Sabato 18 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Belize, non solo Barriera Corallina

Belize, non solo Barriera Corallina

Lungo i trecento chilometri di costa caraibica del Belize, vivono cento tipi di coralli e cinquecento specie di pesci; è uno dei reef più famosi del mondo, patrimonio Unesco. Ma l’ex Honduras Britannico può anche esser visto con un’ottica diversa: quella di una giovane donna che ne scopre paesaggi, colori e umanità

Belize

Caye Caulker è la mia prima meraviglia del Belize, il piccolo stato dell’America centrale, già noto come Honduras Britannico. Parto da Chetumal al mattino, sotto una tempesta tropicale di pioggia fitta e battente, con raffiche di vento che scuotono la barchetta. I due ufficetti al molo si fanno guerra a suon di spiccioli; le compagnie che coprono il tragitto via mare, l’una accanto all’altra, si accaparrano clienti promettendo merendine gratis a bordo e un servizio di prim’ordine. Le braccia scure del timoniere si aggrappano alle funi sui fianchi della barca bianca, con l’acqua che gli scorre nelle vene; lui e il suo aiutante fanno la spola tra il posto di guida e la porticina che conduce nell’abitacolo, lasciata aperta per comodità, e dalla quale sembrano voler entrare anche le onde. I tendini tesi tradiscono l’apparente agilità dei marinai, che con ogni passo danzano a picco sul mare. Una ventina di minuti dopo uno squarcio d’azzurro sembra ferire il cielo già livido, e uno spiraglio di sole scalda il mio viso dal vetro dell’oblò. Il marinaio spoglia la mantella nera, ormai fradicia, ed appoggia tutto su uno dei sedili vicini alla porta rimasta aperta, ovviamente vuoto. Insieme ai moduli per l’entrata in Belize, riceviamo le merendine dal grosso cartone che avevamo visto caricare. Sotto il sole le sfumature del mare vanno dal blu intenso al verde acqua, la schiuma bianca delle onde rende lo spettacolo suggestivo. In barca, tasselli umani di un mosaico policromo: siamo una dozzina scarsa, eppure turisti, messicani, beliziani insieme.

Miscela di razze ben riuscita

Belize

La costa di San Pedro ci accoglie con i suoi bracci di mare cristallino; la sabbia bianca si sposa con l’acqua ora verde, ora più azzurra, ma sempre trasparente nella sua bellezza. In fila per la dogana, osservo le persone che mi circondano, e noto quanto la pelle dei beliziani sia più scura di quella dei vicini messicani. I ragazzi seduti sul muretto hanno mantenuto anche i lineamenti africani dei loro antenati, come la maggior parte dei connazionali; discendente degli schiavi neri fuggiti da Cuba; la comunità di colore ben si integra con le altre minoranze locali. L’ufficio di frontiera è un insieme di assi sconnesse che si erge nella parte meno stabile del molo; all’interno, in un metro quadrato sono sparpagliati fogli, una fotocopiatrice e un ufficiale precariamente inerpicato su di uno sgabello. La finestra scavata tra le schegge delle travi offre all’uomo uno spettacolo affascinante, da paradiso terrestre, tra il verde brillante delle palme e l’acqua che riflette il sole. Un soffio di aria gelida mi sveglia dall’incanto: i 18 gradi del condizionatore mal si sposano con la temperatura esterna, pari a circa il doppio.

