
In Israele i simboli sono molto importanti. Tutto riporta al profondo legame tra l’essenza stessa di essere ebreo e le Scritture, anche negli ambienti più laici come possono essere quelli edonisti e progressisti di Tel Aviv. E non potrebbe essere altrimenti visto che la città è stata fondata giusto 100 anni fa da 60 famiglie che vivevano in un luogo storico (l’antico porto di Jaffa), biblico (se ne parla nel libro del profeta Ezechiele: capitolo 3, versetto 15) e mitico (qui sarebbe stato vomitato a riva Giona dopo i tre giorni nella pancia della balena).
Anche il modo con cui fu spartita la terra, il sorteggio, è tipicamente ebraico e biblico. In un certo senso si è rimessa la responsabilità della scelta alla volontà di Adonai, l’Eterno. Se Gerusalemme è la Città voluta da Dio,
Tel Aviv è la città fortemente voluta dagli uomini. L’una è carica di storia e di misticismo, l’altra è moderna e laica. Gerusalemme è profondamente legata alla tradizione, Tel Aviv è aperta al nuovo e provocatoria. La capitale è guardata a vista da polizia e soldati, nell’altra la sorveglianza è più discreta (ma non per questo meno efficace).
Una città museo

La geografia spiega sempre molte cose, è chiaro che una città come Tel Aviv costruita sul mare vicino a un porto attivo da millenni e una grande e lunga spiaggia abbia nel suo DNA una vocazione al commercio e al turismo.
Il nome stesso della città è simbolico. “Tel“, in ebraico designa una collinetta creata da un cumulo di macerie. In ricordo di quello che fu. “Aviv” è la primavera, uno sguardo ottimistico al futuro.
Mercati ancora autenticamente e genuinamente popolari, come il tipico Carmel dove la merce è sistemata sui banchetti con un ordine e un gusto “artistico” davvero speciale oppure lo splendido mercatino dell’artigianato (quello vero, non quello made in China!) sulla Rehov Nahalat e discoteche che si susseguono sul lungomare.
Bianca architettura Bauhaus (dichiarata patrimonio Mondiale Unesco) portata da architetti e borghesi tedeschi di religione ebraica in fuga negli infausti Anni ’30 da una Germania dall’antisemitismo montante, e arditi grattacieli. Tutto convive fianco a fianco lasciando una sensazione di caos lucido, di una continua simbiosi culturale tra le diverse anime dell’ebraismo disperso tra mille culture dai sefarditi mediterranei agli askenaziti dell’Europa germanica e orientale ma tuttavia unico.
Tutto per tutti i gusti

Girando per Tel Aviv si ha la sensazione di “dejà vu”, Qui sembra di essere in Germania con le case con i tetti rossi spioventi a prova di improbabili temporali, giri un angolo e sei in America con grattacieli in vetro e acciaio, passi una strada e ti trovi in un suk mediorientale con case basse e addirittura baracche di legno. Il ristorantino all’europea che convive con il venditore di hot dog, rigorosamente di manzo in rispetto alla legge religiosa alimentare del kosher, piuttosto che il panettiere arabo israeliano che ti cuoce il pane sotto gli occhi e te lo offre ancora caldo di forno.
Tel Aviv vive qui in questa confusione disarmonica, dove tutto sembra tirato su senza un vero piano generale. Vive lungo i 14 chilometri di spiagge da Jaffa alla centrale elettrica Reading e al vecchio porto, all’estuario del fiume Yarkon. Di giorno il parco e la passeggiata in legno ricavata dalle vecchie banchine sono il regno di pattinatori e ciclisti, come cala la sera si trasforma in uno dei luoghi “in” della città con ristoranti, discoteche, locali ricavati nei vecchi depositi e sempre affollati.
Vivere all’aperto

A dire il vero tutti i locali sono affollati. Non c’è bisogno di andare fino al porto. C’è una gran voglia di vivere nei giovani israeliani, un modo spavaldo o magari solo disincantato di affrontare la vita che vuole godere di ogni istante, forse dovuto alle oggettive difficoltà politiche e alla consapevolezza che tre anni della loro gioventù per gli uomini e due per le donne saranno dedicati alla Patria come militari.
Si percepisce anche la curiosità per chi viene da fuori unita a una certa diffidenza tipica di chi ne ha passate di tutti i colori e continua, purtroppo, a passarne. Non è assolutamente facile capire la mentalità ebraica, richiede un notevole sforzo culturale e personale e un’assoluta indipendenza di giudizio. Però è facile parlare con la gente, basta passeggiare nei giardini che separano le due carreggiate dello Sderot Rotschild, il viale principale di Tel Aviv o andare in uno dei tanti locali della Rehov Shenkin. “Milah zot Milah” dicono gli ebrei, cioè “La parola è parola”.
Gli israeliani parlano in maniera franca e diretta, talvolta al limite della brutalità (e anche oltre!) ma dicono in faccia quel che pensano e si aspettano che tu faccia altrettanto. Gli argomenti di discussione passano tranquillamente dalla richiesta di notizie sull’Inter o sul Milan al tuo punto di vista sul grande dibattito in corso sui problemi che affliggono il mondo mediorientale, che qui sono affrontati con un’apertura difficilmente riscontrabile in altre parti di Israele.
Tanto per fare un esempio a Tel Aviv si è potuta formare una comunità omosessuale che vive normalmente senza discriminazioni di sorta. Un notevole passo avanti nel rispetto dei diritti civili in confronto alla lapidazione fuori dal campo, condanna prevista dagli antichi libri della Torah!
Giornate tranquille sulle spiagge

