Lunedì 22 Luglio 2024 - Anno XXII

Villaggio palafitticolo nel lago di Varese

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A Bodio Lomnago il sito palafitticolo scoperto nelle acque del lago è stato iscritto nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco. La prima scoperta della palafitta delle Monete risale al 1863. Nell’area palificata dell’abitato sono stati mappati 321 pali

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La cerimonia svoltasi nel municipio di Bodio Lomnago (foto: Paolo Gamba © Mondointasca.it)

Sabato 10 novembre 2018 sarà sicuramente ricordato come una data storica per un piccolo comune  di Bodio Lomnago, situato sulle sponde del lago di Varese. Alla presenza di autorità e ricercatori è stato inaugurato il sito palafitticolo, situato nel lago di fronte al paese, iscritto nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Nel corso del 2011, il sito seriale transnazionale “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino”, di cui fa parte la palafitta del lago di Varese, è stato iscritto nella Lista. I siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino sono una serie di 111 siti archeologici localizzati sulle Alpi europee. Questi insediamenti, sparsi tra Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia, sono stati inseriti nel 2011 nella world heritage list dell’UNESCO. Dei 111 siti, 19 appartengono all’Italia e sono dislocati in cinque regioni: Lombardia (10), Veneto (4), Piemonte (2), Friuli Venezia Giulia (1) Trentino Alto Adige (2). In Lombardia e più precisamente sul lago di Varese sono state identificate le strutture palafitticole più antiche, risalenti all’inizio del Neolitico. Nell’area del lago di Garda, invece, si trova la maggiore concentrazione di palafitte con più di 30 abitati dislocati sia sulle sponde del lago, sia nei bacini intramorenici.

La palafitta delle Monete sul lago di Varese

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Le boe delimitano l’area del sito palafitticolo (foto: Paolo Gamba © Mondointasca.it)

La prima individuazione della palafitta di Bodio centrale (o palafitta delle Monete, cosiddetta per il ritrovamento nella zona di oltre 300 monete di età romana) risale al 1863 per merito dell’abate Antonio Stoppani. Ulteriori ricerche vengono effettuate nel ventennio successivo e confermarono l’importanza della scoperta. La ripresa delle esplorazioni, anche negli altri laghi varesini, riprendono solo a partire dagli anni ’60. Si arriva al 2006 quando la Soprintendenza Archeologica della Lombardia inizia un progetto conclusosi nel 2012 volto sia alla tutela che alla ricerca della palafitta e dei reperti. Le ricerche hanno permesso di accertare un’estensione del sito più ampia di quella inizialmente valutata. L’area palificata dell’abitato misura 160 x 70 metri e sono stati mappati 321 pali. L’indagine più approfondita si è svolta solo su 100 metri quadrati. In particolare sono stati analizzati i campioni lignei, i reperti faunistici e i frammenti di ceramiche, selci e pietra arenaria, fra quali è stato rinvenuto un pezzo di concotto, un impasto di materiale vegetale e fango utilizzato come isolante per i focolari o intonaco per le pareti.

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Cartello che mostra i reperti archeologici (foto: Paolo Gamba © Mondointasca.it)

Le analisi condotte hanno permesso di avere una visione più chiara dell’intero sito e del suo sviluppo, che formava una struttura che seguiva la riva del lago. I campioni lignei hanno permesso di datare le costruzioni palafitticole tra la fine del XVIII e il XVI secolo a.C. ovvero nell’età del bronzo. Lo studio dei pali ha fatto emergere una struttura di forma quadrangolare detta “Edificio 1”, i cui pali negli anni successivi alla prima costruzione sono stati rinforzati da altri infissi a fianco dei precedenti. Riguardo la fauna esistente, sono stati rinvenuti ossi di animali di piccola taglia (caprovino e bovino) e di cervi, a dimostrazione che era praticata la caccia. I frammenti di ceramica, che ai tempi era prodotta ancora a mano usando materie prime locali, hanno permesso di ricostruire alcune forme dei recipienti utilizzati dagli abitanti: grandi contenitori per derrate alimentari (d’olio) con pareti decorate, olle (vasi per liquidi), ciotole e scodelle. La grande quantità di schegge di selce rinvenuti permette di stabilire che la produzione dei manufatti avveniva in loco: si tratta di punte di freccia, connesse con la pratica della caccia, e di raschiatoi relativi al taglio di vegetali. I manufatti in pietra rinvenuti invece sono solo due, che si ipotizzano essere una specie di macinello e un levigatoio. L’”Edificio 1” misura 3,75 x 6,25 metri e la distribuzione dei reperti archeologici evidenzia che le aree di attività erano al di fuori delle abitazioni, in aree comuni.

Il sito oggi e domani

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Progetto di pensilina informativa

L’area oggi è stata valorizzata delimitando con boe la superficie del lago corrispondente alla palafitta che è sottostante 4 metri e la navigazione è stata interdetta in quel tratto per tutelare e proteggere il sito. E’stata inoltre predisposta sulla riva del lido di Bodio una pensilina informativa in corrispondenza del nucleo sommerso. La forma e le linee richiamano la struttura delle palafitte, tramite due pali di legno. All’interno sono presenti pannelli trasparenti che riportano testi e immagini relative all’ambiente e una sintesi dei risultati delle ricerche. Il lungolago è stato così intitolato all’UNESCO.
A chiusura della cerimonia il professore del Politecnico di Milano Riccardo Aceti (che ha disegnato la pensilina informativa) ha presentato una tesi-progetto di un giovane laureato in ingegneria, Alessio Caiafa. Il progetto prevede la realizzazione di una passerella sul lago, attorno all’area del villaggio sommerso. La passerelle sarà ancorata al fondo in maniera non invasiva, capace di collegare lago e terra, e terminerebbe in mezzo al filare di pioppi che parte dal centro del paese. Per ora solo un sogno nel cassetto, ma chissà che un domani i visitatori potranno ammirare dall’acqua il villaggio sommerso.
Sull’argomento sono stati realizzati i volumi: “Storie sommerse. Ricerche alla palafitta di Bodio Centrale a 150 anni dalla scoperta”, a cura di Barbara Grassi e Claudia Mangani, editrice Fantigrafica, 2014; “Guida alla palafitta di Bodio centrale o delle monete”, stessi autori ed editore, 2015; “Siti palafitticoli preistorici dell’arco Alpino, Unesco”, Sagep editori, 2018.

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