Cayo Caulker: vita minuta e cibi in scatola

Belize

Il tempo di un timbro sul visto, e sono di nuovo in barca. Il cielo diventa sempre più plumbeo man mano ci avviciniamo a Cayo Caulker. Trascino la valigia sulla spiaggia e vengo avvicinata da un locale sulla cinquantina, la cui età è tradita da una reiterata stanchezza che gli si legge in volto, sulla pelle scura. L’uomo si offre di indirizzarmi verso un hotel; accetto, quando mi spiega che a causa dell’imminente tempesta è difficile trovare una stanza, dato che molte strutture hanno chiuso. La ricerca di un alloggio si rivela in effetti più difficile del previsto, e ovunque si vedono ragazzi e uomini che inchiodano grandi travi di legno a finestre e porte, rendendo inaccessibili ostelli e hotel. Dopo circa un’ora sono in quella che sarà la mia stanza per la notte; mentre pago, sento il mio accompagnatore parlare con i figli, elencando le provviste che stanno per esaurire in casa e da comprare. Parla di scatolette di fagioli, farina, tutti alimenti a lunga conservazione, facendo con un filo di voce i conti di quante può permettersene con il poco denaro guadagnato nell’ultima settimana. Lasciata la facciata di hotel e strutture turistiche, mi incammino nel cuore dell’isola, decadente, tutto capanne e rifiuti. La gente sonnecchia su amache appese alle travi delle porte, i ragazzi giocano per strada; molte delle capanne sono di legno colorato, spuntano qua e là minuscoli negozietti con i nomi di Moda Milano o L.A. fashion; spopolano taquerias e bar con quattro assi di legno a mo’ di pareti senza tavoli né sedie con i menù scritti a pennarello sui muri o sulle finestre. Un asilo con un cancello colorato compare ad un angolo, poco più avanti quella che deve essere una scuola, con una bacheca di fogli appesi e bagnati dalla pioggia al suo esterno. Sopra il campo da calcio dei volatili scuri e grandi fanno le loro evoluzioni, sull’erba ragazzi e ragazze di tutte le età rincorrono una palla. Nel porto mercantile il magazzino è pieno di casse di Coca Cola e bevande zuccherate, illuminate dalla luce fioca di un lampione sotto un cielo nuovamente livido.

Fra tempesta e Chinese Store

Belize

Tutto ad un tratto scende il buio, nonostante sia a malapena l’ora del tramonto. Raggiungo un locale sulla punta estrema dell’isolotto, unica luce nel buio di mare e cielo, divenuti un tutt’uno; ragazzi e turisti parlano e cantano mentre la capannina sfida il vento e i tavolini vengono sommersi dalle onde violente, alcune ragazze ballano in piedi su quelli che sembrano essere tavoli scavati nella pietra, originariamente sulla riva del mare ma ora completamente sommersi dall’acqua. Un’atmosfera da Apocalisse, perfino inquietante in qualche modo, cala su Caye Caulker; mi dirigo in fretta verso la stanza, con i lampioni sulla via pedonale come unico riferimento. I ristoranti sul mare sono chiusi, ma vedo i turisti entrare in molti dei localini più all’interno, tentati dal pesce fresco esposto al di fuori, tanto quanto dalla parlantina dei camerieri-cuochi. Quello che sembrava doversi trasformare in una tempesta resta quiescente, così esco per cena e faccio un giro nei due grandi chinese stores, supermercati forniti di tutto, con prezzi alla portata di pochi. Non essendoci Bancomat ho solo monete messicane con me, e il proprietario mi dice che le accetta; in cassa trovo però la moglie, che vuole solo moneta locale. Cambio supermarket ma la scena si ripete, con l’aggravante del tasso di cambio inventato al momento; il gelato confezionato che volevo prendere costa l’equivalente di 10 euro, prezzo tanto impossibile in Italia quanto in Belize, così lascio perdere.

Verso Belize City in compagnia di Ernesto (tornado)

Belize

Nella notte la furia della bufera si scatena, e la mattina seguente, di buon’ora, trovo il molo pieno di gente in fila per partire; non avevo pensato di essere in compagnia di tanti mattinieri, e la situazione si aggrava quando sembrano non esserci abbastanza barche in partenza per Belize City. Dopo un’ora in piedi, sotto la pioggia e sferzate di vento. la valigia viene caricata su una barchetta a bordo della quale vengo fatta salire, metà sotto il tettuccio e metà all’addiaccio; al momento di partire, però, qualcosa cambia e ci viene ordinato di scendere. Ci vorrà un’altra mezz’ora prima dell’imbarco su un mezzo più grande e sicuro. Il viaggio dura forse un’ora; le mamme tolgono le mantelline ai loro bimbi, molti dei quali si addormentano mentre altri mangiano biscotti. Il porto di Belize City si apre davanti a noi, sotto un cielo grigio; veniamo condotti attorno ad un recinto di legno, nel quale sono state trasportate le valigie. Due ragazzi entrano e lanciano letteralmente i bagagli addosso ai proprietari, o almeno a chi si dichiara tale, dato che nessuno controlla: tutti hanno gli occhi fissi verso i propri. All’esterno, i carrettini che vendono mais tostato e dolci resistono sotto la pioggia sottile, mentre il mio taxi sfreccia per le strade in cerca di un Bancomat; la meta è la stazione dei bus, da dove prevedo di partire verso il Guatemala. La radio urla le ultime notizie riguardo al tornado Ernesto, che è previsto abbattersi sulle coste, mandando messaggi di allerta alla popolazione.