A Tel Aviv la sicurezza non è un’ossessione, anche se all’ingresso di ogni albergo c’è una guardia armata. Per la città, a cominciare dall’aeroporto dedicato al Padre della Patria Ben Gurion, tutto è tranquillo.
Personalmente sono persuaso che la situazione sia assolutamente sotto controllo e che se provi a fare tanto così la sicurezza interviene tempestivamente. Però questa “gestione” del territorio è molto discreta, lontano, tanto per fare un esempio, dalle paranoiche esibizioni muscolari americane. Curiosamente ai nostri occhi, sono ragazze giovani quelle che sono maggiormente addette alla sicurezza, all’aeroporto come negli alberghi ma dietro i loro occhi di ghiaccio, che rivelano antichi antenati tedeschi o slavi o neri come la notte senza luna nel deserto c’è una profonda determinazione e professionalità.
Le giornate al mare sono scandite dal tic-toc della pallina colpita dal racchettone di legno, quasi fosse il battito di un orologio. I racchettoni sono lo sport “nazionale” di Tel Aviv e a questo gioco è perfino dedicato un museo. Dicevamo prima che ci sono 14 chilometri di spiaggia libera e accessibile a tutti, curata, con attrezzature per fare la ginnastica, strutture per i bambini, gazebo per il pic-nic e ristorantini e bar dappertutto. È un arenile largo e sabbioso, preso d’assalto in ogni momento libero.
Ogni tratto della spiaggia ha un nome e delle caratteristiche particolari. Così, da nord a sud, la Frishman è per i giovani modaioli, la Gordon per gli sportivi, la Sheraton per le famiglie, l’Hilton per i giovani disinibiti, la Hof Hadatiyim per gli ebrei ortodossi con ingressi separati per uomini e donne, la Charles Clore, ideale per i pic-nic e, infine, l’Alma, con forti correnti dove praticare il surf.
La stagione dei bagni, in questa parte del Mediterraneo è lunga, almeno sei mesi da maggio a ottobre, perché Tel Aviv ha un clima particolarmente favorevole. Eccetto i tre mesi invernali da dicembre a febbraio dove talvolta piove, per il resto dell’anno è quasi sempre sereno, con un’estate calda mitigata dalle brezze e talvolta fustigata dal terribile “Sharav”, un vento torrido e secco proveniente dal deserto.
Il cuore di Tel Aviv

La spiaggia termina al promontorio di Jaffa. Questo è il nucleo antico d’aspetto tipicamente mediorientale. Rispetto alla gaudente Tel Aviv, Jaffa concentra in sé numerose gallerie d’arte e atelier ospitate nelle vecchie case arabe. Proprio ai piedi sorge il quartiere di Neve Tsedek che in ebraico significa “Pascolo di giustizia”, nome mutuato anch’ esso dalla Bibbia (Geremia: 21, 23).
Una zona particolare. Antica, (se questo termine vale per una città che ha 100 anni) era nata a fine ‘800, prima ancora della fondazione di Tel Aviv, come quartiere ebraico di Jaffa e oggi entrambe sono inglobate in Tel Aviv.
Neve Tsedek è molto in voga, con le sue casette basse con il giardino e le stradine strette, una zona ricercata per la sua tranquillità dove convivono case appena ristrutturate splendidamente con edifici lasciati in stato di abbandono: Neve Tsedek è famosa perché qui sorge il Suzanne Dellal Centre, uno dei templi mondiali della danza contemporanea, ospitato in due vecchie scuole dietro a una deliziosa piazzetta dove l’acqua scorre in tanti rivoli tra il selciato a irrigare alberelli di agrumi piantati nella pietra.
A Neve Tsedek nascono come funghi localini, ristoranti di moda e caffè. Già, perché a giudicare dall’affollamento di locali pubblici sembrerebbe che gli abitanti di Tel Aviv non pensino altro che a mangiare, bere e divertirsi. Un bel modo di godersi la vita. (9/9/09)
Ufficio Nazionale Israeliano del Turismo: www.goisrael.com/other/events/eventseng.html
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Tel Aviv
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Docente di Cultura ebraica, giornalista e saggista Elena Loewenthal presenta in questo libro la sua visione di Tel Aviv, partendo dalla giovane storia della città intrecciata ai luoghi e alle persone che la abitano.
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