Domenica 20 Settembre 2020 - Anno XVIII
Le donne e il mare

Le donne e il mare

Cosa può spingere una donna a lottare contro le onde dell’oceano?
Ecco la storia di un’inglese e una francese, sulla “cresta dell’onda” per le loro imprese sull’acqua. Tutte da brivido

Castorama B&Q. Skipper: Ellen MacArthur, Sydney 2003

E’ sempre il vento e la tattica di regata che entrano in gioco quando si corre sull’acqua, ma lo spirito e le motivazioni di chi combatte a bordo di una barca possono essere diverse.
Amore per l’avventura, forte spirito di competizione o passione per l’estremo: ecco le ragioni che si celano dietro la decisione di salire a bordo di una barca a vela o di un multiscafo, sfidando la forza delle onde e quella di altre persone animate dalla stessa passione. Qualunque sia il motivo, tutti confidano nella forza dei venti, nella barca che governano e nella potenza delle vele. Naturalmente fanno affidamento anche sulle proprie forze, che non sono solo quelle fisiche. Se a compiere traversate oceaniche, in solitario o in equipaggio, a bordo di barche a vela, di catamarani o di trimarani sono donne, indagare e scoprire le ragioni di queste scelte è esercizio ancor più interessante. Nelle storie di tali imprese sono molte le rappresentanti del gentil sesso che hanno svolto un ruolo da protagoniste.

barca L'equipaggio "in rosa" della Volvo Ocean Race del 2001

L’equipaggio “in rosa” della Volvo Ocean Race del 2001

Karine Fauconnier e Ellen MacArthur senza dubbio amano l’estremo e non sono le uniche donne ad aver affrontato viaggi rischiosi a bordo di imbarcazioni tirate; al momento sono i personaggi femminili di spicco in questo genere di avventure.
Chi può tuttavia aver dimenticato la francese Isabelle Autissier, “salvata” da Soldini nell’Atlantico meridionale, o l’inglese Linda McDonald, skipper di un equipaggio tutto in rosa per l’edizione della Volvo Ocean Race del 2001, il giro del mondo in equipaggio, pronta a partecipare a bordo della stessa barca con il marito Neal all’edizione 2005-2006? O l’Americana Dawn Riley, protagonista di Whitbread, la competizione acquistata da Volvo e di Coppa America, oggi impegnata nella sfida francese K-Challenge per l’edizione numero 32 dell’evento più blasonato della vela? O ancora l’italiana Elena Caputo, imbarcata sul catamarano Innovation Explorer durante The Race, giro del mondo in equipaggio per multiscafi?

Ellen MacArthur, piccola roccia

Ellen MacArthur
Ellen MacArthur

Di nazionalità britannica, Ellen MacArthur è diventata famosa nel 2000 con la vittoria della Europe 1 Man Star, la regata in solitario attraverso l’Atlantico da Plymouth, in Gran Bretagna, a Newport, sulla costa orientale degli Stati Uniti. Era una tappa obbligatoria per la qualificazione alla Vendée Globe, il giro del mondo in solitario senza scalo, il suo primo vero grande obiettivo.
“Little Ellen” o “little rock” (piccola roccia), i soprannomi che le hanno dato i suoi compagni di regata, si appassiona alla vela all’età di quattro anni. Capelli scuri corti, occhi azzurri, piccolina ma robusta, schietta e gentile, appare a prima vista una persona tranquilla, ma lascia subito intuire di avere grinta da vendere e quando parla è un’esplosione di energia. Con i soldi risparmiati da quando aveva otto anni, messi da parte rinunciando alle merendine da mangiare nell’intervallo delle lezioni, compra la prima barca a tredici, circumnaviga la Gran Bretagna in solitario a diciotto anni, la prima volta sola verso l’ignoto, perché navigare in solitario “è sempre stato il mio sogno”. La sfida di essere sola a bordo per Ellen significa molto: “devi fare tutto da sola, quando sbagli è colpa tua, quando puoi contare solo su te stessa tutto va bene; devi ringraziare solo il buon lavoro che hai fatto. E poi c’è l’elettronica, l’attrezzatura, le vele. Mi piace poter fare tutto; quasi fossi un medico”.