Nel cuore del Paese

BelizeDopo uno sterrato pieno di fango e auto parcheggiate a bordo di un fosso, raggiungo la stazione, in cui centinaia di persone sono in fila per gli ultimi bus. Il tassista mi spiega che anche molti residenti sono diretti verso il centro del Paese, dove raggiungeranno i familiari per rimanere in una zona più sicura della città costiera. I bus già partiti per motivi di sicurezza non effettueranno il servizio di ritorno, quindi tutti si accalcano alla disperata ricerca di un mezzo di trasporto; inizialmente penso di aggiungermi alla folla, ma il tassista mi consiglia di unirmi ad un suo collega che vuole raggiungere la famiglia nella zona di confine con il Guatemala:  è in attesa di qualcuno a cui dare un passaggio e che copra almeno le spese per la benzina. Siamo in tre, e paghiamo in totale 50 dollari americani, tariffa di estremo favore e non molto più cara di quanto sarebbe costato il viaggio in bus, quindi accetto. Per qualche ora mi rilasso, immersa nel verde di una vegetazione lussureggiante che brilla tra spiragli di sole e gocce di pioggia. Palme, foreste, fiumi e villaggi sono lo spettacolo più grande del Belize, di cui sto attraversando il cuore sotto un cielo ad ogni chilometro sempre meno minaccioso.

San Ignacio, Belize. Domani Tikal, Guatemala

Belize

Qualche ora più tardi vengo lasciata sulla strada di San Ignacio, come pattuito, a pochi chilometri dal confine; è giorno di mercato, e nonostante l’umidità faccio due passi tra le bancarelle di frutta e prodotti locali, colorati, strani e mai visti. Il mio pranzo è una sorta di panzerotto cotto sulla piastra rovente di una gentile signora messicana, che aveva appena finito di cucinare per la famiglia; lo gusto in piedi, sotto un albero, e il suo sapore affumicato mi pare quanto di migliore ci sia in quel momento. Le banane essiccate dal giallo vivo hanno il sapore di patatine, e non del dolce che cercavo. Un altro taxi si offre di accompagnarmi alla frontiera, vista la lentezza e gli orari mai fissi dei bus, ancora parcheggiati. Mi chiede quanto io abbia pagato il passaggio da Belize City, e non mi crede quando glielo dico: la benzina è aumentata ultimamente, dice, e si convince solo quando gli spiego che il taxista voleva raggiungere la famiglia, e portandoci con lui desiderava coprire solo le spese del viaggio. In pochi minuti sono al confine, e vengo subito raggiunta dai benefattori di frontiera che si offrono di cambiare il denaro in quetzales, moneta locale in Guatemala; uno dei ragazzi mi assicura che il cambio è uguale per tutti, ma mi bastano pochi passi per capire che il tasso è molto variabile, perfino allo stesso stand del giovane. Dopo qualche minuto di coda sono dall’altra parte dell’edificio, dove nuovi ragazzi si presentano con mazzi di banconote tra le dita: stavolta posso schivarli. La meta è Tikal, sito di rovine storiche tra i più famosi e visitati, dove spero di arrivare in bus; non ci vuole molto per capire che è impossibile; dato l’orario, l’unico minibus in partenza è diretto a Flores, quindi chiudo la portiera dell’ennesimo taxi della giornata, ma il primo guatemalteco.

Leggi anche:

Iceland 1. Islandesi invincibili guerrieri contro la sfida naturale, climatica, storica

Tolosa: piccola metropoli a misura d’uomo

Viaggio in Thailandia fra orchidee e rododendri nani

© RIPRODUZIONE RISERVATA