-americano Nickolas Muray che la immortalò in splendidi ritratti. Mai nulla a che vedere con il legame infrangibile che Frida aveva con Diego, dal quale si separò nel 1939 per risposarlo un anno dopo.
“In vita mia mi sono capitati due incidenti gravi” disse una volta. “Il primo quando un tram mi ha messa al tappeto… L’altro incidente è Diego” (H. Herrera).

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Gli abiti maschili e le collane

Le due Frida, 1939
Le due Frida, 1939

Abituata a modificare la propria immagine, esprimendo molto di sé attraverso i vestiti che indossava, in omaggio a Diego, ma non solo, Frida abbandonò gli abiti maschili ai quali era abituata per vestire i costumi del suo popolo, prediligendo l’abbigliamento tradizionale delle donne dell’Istmo di Tehuantepec, un’“isola” matriarcale nel sud-ovest del Paese, prediletta dal muralista. Bellissima nel suo coloratissimo costume (tanto ampio da permetterle di occultare le proprie deficienze fisiche) che ne esaltava la figura minuta, Frida raccoglieva i capelli acconciandoli con nastri e fiori e, amante dei gioielli, si adornava di pesanti collane, le mani cariche di anelli: ovunque faceva colpo, massimamente appariscente a quei tempi in cui non era abituale che una donna non indigena si abbigliasse in tal modo. Oltre duecento vestiti, le gonne, i corpetti, gli scialli, oggi reliquie, sono stati svelati dopo mezzo secolo in cui il guardaroba dell’artista era rimasto chiuso nella Casa Azul nella stanza da bagno, luogo della sua intimità dove si svolgeva il rituale quotidiano della vestizione, in sé un’opera d’arte. “Per Frida gli elementi dell’abbigliamento erano una specie di tavolozza da cui scegliere, giorno per giorno, l’immagine di sé da presentare al mondo…. Si fecero sempre più colorati ed elaborati, via via che la sua salute andò declinando” (H. Herrera).

Mostre, film, pièce teatrali

Frida, il film del 2002 dedicato all'artista messicana
Frida, il film del 2002 dedicato all’artista messicana

Alla fine degli anni Novanta del Novecento il mondo scopre Frida. Si susseguono le mostre, i ritratti della pittrice messicana si vendono a cifre sbalorditive, si girano film e pièce teatrali sulla sua vita, le sue biografie vanno a ruba, la Kahlo diventa un mito internazionale, donna e per giunta del Terzo Mondo viene adottata dalle femministe, idolatrata da star quali Madonna.
La sua immagine su magliette, abiti, gioielli, poster a uso e consumo dei fan, ha offuscato la profondità della sua figura: al di là del mito, l’artista messicana è in realtà un personaggio straordinariamente complesso come emerge (anche) dal saggio “Con l’immagine allo specchio” di Maria Cristina Secci. Che scrive: “Frida Kahlo raccontò di aver giocato con la sua immagine riflessa sin da bambina (vedi Approfondimento) dando vita ad amiche immaginarie, e successivamente lo specchio fu mezzo utile alla sua attività di pittrice di autoritratti. Specchio fu anche un regalo. La madre ne fece appendere uno sul suo letto a baldacchino, dopo che a diciotto anni Frida venne coinvolta in un incidente automobilistico che la costrinse per diverso tempo all’immobilità. Affinché sua figlia potesse almeno guardarsi. Lo specchio quindi non ha potuto che condizionare la visione di sé. …L’atto del guardarsi e dello specchiarsi seppe aiutarla alla rigenerazione…” si legge nel Prologo. E ancora di Frida: “… un personaggio leggendario, un essere immortale però allo specchio e dall’immagine quindi capovolta….meccanismi complessi e molteplici legano l’artista alla propria immagine. … Un intermediario indispensabile è lo specchio con le sue capacità di riflessione, d’adesione alla verità, ma anche di deformazione e stravolgimento della realtà”.

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