Martedì 21 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Ravenna Piazza del Popolo

Ravenna Piazza del Popolo

Le raffinate “Tovaglie” di Romagna

Un tempo venivano chiamate “Le Romagne”, quasi fosse un continente da sdoppiare, come le due Americhe. “Dolce Paese”, così piccolo eppure parecchio noto, chiacchierato, cantato, ammirato

Tovaglie romagnole

Tovaglie romagnole

In Romagna, c’è la casadeiana “Romagna mia” lontano dalla quale “non si può star”; ma chi torna, invece del “lìssio” contadino si ritrova i luciferini ritmi psichedelici delle discoteche riminesi.
C’è anche la deamicisiana pistolata strappalacrime di “Sangue romagnolo”, mentre sul De Amicis di “Cuore” è meglio stendere un velo pietoso – ogni pagina una sinfonia di “sfiga” – e ricordarlo, invece, ottimo giornalista, per un bellissimo libro-reportage su un viaggio in Spagna del 1873.
Fellini, Passator Cortese e Tonino Guerra a parte (senza contare i bagnini, i “mosconi” e i venditori di “bomboloni”), esiste poi il mito-immagine della “Romagna repubblicana, anticlericale, anarchica”, della sua gente orgogliosa, un filino ruvida ma schietta, comunque ricca di teste matte. Dopo tutto quel che combinò nel Belpaese, il più noto degli stereotipi regionali resta Benito “Muslèin” duce “fasìsta”; una glottide romagnola non potrà mai pronunciare correttamente le consonanti “sci”, “sce” e il pronome francese “je”, in compenso la “z” proferita da un “burdèl” (ragazzo), schiocca come un colpo di frusta.
Ma vieppiù romagnolo, quindi veemente, fu l’ardore di Felice Orsini, Meldola, 1819, soltanto un po’ sbadato nel non affiancare alla vocazione un minimo di tecnica: andò a Parigi espressamente per tirare una bomba a Napoleone III e signora, con il risultato che entrambi risultarono illesi mentre tredici poveracci, colpevoli solo di stare a guardare, si ritrovarono stecchiti.

Una parlata scoppiettante

tovaglie Le famose tele romagnole stampate a ruggine
Le famose tele romagnole stampate a ruggine

Non meno romagnoli “doc” sono i protagonisti anonimi di battute: “Spara, spara” – diceva un cacciatore al collega mentre una sagoma nera si muoveva nel buio della notte – “potrebbe essere un “prit” (prete)”.
Altro identikit della gente di quaggiù: un romagnolo è colui che, se stai affogando, non ti lascia annaspare: o ti tira su o ti spinge a fondo.
Oppure di vicende istituzionali, vedi i risultati del referendum monarchia o repubblica, scolpiti nel marmo sullo scalone del municipio di Ravenna: Repubblica 40.000, Monarchia 400 (voto più, voto meno), ma per designare un posto dove regna il caos in Romagna si dice “L’è na ripòblica”. Non per niente, solo in Romagna molte Case del Popolo sono repubblicane e pertanto espongono la loro brava bandiera rossa con l’edera al posto della falce e martello.
Emblemi, luoghi comuni, personaggi, connotazioni, caratteristiche peculiari della Romagna. Tante.

Artigianato d’antan

tovaglie L'antica stamperia Pascucci

L’antica stamperia Pascucci

Ma ne manca una: il raffinato artigianato della tela stampata a mano e destinata soprattutto alla confezione di pregiate tovaglie (ma anche tende, lenzuola, grembiuli), prevalentemente colorate a ruggine.
La capitale di questa originale produzione è facilmente localizzabile, pur trovandoci in una terra dall’incerta geografia; Bacchelli scrisse che l’unico modo per riconoscere il confine tra Emilia e Romagna consiste nell’andare in una casa colonica e chiedere da “vè”: se ti danno acqua sei in Emilia, se ti viene porto un bicchiere di vino eccoti in Romagna, nel cui dialetto, non a caso, vino si dice “e vè”.
Si tratta di Gambettola, a due passi da Cesena, al centro di un “melting pot” di dialetti che nel raggio di pochi chilometri fa cambiare nome alcune volte alla romagnolissima piadìna (pida, piè, pièda). E se Gambettola è la Mecca della tela romagnola stampata a mano, i Pascucci dell’omonima antica Bottega (datata 1826, attualmente otto dipendenti) ne sono i profeti.

