Sabato 18 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Tango alla milanese

Tango alla milanese

I giornalisti coltivano “hobbies” scelti fra quelli comuni alla maggior parte della gente? Non sempre, come testimonia la nostra collaboratrice che racconta le serate della vita in “milonga”. Sognando la lontana Buenos Aires

Tango nelle vie di Buenos Aires foto di Michaël Catanzariti

Tango nelle vie di Buenos Aires foto di Michaël Catanzariti

Pochi conoscono le opere di Enrique Santos Discepolo, ma molti si ricordano di una sua celebre frase: “Il tango è un pensiero triste che si balla”. Bene, non è vero. O meglio, non è tutto qui. Senza nulla togliere al grande paroliere sudamericano, i tempi dei balli fra soli uomini per le strade di Buenos Aires, o di uomini con signorine poco per bene, sono decisamente finiti. Adesso il tango non è più una danza clandestina praticata nel luogo di perdizione che l’ha vista nascere (il bordello). È gioia. È gioco. È seduzione. È un mix di sorrisi, abbracci, sguardi, fantasia, creatività, energia, che si sprigionano poco per volta fra le braccia del cavaliere di turno. Non è un adone, è vestito male, ha un profumo terribile? Pazienza. L’importante è ballare.

Quasi una “dolce” malattia

Non so come funzionino le cose a Buenos Aires, la mitica capitale del tango, che ancora non ho avuto il piacere di visitare, ma da quando mi sono ammalata di “tangomania”, poco più di un anno fa, sono diventata una grande esperta dei locali della mia città: Milano. Come tutti quelli che ballano il tango, aspetto impaziente il giorno (pardon, la sera) della “milonga” (il luogo dove si balla, al chiuso o all’aperto). Mando e ricevo Sms fissando incontri scontati con le persone che balleranno insieme a me; passo circa due ore a provare e riprovare vestiti (ovvio, la scarpa giusta per la mise della serata mica la trovi subito); faccio una valutazione rapida della temperatura (15 gradi: oddio questo vestito è troppo leggero!), poi mi ricordo che a prescindere dalla stagione, appena cominci a ballare ti viene un caldo da morire. Così mi rilasso. E finalmente esco.

L’importante è ballare

In milonga trovo le persone di sempre, giovani e meno giovani, tenebrosi e imbranati, quelli bravi che, chissà, forse un giorno ti inviteranno a ballare, e i principiantissimi, che speri non ti invitino mai. Perché le regole sono chiare e guai trasgredire: l’uomo invita, la donna sta seduta (evabbè, anche in piedi) e aspetta. Ci sono serate in cui ti senti una regina: non fai in tempo a ritornare al tavolo che c’è subito qualcuno che ti chiede di ballare. Una rapida valutazione del soggetto, bello-brutto, giovane-anziano, elegante-casual, espressione simpatica, aria di chi se la tira, tanto sai che alla fine dici sempre di sì. Se poi è un tuo compagno di corso (certo, andiamo tutti a scuola) nasce una specie di sodalizio non dichiarato che non ti farà mai dire: “Scusa, ho mal di piedi. Facciamo un’altra volta?”. Già, i compagni di corso: che Dio li benedica! Perché si fa presto a dire tango, ma non pensiate che ballino tutti allo stesso modo.

Ad ognuno il “suo” tango

A Milano, ad esempio, ci sono almeno tre scuole di pensiero, che vi descrivo in ordine di “abbraccio”. I primi sono i cosiddetti “milongheri”, quelli che ballano stretti stretti, come nelle milonghe di Buenos Aires, dove c’è tanta di quella gente che non hai alternative: o ti appiccichi al partner, o rischi di trovarti nell’abbraccio di qualcun altro. Dunque, i milongheri sono incollati dalla testa alla vita, e per ballare muovono solo le gambe. Non è il mio stile, ma devo dire che sono piuttosto piacevoli. E dato che le donne non devono fare quasi niente, tranne che lasciarsi trasportare (credetemi, non è facile), si abbandonano completamente fra le braccia del ballerino e si muovono a occhi chiusi. Chi lo pratica, dice che è il tango più sensuale che esista. Di sicuro è il più indicato quando la pista da ballo è piena.

Il secondo è il “salon”, il tango elegante degli anni Quaranta. Il contatto fra i corpi non è così intimo come nel milonghero, diciamo che la parte sinistra del corpo della donna tocca la spalla destra dell’uomo, i toraci si sfiorano ma non si appoggiano, il braccio destro (sinistro per l’uomo) si chiude a ventaglio: cioè, rimane leggermente aperto. Il comando viene sempre dato col busto, ma qui c’è più “aria”, più gioia; ognuno balla sul proprio asse cercando una simbiosi perfetta col partner e il numero di passi e di figure è teoricamente infinito. Dato che le donne si muovono in punta di piedi, col busto eretto e il capo leggermente girato a destra, il risultato è molto elegante. La quintessenza dell’estetica, direi; ma dato che questo è il mio tango, forse sono un po’ di parte.

