
È difficile non restare affascinati dall’Umbria, coi suoi colli che sembrano onde di un mare, e la luce che si posa sulle viti come un velo dorato. Il mio viaggio tra Narni e Perugia nasce dal desiderio di scoprire un territorio non solo attraverso i suoi vini, ma anche attraverso le persone e i valori che li producono.
Quattro cantine – Tenuta dei Mori, Santo Iolo, Marchesi Ruffo della Scaletta e Villa Bucher – hanno scelto di unirsi sotto un unico codice etico, trasformando l’esperienza enoturistica in un percorso di consapevolezza e rispetto ambientale.

Il loro impegno si fonda su principi condivisi: riduzione dell’impatto ambientale, uso delle energie rinnovabili, tutela della biodiversità, e un approccio alla viticoltura che integra tradizione e ricerca scientifica. Non è solo una filosofia produttiva, ma un modo di vivere il territorio e di raccontarlo a chi lo visita.
In un mondo dove la sostenibilità è spesso parola abusata, queste quattro cantine dimostrano che etica e piacere possono convivere, anzi esaltarsi a vicenda. E ogni calice, da Villanova a San Venanzo fino a Narni, diventa così il simbolo di un nuovo modo di viaggiare: lento, consapevole e profondamente umano.
Tour tra vigne e valori

E per conoscerlo, questo territorio, faccio tappa al Wine Relais Tenuta dei Mori a Villanova, immerso in 20 ettari tra vigneti e oliveti tra le dolci colline alle porte di Perugia, dove il profumo del mosto si mescola al silenzio della campagna.
Sei appartamenti mimetizzati in un giardino curato, tra essenze mediterranee come mirti, ginestre, lavanda, rosmarino e lentischi, che attirano un gran numero di insetti impollinatori, con filari di vetusti gelsi (da qui il nome della tenuta, perché qui i gelsi li chiamano mori) a dividere i filari dei vigneti.

Nicolò Vicaroni, 32 anni, tra i proprietari della tenuta, mi accompagna nella vigna con piante di viti vigorose di diverse varietà che vanno dal Sangiovese al Trebbiano spoletino, tipicamente regionali, oltre al Refosco, Vermentino e Alicante, non umbri.
“Il punto di forza” mi racconta Nicolò, “è l’assemblaggio meticoloso di tutti questi blend per avere ottimi risultati. Le nuvole che caratterizzano le nostre etichette, come il Cumulus, lo Stratus, simboleggiano il connubio tra uomo e natura: mutevoli come può essere un buon vino.
Qui la parola chiave è servizi di qualità, per far gustare agli ospiti prodotti sani, frutto di scelte etiche. Il risultato è un ambiente salubre, con molti animali selvatici che ritornano a popolare il territorio, e ogni bicchiere racconta la coerenza tra etica e gusto”.
Il risveglio della cascata delle Marmore

Mentre lascio le colline per dirigermi verso le cascate delle Marmore, che conosco solo di fama, penso a come questo percorso mi abbia restituito un’immagine diversa del turismo enogastronomico: non più semplice ricerca di sapori, ma incontro con una comunità che crede nel futuro. Erano quasi le undici, il sole già alto filtrava tra le fronde dei lecci, disegnando lame di luce che tremavano sull’erba bagnata dalla rugiada. Ero con altri visitatori al belvedere inferiore, tutti in silenzio, come in attesa di un evento sacro. Poi un suono di sirena e il mormorio crebbe, si gonfiò, divenne rombo. Avevano aperto le chiuse del fiume Velino.
Un muro bianco di acqua si lanciò nel vuoto, impetuoso, vivo. Alle 11 esatte. La cascata si svegliava, liberata dalla mano dell’uomo, e la valle intera sembrò vibrare. Le goccioline, come nebbia, avvolgeva tutto, bagnando vestiti, occhiali, capelli, scarpe.
Il fiume era libero, ogni zampillo raccontava secoli di storia, dal tempo dei Romani quando scavarono quei canali per domare il fiume Velino. L’acqua precipitava come se non dovesse mai fermarsi, rimbalzando sulle rocce e risalendo verso il cielo, sicuramente uno dei luoghi più intensi della natura umbra.
Nel canyon praticanti di rafting e kajak

Percorrendo il sentiero che attraversa il profondo canyon ho visto coraggiosi praticanti di rafting e kajak affrontare le strette gole tra rapide impetuose e rocce levigate.
Vederli scivolare tra le acque spumose è un mix di ammirazione e adrenalina, la voglia dell’uomo di sfidare la natura.
Grazie all’abbondanza di umidità la vegetazione intorno appare sorprendentemente rigogliosa. Felci, muschi, alberi giganteschi: il bosco sembra quasi tropicale.

