Venerdì 2 Dicembre 2022 - Anno XX
La Medina di Tunisi

La Medina di Tunisi

La Tunisia attraverso la storia

La Tunisia e le guerre puniche dei banchi di scuola. La potenza fenicia. Il cesto di fichi, l’oratoria di Catone il Censore nel senato di Roma e la conseguente “Carthago delenda”, distruggere Cartagine. In tempi più recenti venne portata dai i francesi. La Tunisia è un paese da visitare e raccontare

cartina-tunisiaNel ricordare Paesi e posti del mondo sufficientemente noti (perché studiati abbastanza approfonditamente a scuola o in occasione di viaggi di lunga durata o alta frequenza) ciascuno di noi possiede sensazioni immediate di poco conto che però cedono successivamente il passo a ricordi e considerazioni più meditate.
A me accade con la Tunisia, che non ho conosciuto soltanto “turisticamente” ma ho avuto modo di vivere a un livello più approfondito, in tre differenti momenti della mia esistenza consumata dalla voglia fottuta di “girare il mondo”. Ma meglio fare un po’ d’ordine. Dapprima, non ancora viaggiatore, conobbi la Tunisia a scuola, per colpa delle (troppe, ben tre e pure incasinate) Guerre Puniche, note non tanto per le gesta di Annibale (primo leghista della storia del Belpaese, e che paga, a Canne, inferse a Roma Ladrona) quanto per la celeberrima vicenda di Catone. Parlo di Catone “il Censore” (e me racumandi, mai confonderlo con l’altro Catone, l’Uticense), quello, il Censore, che depositò nel bel mezzo del senato di Roma l’arcinoto cesto di fichi raccolti a Cartagine … ma non proseguo per non tediare il cortese lettore, essendo tutti ben al corrente che il sullodato oratore speculò sulla provenienza di quei frutti (in effetti, sembra, appena maturi) dopodiché, dimostrata la scarsa distanza tra il Caput Mundi e Cartagine passò a stramaledire l’odiata potenza creata dai Fenici concludendo che sarebbe stato saggio spezzarle le reni.

L’odio tra Roma e Cartagine

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Cartagine romana

Un odio (nemmeno quelli dell’Inter con la Juve) che alla fine delle ostilità (264 – 146 a.c. vabbè con un paio di pause) non solo non si limitò al solo annichilimento di quella che si può definire “l’antenata di Tunisi” (distruzione pervicacemente invocata da Catone mediante l’arcinoto “delenda!” da distruggere). Accadde infatti che Roma, non paga di aver accontentato il perentorio Carthago Kaputt proclamato dal citato oratore, pensò bene di cospargere sulle rovine di Cartagine chissà quali diavolerie affinché mai più vi spuntasse un filo d’erba (dovevano passare molti secoli prima che Roma venisse imitata per tanto decisa politica, e si fa riferimento ai defolianti cosparsi dagli americani durante la guerra nel Vietnam).
E sempre a scuola, a proposito della Tunisia, imparai (nelle aule un po’ di sciovinismo non guasta mai) che la Francia la fottette all’Italia (trattato del Bardo, 1881) alla faccia dei tanti contadini siciliani ivi emigrati (ma non ha nemmeno torto Frej Fekih, addetto stampa del turismo tunisino a Milano, quando mi commenta che nel litigio su chi doveva occupare la Tunisia – Francia o Italia – i veri fregati furono gli occupati, nel senso dei tunisini).

Tunisia: piacevole terra africana 

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Sidi Bou Said, Tunisi

Promosso a scuola (ma quanta confusione tra il Censore e il suo discendente, l’Uticense) e provvisoriamente dimenticata la Tunisia (salvo ricordare, se andavo al cinema, che la Cardinale era nata a Tunisi, e, sui campi da tennis, che il grande Nicola Pietrangeli poteva vantare identici natali) riallacciai un rapporto con questa terra africana dirimpettaia della Sicilia quando divenni tour operator (nessuno è perfetto) vendente crociere nel Mare Nostrum (lo disse il duce, ma forse sbagliava, visto che i posti chiave per controllarlo, Gibilterra, Malta e Suez, erano proprietà dei British, quelli dei 5 pasti al giorno). E siccome molte volte i gruppi da me contrattati non si fidavano della compagnia di navigazione da me rappresentata e tanto meno di me e della mia bottega, eccomi a Tunisi non tanto in funzione di accompagnatore quanto di ostaggio. Un’incombenza (quella di tour leader) peraltro piacevole perché – voglioso giovine alla ricerca di amori e altre piacevolezze – a bordo della nave (al secolo, il “Caribia”) me la spassavo alla grande e durante lo scalo tunisino andavo alla ricerca di ristoranti previa temporanea cessione dei crocieristi alle guide locali (che – tra transfer in bus dal porto di La Goulette e tè alla menta offerto per introdurre lo shopping di tappeti – abbrutivano la parte culturale del sightseeing tour a non più di 40 massimo 50 minuti, ma questa, direbbe Kipling, è un’altra storia). E a Tunisi imparai a degustare il piccione farcito alle olive (eccellente quello al ristoranteM’rabet) e non solo a mangiare (mica facile, devi addentare una sorta di fragile ventaglio composto da pastella fritta e al centro il ripieno, da cui il rischio di sbrodolarti) bensì pure a cucinare il Brik, sia nella versione più semplice, à l’oeuf, all’uovo, sia in quella più complicata, il Brik au thon, al tonno.

I primi viaggi in Tunisia per raccontarla

DesertoEd ecco, infine, il terzo tempo del mio rapporto con la Tunisia. Quello goduto da scrivano, alla ricerca di posti nuovi da vedere e descrivere. Cominciai con Hammamet, che posto nuovo ormai non era più, anzi, c’era un continuo viavai di charter di politico-turisti col garofano volanti a riverire l’autoesiliato Bettino. Puntai pertanto più a sud ed ebbi l’enorme piacere di ammirare e contestualmente innamorarmi del Colosseo di El Djem (mi si creda, sarà anche più minuscolo ma vale quello di Roma). Dopodiché, nella mia ricerca del “nuovo” in questo mio ‘terzo tempo’ del rapporto con la Tunisia, non mi accontentai di una visita della dolce Djerba (interessante la presenza ebraica sull’isola) ma, già che c’ero, proseguii in auto fino in Libia. E prima di arrivare al confine ammiravo i non pochi  camion finiti fuori strada per colpa delle ciucche degli autisti libici. Ma come? E perché? Elementare Watson: in Libia l’alcol era proibito eppertanto, appena entrati in una Tunisia che da poco piangeva Bourghiba, grande Padre della Patria che “europeizzò” il suo Paese (lasciandogli pure bere quel che voleva) gli autisti sudditi di Gheddafi pensavano bene di precipitarsi a comprare (e scolarsi ipso facto) una bella bottiglia di (tremendamente inciuccante) grappa di fichi (il lettore che va in Tunisia la provi, colpisce …).
Meno drammatica si rivelò, invece, una ulteriore, successiva gita tunisina nel deserto, nel sudovest del Paese (dalle parti in cui fu girato “Guerre Stellari”).
E infine eccomi arruolato dal sullodato Frej Fekih affinché in nome e per conto del baldo Mondointasca narrassi quanto visto nella gita a Tunisi, di lì alle Oasi e ritorno, con soste a Kairouan (città santa) e a El Kantaoui (posto, invece, chic per turisti smart).

Leggi le puntate successive:
2.”Tunisi, il Museo Bardo e Cartagine
3. “Tunisia turistica: da Tunisi alle oasi nel deserto

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