Mercoledì 5 Ottobre 2022 - Anno XX
S.O.S. per la cripta della Cappella Sistina di Gravina in Puglia

S.O.S. per la cripta della Cappella Sistina di Gravina in Puglia

Un grido d’allarme accorato, con dati alla mano, per riportare l’attenzione sullo stato di degrado e incuria in cui versa un capolavoro della nostra bella Italia. Stiamo parlando degli affreschi della cripta di San Vito Vecchio, a Gravina in Puglia. Le pitture praticamente galleggiano sull’acqua. I supporti sono insicuri, potrebbero cedere da un momento all’altro, perché retti da una colata di gesso ormai sfarinatasi

La cripta di San Vito Vecchio

La cripta di San Vito Vecchio

Nella cripta di san Vito Vecchio, che gli affreschi, di scuola bizantina, , dopo il loro stacco dal sito originario, avvenuto nel 1957, per volere di Cesare Brandi e dell’intero Istituto Centrale di Restauro di Roma, di cui era direttore e, successivamente, sistemati presso la Fondazione Ettore Pomarici Santomasi, dal lontano 1968, sono ancora in piedi per miracolo, posso confermarlo con dati di fatto e alla mano, essendo stato personalmente protagonista, oltreché fautore e animatore, dal 2010, insieme all’équipe giapponese guidata dal professore Takahiro Miayshita, alle dottoresse Cecilia Frosinini ed Isabella Lapi, del progetto Tebaidi del Sud, promosso dall’Università giapponese di Kanazawa, in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Alla luce di questo progetto, finalizzato alla conoscenza delle tecniche dei colori utilizzati, ancora una volta, a settembre del 2012, casualmente mi sono reso protagonista della proposta di richiamare in causa uno dei protagonisti dello stacco delle pitture murarie avvenuto nel 1957, Giuseppe Moro, restauratore in pensione dell’Istituto Centrale di Restauro di Roma. Fu lui che suggerì di provvedere, dopo aver saputo che mai un chek-up fosse stato effettuato, di procedere a un esame diagnostico degli e sugli affreschi della cripta, per conoscerne il reale stato di salute. A novembre del 2012, Giuseppe Moro e il dottor Giuseppe Fabretti, responsabile del Centro di diagnostica multispettrale di controllo non distruttivo dell’Istituto Centrale di restauro, dopo aver ricevuto l’assenso da parte dell’Amministrazione comunale di Gravina, procedettero all’esame del grande malato, acquisendo tutti i dati scientifici e fotografici non solo sulle figure ma, anche attraverso una ricognizione documentale presso il sito originario dell’antica chiesa.

Una diagnosi spietata eppure tutto tace

La Chiesa rupestre di San Michele alle Grotte

La Chiesa rupestre di San Michele alle Grotte

A maggio del 2013, dopo la lunga elaborazione dei dati, fu emessa la seguente sentenza, la spietata diagnosi: “In previsione dell’impostazione e definizione del progetto d’intervento conservativo e manutentivo della cripta di S. Vito Vecchio, ricostruita presso il museo della Fondazione Pomarici, nella fase di precantiere progettuale tra le misure e le indagini di controllo è stata programmata ed eseguita un’indagine termografica orientata a fornire un contributo per la definizione di un modello interpretativo dei meccanismi di scambi energetici tra la struttura e l’ambiente circostante nonché tra le diverse parti che costituiscono la struttura stessa. Tale tecnica d’indagine consentendo di ottenere, in modo non distruttivo e non invasivo, dati di temperatura superficiale campionati nel tempo ma praticamente continui nella dimensione spaziale permette di pervenire alla costruzione di mappe di scambio termico tra la struttura e l’ambiente e quindi, d’individuare e determinare quelle parti della struttura che essendo più sottoposte a sollecitazione termica costituiscono le zone preferenziali di degrado, le così dette ‘zone a rischio’. Infatti, il termogramma, ottenuto mediante questa tecnica, è il prodotto della combinazione di una serie di eventi termodinamici che coinvolgono la struttura e l’ambiente circostante ossia e’ il risultato di un bilancio energetico dinamico e complesso.