Poi ci sono i “bellezziani”. Che non sono gli interpreti di uno stile codificato come il milonghero e il salon ma, semplicemente, quelli che
vanno a scuola al “Bellezza”, lo storico circolo Arci milanese.
Abbraccio molto ampio, corpi più lontani, una serie infinita di figure quasi sempre a base di ganci (la tua gamba fra quelle del partner, o viceversa) e “volei” (un bel movimento, sempre di gambe, che sferza l’aria come una lama). È uno stile acrobatico, libero e giocoso, poco elegante ma divertente, che rappresenta il terrore di tutti quelli che ballano la sera in milonga (esclusi i diretti interessati, ovviamente). Perché per praticarlo ci vuole spazio. Molto spazio. E dato che la pista è sempre affollata, immaginatevi quello che può succedere: gomitate, calci, nella peggiore delle ipotesi un tacco ben piazzato sul tuo povero piedino che se ne sta lì, in attesa che il tuo partner, preso in contropiede dalla coppia di bellezziani incombente, decida cosa fare per allontanarsi.
Loro però sono velocissimi, viaggiano con un carica di adrenalina in più, e ti fregano sempre. Esagero, naturalmente. Ma il problema dello spazio è molto sentito in milonga, quindi lasciatemi vendicare per tutte le pedate e i calci che mi sono presa.

“Tangueros” meneghini

A lezione di tango
A lezione di tango

E adesso, veniamo all’aspetto più interessante: che tipo di persona è quella che balla il tango? Anche qui, mi esprimerò per categorie.
Dunque: i primi che hai il piacere di conoscere sono gli anziani, in tutti i sensi. Per l’età, perché ballano da più tempo e perché hanno una specie di radar incorporato per riconoscere la new-entry di turno e invitarla a ballare. Un paio di mesi, giusto il tempo di ambientarti, e molti vengono liquidati. Poi ci sono i timidi. Quelli che “vorrei-invitarti-ma-non-oso”, “mi-piacerebbe-ma-sono-un-po’-orso”. Di solito sono i più carini; ti fanno ballare e diventano i tuoi migliori amici. A volte va in scena il rituale del “cucco” (non con i timidi, sia chiaro), ma di solito te ne accorgi dopo due tanghi e al terzo dici che hai mal di piedi e non balli più. Però in milonga sono nati degli amori, e lì il cucco non è più cucco, ma romanticismo. I compagni di corso, l’ho già detto, sono una benedizione di Dio. Ma i più singolari sono quelli che si atteggiano a grandi ballerini e si spacciano per maestri. Qualcuno ne è convinto, ma basta un po’ di esperienza per accorgersi del bluff. Gli insegnanti veri difficilmente t’invitano. In compenso, qualcuno degli anziani, se non proprio maestro si crede un grande esperto. Così mentre balli ti spiega dove sbagli, come devi fare il gancio, dove devi mettere il piede, eccetera. Hai voglia a dirgli che la tua insegnante è bravissima e che tu dai retta solo a lei; tanto non servirebbe. Allora speri nella coppia di bellezziani che ti schiaccia il piede, così hai una scusa per liquidarlo senza troppi imbarazzi.

Tango, quando si dice “ballo”

La stragrande maggioranza dei frequentatori delle milonghe, comunque, sono persone normali. Gente tranquilla che si lascia conquistare dalla passionalità della musica e dalla sensualità dei passi, che va a ballare per divertirsi, che ama socializzare e che ti chiede scusa quando sbaglia; di solito li riconosci dal sorriso. Però anche persone insospettabili, magari perché particolarmente timide, dopo un po’ si rivelano “normali”. Ma a parte la valutazione per massimi sistemi dei soggetti presi in esame, devo dire che siamo tutti accomunati dalla stessa grande passione per il ballo. Anzi: “il Ballo”. Perché il tango è la danza di tutte le danze, un «pensiero triste», come diceva Discepolo, che si è trasformato nell’espressione passionale e giocosa della seduzione attraverso i corpi. “Una volta era un’orgiastica diavoleria, oggi è un modo di camminare”, ha puntualizzato il grande Jorge Luis Borges. Concludo citando un pensiero di Peppe Servillo degli Avion Travel, pubblicato sul libro “Tango, quella melodia di noi due”, edito da Salani: “Il tango esprime un atteggiamento verso la vita, una grande passione e nello stesso tempo una grande amarezza: perché si è consapevoli che la passione è destinata a finire, ma proprio questo la rende ancora più intensa».

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