La più importante caratteristica e peculiarità di questo prodotto artigianale – informa tra tovaglie e tende Giovanni Pascucci – è costituita dall’assoluta fedeltà al metodo tradizionale mediante l’utilizzo di stampi incisi a mano, bagnati nel colore e battuti col mazzuolo o mazzetto.
Se il colore è quello tradizionale e più richiesto, il ruggine, lo si ottiene da elementi poveri quali il ferro ossidato (curiosamente, Gambettola è anche la capitale italiana del recupero dei metalli invecchiati), la farina bianca e l’aceto di vino: guai a chiederne il dosaggio, il segreto è custodito dal capofamiglia, generazione dopo generazione.
Il blu e il verde sono invece applicati con una pasta colorante a base minerale.
Il tessuto più comune è il lino crudo o grezzo, usato anche per un “misto cotone” destinato soprattutto a biancheria e stoffe per abbigliamento. Ancorché limitatamente, all’artigianato della tela stampata va riconosciuto il merito di contribuire alla ripresa di coltivazioni da tempo quasi scomparse, per la produzione di tessuti che stanno tornando di moda.
Il lino proviene tuttora in filato dalle Fiandre, ma in Italia sono in aumento le superfici destinate alla bella pianta dai fiori azzurri. Nei campi, poi, grazie anche a sovvenzioni regionali, si comincia a rivedere la canapa, attualmente importata in maceri.

Vecchi attrezzi per la continuità

L’antico mangano del 1633 della stamperia Marchi

L’antico mangano del 1633 della stamperia Marchi

Una visita a una bottega di tele stampate, con quella patina d’antico che si respira, intriga non poco, riporta indietro negli anni; incuriosisce soprattutto per la presenza degli stampi e del mangano (strumenti e macchinario assolutamente indispensabili in questa produzione artigianale).
Gli stampi di legno di pero, tutti intagliati a mano, costituiscono un piccolo patrimonio dell’arte minore, popolare, romagnola: simboli onnipresenti il gallo e la “cavèja”, un’asta di ferro con anelli, sbalzata e decorata, che blocca il giogo dei buoi.
I disegni degli stampi non possono essere considerati eterni ma poco ci manca: appena gli anni ne evidenziano l’età, o qualche magagna, l’artigiano provvede alla sostituzione riproducendolo con arnesi rimasti identici nel tempo e passati di mano, da generazione a generazione. Emoziona prendere tra le mani uno stampo – ancorché parzialmente rinnovato – di fine Seicento, ammirare sui disordinati scaffali di una bottega sculture artigianali in legno che possono vantare due secoli di vita.