barca Prima uscita del trimarano B&Q a Sydney nel 2003. Skipper: Ellen MacArthur

Prima uscita del trimarano B&Q a Sydney nel 2003. Skipper: Ellen MacArthur

Determinata come pochi, per realizzare il suo grande obiettivo e trovare uno sponsor scrive duemilacinquecento lettere, fino a quando trova Kingfisher. Può così costruire in Nuova Zelanda un monoscafo da 60’ per la Vendée Globe. Gli Open 60’ erano a quel tempo la Formula Uno della vela, costruiti in fibra di carbonio con l’aiuto di tecnologie d’avanguardia; scafi leggeri per essere veloci, ma allo stesso tempo robusti per resistere alla forza delle onde degli oceani. Conquistata la qualificazione alla Vendée Globe, Ellen non si ferma più. Dopo l’epoca dei catamarani per lei è iniziata una nuova era e oggi la vediamo sui trimarani. Il prossimo sarà B&Q, un trimarano di 75’ in fibra di carbonio, varato nei primi mesi del 2004 a Sydney in Australia, nato per battere il record in solitario.

Karine Fauconnier, charme francese

barca Karine Fauconnier sul multiscafo Sergio Tacchini alla Transat Jacques Vabre 2003

Karine Fauconnier sul multiscafo Sergio Tacchini alla Transat Jacques Vabre 2003

Diversa da Ellen MacArthur, almeno nell’aspetto, la francese Karine Fauconnier ha in comune con l’inglese la naturalezza con la quale parla di eventi che, per chi non è esperto navigatore, sembrano appartenere a un altro mondo. Chi immagina Karine come una persona dal carattere duro e spigoloso, commette un grosso errore. Sarà l’accento francese, i capelli lunghi sul viso sfilato e leggermente abbronzato con il segno degli occhiali, Karine è tutt’altra cosa; non ha affatto rinunciato alla propria femminilità. Quando parla della barca, delle difficoltà da affrontare, lo fa usando un tono meno rilassato rispetto a quello di un uomo, ma dà l’impressione di divertirsi davvero e in proposito non mancano le battute di spirito: “Due donne a bordo? No, fa ghetto, come lo farebbe con due uomini”. Per lei “la vela è un’esperienza molto coinvolgente, occupa quasi tutta la mia vita”, anche se è appassionata di sci, due amori che camminano spesso a braccetto. Contagiata dalla passione del padre per il mare, come Ellen anche Karine è legata alla vela dall’infanzia. Dopo una breve pausa a Parigi, capisce che la sua vita è sul mare, “dove ci si sente piccoli piccoli davanti alla natura”. La prima navigazione in solitario è del 1997, a venticinque anni; la prima vittoria importante del 2000, sul monoscafo “Sergio Tacchini Itineris”.
Per arrivare alla vittoria, il cammino è lungo; ogni volta che si ha a disposizione un mezzo nuovo c’è molto da imparare. Bisogna provare e riprovare la barca in diverse condizioni di mare e di vento, rompere tutto quello che c’è da distruggere e rimetterlo a posto”.

barca Karine skipper sul trimarano Sergio Tacchini al Gran Prix dei Multiscafi

Karine skipper sul trimarano Sergio Tacchini al Gran Prix dei Multiscafi

Dalle prime regate in solitario, oggi il mondo è cambiato per la velista francese. Dispone di un “team” completo sul quale contare e che lavora per lei, mentre prima c’era solo qualcuno che, ogni tanto, l’aiutava nelle riparazioni: “Un’avventura sempre eccitante, con il vantaggio di non essere più sola ma di poter contare su persone che mi aiutano”.
Anche navigare in equipaggio o da soli cambia molto; i rischi sono diversi.
“Se hai un equipaggio, sei responsabile anche per altri e quindi prendi decisioni diverse, anche se in regata bisogna sempre cercare di essere veloci, di scegliere il percorso giusto e navigare magari in posti dove non vorresti mai essere”.
Per Karine, come per Ellen, il futuro è nei multiscafi e per lei inizia l’era dei trimarani: “Sono le barche più belle, più rapide e più stressanti. A livello tecnologico non c’è nulla di meglio”.
Insieme alle soddisfazioni non mancano certo gli incidenti, come quello occorsole al largo dell’isola di Madeira, quando dopo aver disalberato, Karine rimane aggrappata quarantotto ore alla barca in attesa dei soccorsi. Fa parte del gioco. Nel giugno del 2003, con il Gran Premio d’Italia a Cagliari, arriva la prima vittoria di una donna skipper in una prova del Campionato del Mondo Multiscafi 60’ Open. E’ anche la prima vittoria di un trimarano italiano; Sergio Tacchini decide così di sostenere il programma sportivo di Karine per tutto il 2004.