Nella Cripta gli affreschi galleggiano sull’acqua

Le immagini dei Santi sulla parete sinistra della cripta

Le immagini dei Santi sulla parete sinistra della cripta

Nonostante, l’intera relazione fosse stata inviata all’attuale assessora comunale alla cultura e alla Soprintendenza regionale della Puglia per i Beni Ambientali, Storici, Architettonici, Ambientali, Paesaggistici e Culturali, nulla è successo. Nulla si è mosso intorno a quei capolavori destinati a scomparire secondo un altro spietato verdetto emesso a luglio scorso dal bolognese Ottorino Nonfarmale, restauratore di fama mondiale, nel corso di un sopralluogo effettuato presso la cripta ricostruita della Fondazione. È stato proprio quest’ultimo che ha emesso un giudizio senza appello. Gli affreschi galleggiano sull’acqua. I supporti sono insicuri, potrebbero cedere da un momento all’altro, perché retti da una colata di gesso ormai sfarinatasi. Ciononostante, vige la non curanza e, soprattutto, dell’autorità preposta, in primis la Soprintendenza, proprietaria, in nome e per conto dello Stato di quei beni preziosi, di inestimabile valore e definiti la Cappella Sistina delle chiese eremitiche della Puglia, di Gravina e del mondo.

Il trionfo dell’incuria

Le Marie al sepolcro

Le Marie al sepolcro

Cosa bisogna fare per far maturare la dura cervice degli insensibili, degli incoscienti, degli incapaci? Augurarsi che gli stranieri, possibilmente giapponesi, arabi, cinesi, americani sposino la causa e finanzino il restauro, per il quale ci vorrebbero dai sei ai sette anni e una cifra da capogiro, forse, impossibile o non alla portata dei vari enti tutti pieni di pidocchi. Questa la storia, in sintesi dello stato dei luoghi. Prima si interviene e meglio è, altrimenti avranno ragione, sia pure a distanza di 50 anni coloro che osteggiarono la filosofia di Cesare Brandi, fautore degli stacchi degli affreschi, per salvaguardarli, per sottrarli al declino, alla perdita, al degrado, ai trafugamenti e alle scomparse naturali, causate da incuria, umidità e da tutti gli altri fattori corrosivi, atmosferici ed ambientali. Vantarsi che quegli affreschi sono stati esposti a Bruxelles, nel 1958 a Roma, presso i Mercati Traianei, il 1959, ad Atene e a Bari nel 1964 e non salvaguardali, non tutelarli è quanto di più ignobile possa accadere.

I risultati dell’indagine termografica parlano chiaro

Cristo Pantocratore

Cristo Pantocratore

Con ciò la possibilità di utilizzare mappe termografiche per gli scopi suddetti non può prescindere dalla correlazione dei diversi fenomeni di trasmissione di energia che determinano il comportamento termico del sistema manufatto-ambiente e condizionano la distribuzione termica superficiale della struttura in esame. Specificatamente l’indagine termografica è stata orientata all’acquisizione di dati utili a definire la struttura dal punto di vista del suo rapporto con l’ambiente e correlabili con le possibili disomogeneità subsuperficiali e/o tecnico-costruttive e/o composizionali e/o dello stato di conservazione ( quali: presenza di vuoto, integrazioni, rifacimenti, sollevamenti, decoesioni, distacchi e degradazioni differenziali in genere). Inoltre, l’indagine è stata orientata all’individuazione e determinazione della distribuzione e natura di eventuali fronti di umidità presenti nella struttura. La possibilità di utilizzare mappe termografiche per tale scopo, e’ legata ai parametri termici quali: la conduttività termica interna, il calore specifico, la densità e la diffusività caratteristici dei singoli materiali, che determinano un comportamento differenziato quando la struttura in esame e’ sottoposta allo stesso campo termico, nonché alla sua interazione con l’ambiente. In conclusione è da ricordare, ai fini dell’impostazione di un intervento di risanamento, che il processo di degrado nel sistema “superficie murale dipinta” sarà , tanto piu’ veloce quanto maggiori saranno l’entità e la velocità delle variazioni termoigrometriche imposte al sistema. Infatti, le variazioni cicliche proprie di un andamento giornaliero potrebbero causare, su strutture murarie con uno stato igrometrico caratterizzato da fronti d’umidità di risalita capillare, cicli di assorbimento e desorbimento e, con tempi più o meno lunghi, sollevamenti, fessurazioni e distacchi d’intonaco.  Tale processo di degrado trova una sua accentuazione nella fissità della struttura determinata da vincoli metallici posti in opera nella parte retrostante e che legano saldamente la ricostruzione alle pareti della sala determinando una redistribuzione disomogenea degli sforzi. Infine, si ritiene importante ribadire, sempre in funzione della conservazione dell’opera, la nocività del fenomeno di risalita capillare, già sottolineata, a cui è necessario far fronte, interrompendo la continuità, oggi esistente, tra le decorazioni parietali distaccate ed il pavimento tufaceo con cui essi, a tutt’oggi, sono direttamente connessi attraverso la base su cui poggiano costituita ancora da blocchi di tufo”.

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