Venerdì 2 Dicembre 2022 - Anno XX
Romania Bucarest

Romania Bucarest

Romania, cominciando da Bucarest…

Un paese oramai parte dell’Europa Unita, rivisto dopo molti anni. Quali le impressioni? Quali i mutamenti dovuti alle vicende storiche precedenti? La capitale romena, sotto questo aspetto, riserba più di una sorpresa

Era tanto che non andavo in Romania, per l’esattezza dai tempi di Ceausescu (in neolatina lingua locale Conducator). A proposito, avverto la cortese aficiòn lettrice che nel racconto della mia gita romena ricorderò spesso questo ‘strano’ dittatore (non ce n’è mai uno uguale all’altro); non tanto per la mia aficiòn alla storia quanto per l’importanza di ciò che combinò alla guida del Paese (a sua volta ‘strano’: ‘neolatino’ per lingua e cultura ma fortemente influenzato da ungari e genti di varia estrazione germanica, è circondato da popoli slavi ed ebbe per secoli i turchi ottomani come vicini di casa).

Ricordi di “antico regime”!

RomaniaNon solo la Romania ma la stessa Bucarest erano rimaste a me poco note nelle due precedenti visite. La prima ebbe luogo in epoca assai lontana, poco più di una ventina d’anni dopo la fine della guerra, quando i Paesi dell’Est potevano offrire ai turisti dell’Ovest soltanto qualche monumento di facciata, alberghi tipo Ninotchka (moneta unica il dollaro capitalista) dominati dalla noia (rotta alla sera da un vivace mercato di corpivendole: ricordo l’ascensore di un hotel di Varsavia più trafficato del metrò a Times Square). La seconda gita a Bucarest (1972) ebbe per unico fine la semifinale di Coppa Davis, Romania-Usa, in cui poco potettero i bravi Tiriac e Nastase e i furti (per lo sdegno di Enrique Morea, arbitro argentino) perpetrati da probabili agenti della Securitate travestiti da giudici di linea. Stavolta torno in Romania in occasione del congresso mondiale della Fijet (gli scribi di viaggi) il che mi fa ben sperare sulla possibilità di conoscere al meglio il Paese (il quasi ospitante Turismo rumeno commetterebbe autogol se non partissimo opportunamente informati).

Bucarest “Parigi dell’Est”. Paragone meritato

E a gita appena iniziata, dopo una lunga scarpinata nel pomeriggio ‘free’ della prima giornata eccomi a esclamare con piacere: ma com’è bella Bucarest! Lo so, dovevo aspettarmelo visto che è chiamata la “Parigi dell’Est”, ma che Parigi! Perché (a mio modesto parere e con un filino di esagerazione che non guasta mai) ho forse visto più ‘architettura parigina’ a Bucarest che nella Ville Lumière. Un abbaglio o solo un’overdose di entusiasmo? Sarà, ma a sostegno di una quasi certezza ecco una sia pur goffa spiegazione. Premesso che durante la seconda Guerra mondiale le due capitali non subirono gravi danni, dalla fine del conflitto a Parigi – come in tutta l’Europa occidentale – l’edilizia subì un normale sviluppo e nel corso di decenni vide la creazione di nuovi edifici, rinnovati stili architettonici. Bucarest, invece, rimase in pratica come era. Con l’avvento del cosiddetto Socialismo Reale nell’Est Europa se non si faceva la fame poco mancava (nel suo piccolo può testimoniarlo persino chi scrive: per motivi che un giorno potrei narrare solo perché bizzarri, in un paio di occasioni, nell’invernale aeroporto di Varsavia, contrabbandai una valigia piena di salami, coppe e pancette consegnandola non a uno spiantato ex capitalista bensì al vice direttore del Tribuna Ludu, quotidiano del piccì polacco, la nostra Unità).

Epoca Ceausescu: un’inmensa, inutile struttura edilizia

Romania Bucarest il palazzo del parlamento

Bucarest il palazzo del parlamento

A Bucarest, Romania, poi, di costruire o anche solo di ristrutturare, si parlava ancor meno, perché quel balosso del Ceausescu (come detto, un dittatore ‘strano’, amico dei Soviet sì, ma fece anche qualche giro di valzer con gli odiati capitalisti e riuscì financo a flirtare e a farsi prestare dollaroni dagli, a parole, Usa) non amando aver debiti imponeva ai sudditi sacrifici a dir poco mostruosi. Qualche esempio? Da mangiare c’era poco o niente (si esportava per tirar su valuta pregiata) e ancor minori erano le calorie da riscaldamento (di cui in Romania si ha davvero bisogno: a Bucarest, poco sotto il 45° parallelo, stessa latitudine di Bologna, d’inverno si barbella dal freddo) a causa dell’assai poco combustibile talché a una certa ora il Conducator toglieva la luce elettrica: nelle case niente tivù e studenti a fare i compiti al lume di candela). Ovvio che con tutto quel bisognoso sfaccimme non fosse il caso di parlare di edilizia (ma anche in questo ambito Ceausescu, sempre lui, ne fece una delle sue inventando il faraonico Palazzo del Parlamento, una inenarrabile, solo andandoci ci si rende conto, mega costruzione – la più grande struttura di edilizia amministrativa nel mondo dopo il Pentagono – il cui costo avrebbe messo in crisi persino le finanze del Vaticano).

Antichi palazzi restaurati con amore

Una precarietà economica (protrattasi fino al 1989, fine del Socialismo Reale) escludente l’attuazione di validi progetti urbanistici (salvo periferici esemplari di ‘edilizia proletaria’) può pertanto spiegare perché Bucarest, rimasta com’era alla fine della prima Guerra mondiale e ri-pittata in questi ultimi vent’anni) può oggidì vantare quella meraviglia di costruzioni erette secondi tanti stili a me cari, si chiamino Art Deco o Nouveau, Floreale o Liberty, Eclettismo o Modernismo, tutti di estrema e raffinata eleganza (altro che gli attuali Design, Minimalismi, Boutique, roba fredda, anonima).

Tanta cultura ‘parigina’ si spiega anche con la politica internazionale: nell’Est Europa della prima metà del secolo scorso Romania, Polonia e Cecoslovacchia gravitavano nell’orbita francese mentre Ungheria, Bulgaria e Jugoslavia erano legate alla politica estera italiana. È il caso che faccia un salto a Bucarest chi ama l’avvincente Belle Epoque, cominciata in una Fin de Siècle concludente l’epopea delle potenze egemoni del vecchio continente e destinata a lasciare il segno nella cultura e soprattutto nell’architettura della prima età del XX secolo.

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