Nascono tovaglie e tessuti

L’entrata della stamperia Marchi

L’entrata della stamperia Marchi

Se il fissaggio dei colori rappresenta una fase notevole per l’estro espresso dall’artigiano nella scelta e nella stampa dei disegni, non è meno importante la stiratura, “dare il lustro” per mezzo del mangano (che un dépliant della Bottega Pascucci definisce “una sorta di primitiva pressa del secolo XVIII che viene mossa manualmente”).
Fiore all’occhiello della stamperia Marchi, nel centro storico della medievale Sant’Arcangelo di Romagna, un antico mangano di legno e pietre, datato 1633: secondo il cortese proprietario si tratta dell’unico esemplare, per peso e dimensioni, esistente al mondo, certezza ribadita su un pieghevole che rinvia (testuale: Vedi – Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, 1751–1772) nientemeno che al Secolo dei Lumi.
Come si muove un mangano? Basta un uomo che si dondoli all’interno della sua enorme ruota.
Aldo Spallicci, poeta e uomo politico (ça va sans dire) repubblicano, nonché nume ispiratore della celebre “Cà de Bè” di Bertinoro, tempio più che enoteca dei vini romagnoli, decantò in versi i tessuti stampati di Marchi, espressione della laboriosità della sua terra.
Chi visita la bottega di Sant’Arcangelo scoprirà inoltre che le tovaglie e le tele romagnole recitarono una particina nella vita sociale della regione.
Con motivato piacere, Marchi mostra una bellissima gualdrappa di canapa (rinforzata con telo posteriore, 1850 circa) di proprietà – non mancò di annotare lo stampatore – dell’agricoltore Fellini Primo: addobbante i buoi durante la processione di Sant’Antonio, protettore degli animali, la gualdrappa testimoniava non solo la devozione (siamo negli anni delle “Romagne papaline”) ma anche l’elevato benessere, se non la ricchezza, di chi la commissionò.

Un artigianato più che mai vivo

Gli stampo -foto Associazione stampatori

Gli stampo -foto Associazione stampatori

Fortunatamente l’artigianato delle tovaglie e tele romagnole non è in crisi, e il suo futuro è tutt’altro che in pericolo, anzi. Unico tra gli attuali stampatori ad abdicare, il sommo Visini (le sue tovaglie erano qualcosa di più di bellissime opere artigianali), in quel di Meldola: in assenza di una successione famigliare – commenta l’intervistato – propose a qualche giovane di “entrare in bottega e imparare il mestiere” ma si ritrovò, lamenta, in un mare di rivendicazioni sindacal-salariali, richieste di tredicesime e contestazioni su sabati e ferie, tanto da convincersi che era meglio tirar giù la “clèr” ed evitare beghe con l’attuale moda del “tutto e subito”.
A difesa e tutela di questa antica pratica artigianale è sorta a Cesena una Associazione di Stampatori composta da dieci botteghe (distribuite su un territorio compreso tra Forlì e Riccione, Santa Sofia e Ravenna) che con romagnola passione per la schiettezza hanno persino stampato una “Guida per il consumatore”. Nello stampato si precisa – non si sa mai, con la cosiddetta gente ormai adusa ad acquistare soltanto i prodotti globalizzati dei supermarket – che “a differenza di quello ottenuto da stampa serigrafica, con tinta piatta e colore uniforme” il disegno stampato a mano “può presentare sfumature e diversa distribuzione del colore”.

tovaglie Copyright © 2020 Associazione Stampatori Tele Romagnole

Copyright © 2020 Associazione Stampatori Tele Romagnole

Una benemerita difesa delle tradizioni e del patrimonio artigianale non esclude comunque idee nuove e innovazioni culturali. Chi entra nella citata Bottega Pascucci, di fianco ai canonici disegni “doc”, colorati in ruggine, ammira tele e tovaglie con delicati disegni color pastello di fiori e animali, commentati da didascalìe di Tonino Guerra.
Portare a casa una bella tovaglia romagnola, di lino grezzo, non costa caro (circa 90 Euro, lunghezza 1 metro e 80, con 6 tovaglioli) tenuto conto della sapiente capacità profusa nel lavoro. E se mai “l’azdora” (o “razdora” da “reggitora”, duce supremo della casa romagnola) temesse di sporcarla con il sapido ragù dispensato sulle “taiadèl” (tagliatelle meglio se confezionate con le uova d’oca o di quaglia) niente paura per il lavaggio: la prima volta non strofinare, insaponare e, dopo aver sciacquato, immergere in un bagno di candeggina o varechina diluita in acqua fredda; i successivi lavaggi potranno essere eseguiti in lavatrice fino a 90°.

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