Ellen e Karine viste da “un” navigatore

barca Karine Fauconnier e Damian Foxall

Karine Fauconnier e Damian Foxall

Professionista da vent’anni, l’irlandese Damian Foxall ha all’attivo 148.000 miglia di mare e ben quattordici traversate dell’Atlantico. L’incontro con Karine avviene nel 1997, quando vince contro di lei la regata in solitario “du Figaro”. Da allora è nata un’amicizia, tanto da diventare sua co-skipper alla Transat Jacques Vabre 2003: da Le Havre, in Francia, a Salvador de Bahia, sulla costa brasiliana, a bordo del multiscafo da 60’ Sergio Tacchini, giunto terzo dopo aver percorso cinquemilatrecento miglia nautiche, circa 9816 chilometri.
Nel 2002 era invece a bordo con Ellen MacArthur su B&Q-Castorama, nella sfida del trofeo Jules Verne. Damian conosce bene il mare e conosce altrettanto bene queste due donne. Sostiene che “navigare con uomini e con donne è uguale. Basta andare veloci, anche se inconsciamente con le donne a bordo sei più educato, meno diretto che con gli uomini. Karine è senza dubbio tenace e competitiva; Ellen lavora sodo, più di ogni altro che conosca e la sua preparazione è eccezionale”. Un tratto in comune? “La prontezza a bordo è essenziale: ma il lato positivo della capacità tutta femminile di riflettere, supera sempre la “lentezza” della reazione. E questo vale per entrambe”.

La vita bordo di una barca multiscafo

Ellen MacArthur
Ellen MacArthur

I multiscafi dell’ultima generazione sono molto diversi da quelli dei primi navigatori solitari. Veri piloti da corsa, gli skipper come Ellen e Karine hanno perfezionato, regata dopo regata, le proprie competenze e capacità. Se le informazioni meteorologiche, che giungono in tempo reale, permettono di compiere scelte di rotta oculate in caso di cattivo tempo, in condizioni ottimali i trimarani raggiungono velocità elevate e la vita a bordo diventa davvero faticosa. Non ci si può mai allontanare troppo dalle manovre e occorre regolare le vele al minimo cambiamento del vento. All’interno dello scafo il rumore, le vibrazioni e i movimenti bruschi rendono difficile il sonno e il riposo. Se nei gran premi l’equipaggio di un trimarano è formato da dieci elementi, quando si è in due, la vita è senza alcun dubbio più dura. Bisogna timonare, manovrare, regolare le vele, decidere la navigazione e la strategia, controllare la barca, fare riparazioni se necessario, dormire, mangiare e comunicare a terra. Come fare tutto questo se si è in due? Per il timone ci si alterna, tranne nei brevi intervalli in cui è possibile inserire il pilota automatico; per dormire si fanno turni da trenta minuti a un’ora e mezza, per un totale da due a sei ore nell’arco della giornata, a seconda delle condizioni meteo. Anche per il cibo si seguono abitudini particolari: a colazione muesli e latte disidratato; a pranzo e a cena liofilizzati salati, per gli spuntini frutta secca e barrette di cereali. Per comunicare a terra i trimarani come quello di Sergio Tacchini dispongono di strumenti sofisticati che consentono un contatto quotidiano; per la sicurezza gli scafi sono dotati di botole di evacuazione, oltre a dispositivi per lasciare completamente le vele in caso di emergenza, più zattera di salvataggio con un kit di sopravvivenza.

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