Camminando, fradicio d’acqua, ho la sensazione di trovarmi in una foresta amazzonica, non nel cuore dell’Umbria. Le cascate in realtà sono un capolavoro di ingegneria idraulica, non solo spettacolari. Il fiume scorre su un’ampia conca fertile reatina, ma in epoca romana era paludosa, incoltivabile, malarica. Così per risolvere il problema nel 271 a.C. il console Mario Curio Dentato fece costruire un canale artificiale che convogliasse le acque del Velino verso il fiume Nera che si trova più in basso.
Ecco come si formano le cascate delle Marmore: il dislivello di 165 metri fa si che le acque precipitino in basso a ingrossare il fiume Nera, affluente del Tevere. Quando le paratie sono aperte l’acqua forma le cascate, chiuse, l’acqua serve per produrre energia elettrica nelle centrali vicine.
Perugia, capolavoro medievale

Sotto la vivace città delle cioccolaterie e degli studenti, che si ritrovano attorno all’iconica Fontana Maggiore, capolavoro medievale, incastonata tra Palazzo dei Priori e la Cattedrale, Perugia nasconde il suo volto più misterioso.
Varcata la soglia della Rocca Paolina, la città sprofonda.
Le strade sepolte, i corridoi scavati, le mura antiche, raccontano la Perugia che fu. Camminando tra i resti di case e botteghe antiche la sensazione è di attraversare un tempo sospeso.
Quando torno alla luce, ho la sensazione di aver conosciuto Perugia due volte: una in superficie, vibrante e moderna, e l’altra segreta, che pulsa ancora nel cuore della terra.
Con gli occhi all’insù visito la grandiosa cattedrale di San Lorenzo, ricca di opere d’arte, e pochi passi più in là mi perdo tra le stanze del museo del Capitolo, un luogo dove la storia sacra e l’arte dialogano tra affreschi, codici miniati, e tele di artisti sublimi. Ogni sala racconta il volto spirituale di una Perugia medievale.
Narni cantina Santo Iolo

Per raggiungere l’agriturismo e cantina Santo Iolo, scendendo verso Narni, il paesaggio cambia lentamente. I boschi si infittiscono, i colori si fanno più intensi, isole di vigne mi accolgono con le foglie in procinto di cadere, poi dopo una curva, in alto, appare il casale umbro dell’Ottocento mimetizzato tra glicini ed edere.
Un agriturismo che può ospitare 16 persone in compagnia di alpaca, asini e tacchini vanitosi ma socievoli. Irene Ducoli mi spiega che i terreni della tenuta sono molto ricchi di fossili ideali per vini Merlot, Syrah e Cabernet, ma anche per i mediterranei Alicante e Vermentino, solitamente figli del mare, ma che in Umbria trovano una nuova espressione minerale e fragrante.
Sul tavolo fuma un prezioso piatto di zuppa di ceci accompagnato da un rosso Fossile Santo Iolo, che dialoga bene con i sapori della cucina umbra.
Cantina storica Marchesi Ruffo della Scaletta

Basta percorrere pochi chilometri, seguendo la strada che si inerpica verso la rocca di Albornoz a Narni, per arrivare alla storica cantina dei Marchesi Ruffo della Scaletta, che unisce nobiltà e innovazione, con la scintillante cantina in acciaio racchiusa in muri secolari che conservano, tra Boccapiega, Grechetto, Toiano e Selva, il pregiato Ciliegiolo di Narni, autoctono umbro di grande carattere, di un rosso vivo e fragrante, con profumi di ciliegia matura e note speziate.
L’affaccio dal giardino sui tetti di Narni è meraviglioso. Rufo Ruffo, imprenditore che sta gestendo al meglio le terre di famiglia, mi racconta che sui 650 ettari di terreni solo 30 sono occupati da vigne, 150 da boschi dove nidificano varie specie di uccelli, un giusto equilibrio tra vegetazione spontanea e terre coltivate.
Narni sotterranea un viaggio nel tempo

Una visita da non perdere è la Narni sotterranea, che svela segreti templari, celle e graffiti medievali, un viaggio nel tempo guidato da chi questo tempo l’ha riscoperto nel 1979: Roberto Nini con alcuni suoi amici.
Affreschi che emergono dalla penombra, la cella dell’Inquisizione quasi buia illuminata da candele, tutto spiegato con rigore e stupore, coinvolgendo i visitatori incuriositi.
Ultima tappa del mio tour è Villa Bucher, una tenuta elegante a San Venanzo. Sette ettari di suolo vulcanico a 450 metri di altitudine ideali per Merlot, Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon per i rossi, Chardonnay e Sauvignon per i bianchi, che si assaggiano in una vineria dallo stile coloniale, trasportata su nave fin qui pezzo per pezzo dall’India, e posta nel pieno di un campo ai margini dei vigneti.

Qui l’ospitalità si fa esperienza sensoriale: Gian Andrea, l’amministratore, oltre alla visita dei vigneti racconta come preparare piatti del territorio, come riconoscere le piante officinali e spontanee che convivono con la vite.
Tutto ruota intorno al concetto di armonia: il vino è parte di un ecosistema più grande che deve essere rispettato. Ciò che lega queste quattro realtà, ho capito, non è soltanto la geografia, ma una visione comune. Il loro codice etico non è un manifesto da appendere in cantina, ma un impegno quotidiano: produrre nel rispetto del suolo, delle persone e raccontare questa parte d’Umbria, come territorio vivo e responsabile.
Info: www.cantineetiche.com
PHOTO GALLERY L’Etica nel Calice NARNI E PERUGIA












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