Giovedì 6 Maggio 2021 - Anno XIX
Siena si mette in "palio"

Siena si mette in "palio"

Una splendida città, fiera e ferocemente indipendente, decisa malgrado i tempi a conservare la sua "senesità". Vissuta e "spiegata" da un senese

Panoramica della città
Panoramica della città

Siena è una città che per mille anni è stata speciale e che, ritenendosi tale, potrebbe cessare di esserlo in un solo decennio. “Senesi, gente vana“, diceva Dante riferendosi alla loro ostinazione nell’inseguire il sogno di se stessi: il sogno gotico, il sogno di una grandeur perduta nei fatti ma ancor oggi dolcemente cullata e blandita tra le mura urbane, il sogno di una senesità – ovvero più di uno stile di vita, dovremmo dire una filosofia dell’esistere – impermeabile non solo agli eserciti nemici, in virtù della particolare predilezione della Vergine verso la Sena Vetus, ma anche alle ben più insidiose lusinghe della civiltà dei consumi, della globalizzazione e dell’appiattimento delle differenze. “E perderagli più di speranza che a trovar la Diana…“, aggiungeva il sommo poeta, irridendo ad uno dei più solidi miti senesi, quello della Diana appunto, misterioso fiume sotterraneo di una città storicamente assetata d’acqua, che scorrerebbe nelle viscere della terra e si manifesterebbe solo attraverso il rumore degli scrosci udibili in alcuni punti topici del centro storico.

Siena intra-moenia

La Piazza del Campo dove si corre il Palio
La Piazza del Campo dove si corre il Palio

Gente vana, appunto. Strana di sicuro, se il metro della normalità è quello di tutti gli altri, cioè i non senesi. Categoria universale che, nell’accezione locale, riunisce tanto americani, asiatici, milanesi e siciliani quanto gli abitanti di Monteriggioni, borgo a nove chilometri da Siena. Anzi, perfino quelli domiciliati in periferia, che nella mentalità del senese-senese restano “contadini”. Un’espressione priva di dispregio, ma satura di significati: il contadino per definizione sta in campagna e la campagna finisce dove finisce la città, ovvero aldilà delle mura. Un sillogismo perfetto, insomma. Due mondi abissalmente lontani, separati tra loro dal diaframma, non solo psicologico, che divide la città murata dal resto. “Levate i contadini e fate un censimento: non arrivate a cento” si cantano tra loro i “popoli” delle contrade. Come dire: tra voi di senesi veri ce n’è rimasti pochi.
In virtù di quest’intima convinzione di essere diversi (e, sotto sotto, migliori), i senesi sono disposti ad accettare senza scomporsi qualunque dileggio, qualunque punzecchiatura. Per esempio sanno di essere i padroni, in senso letterale (non a caso il tema della “privatizzazione” del Monte oggi agita gli animi più di qualunque altro argomento), visto che le quote di maggioranza del capitale sono detenute dalla provincia e dal comune, di una delle più potenti banche italiane, il Monte dei Paschi. Ma a loro non importa un fico secco delle strategie di espansione, del mercato globale e delle logiche della finanza: vogliono solo che il “grande babbo” resti senese e continui a nutrire i suoi figli (il 66 per cento delle migliaia di dipendenti sparsi per il mondo è senese ed aspira a rientrare in sede a fine carriera), come accade da sempre. Un principio incrollabile per il quale si è perfino disposti a sentirsi dire che Siena “non è una città di banchieri, ma di bancari”.

Siena-Firenze: secolare ping-pong

Facciata del Duomo
Facciata del Duomo

Sulla “balzanità” dei senesi del resto (e la balzana, cioè lo scudo bianconero a fascia orizzontale, è non a caso l’emblema della città) gli aneddoti si sprecano. “Avete Santo Sano e v’ammalate, avete San Savino e matti siete, avete San Crescenzio e vu’ calate, avete San Vittore e vu’ perdete: o che razza di santi vu’ c’avete?”, cantavano i fiorentini nel medioevo alludendo ai santi patroni senesi e alle stranezze del carattere degli avversari prima della caduta della Repubblica del 1555, quando la rivalità militare tra le due città era fortissima. Una rivalità, sia chiaro, che c’è ancora. Anche se spesso è a senso unico, visto che a Siena tutto ciò che sa di fiorentino è come fumo negli occhi ma non viceversa. Racconta la leggenda che negli anni ’30 il conte Guido Chigi Saracini, fondatore della prestigiosa Accademia Chigiana e senese doc, all’offerta di includere i suoi sconfinati possedimenti vitivinicoli chiantigiani nell’allora nascente consorzio del vino Chianti Classico avrebbe risposto: “Io coi fiorentini? Mai!”. Autogol economico, ma trionfo della coerenza per una scelta di cui i viticoltori di oggi, probabilmente, piangono lacrime amare. E’ invece realtà il fatto che i tifosi del Siena Calcio, passata l’anno scorso dalla serie C alla serie B, prima del trionfale accesso alla serie A di quest’anno, si siano dispiaciuti moltissimo del fallimento della Fiorentina e della sua rovinosa caduta in C2: il massimo per loro sarebbe stato poter finalmente affrontare gli storici avversari sul campo, ad armi pari, e non guardarli dall’alto in basso delle due categorie di differenza senza incontrarli mai. Un evento che a Siena qualcuno aspetta dal 4 settembre 1260, data della battaglia di Montaperti (…”lo strazio e il grande scempio che fece l’Arbia colorata in rosso…”, dice il solito Alighieri), vittoria che ovviamente qui si celebra ancora, a quasi 750 anni di distanza, con ceri e processioni.

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