Martedì 21 Gennaio 2020 - Anno XVIII
Guida mangereccia per chi si reca nella penisola iberica

Guida mangereccia per chi si reca nella penisola iberica

«L’uomo è ciò che mangia» del filosofo Feuerbach è l’aforisma sul cibo più citato di sempre, una specie di mantra per salutisti. Questo mini dizionario gastronomico spagnolo-italiano-spagnolo è una breve guida mangereccia per chi si reca nella penisola iberica.

Ristorante tipico foto Tomás Fano.

Ristorante tipico fot Tomás Fano.

“L’uomo è ciò che mangia” scrisse, il filosofo Feuerbach. L’asserzione trova talmente d’accordo l’autore di queste famigerate righe da averlo spinto a scrivere un mini Dizionario Gastronomico spagnolo-italiano-spagnolo (con una appendice In un ristorante portoghese), una sorta di breve guida mangereccia per chi si reca nella penisola iberica (libretto che Mondointasca sarà ben lieta di omaggiare a chi vorrà farne richiesta).
E non basta: insoddisfatto per un esauriente ma secondo lui non sufficiente numero di ristoranti, bar de tapas e bodegones suggeriti, lo scriba ha inserito nella seconda edizione del Dizionario più di  500 posti in Spagna ove sfamarsi, mangiare alla grande o più semplicemente regalarsi un onesto pasto.

Dal mondo intero, la cultura del “ mangiare ”

mangiare Tapas foto Elemaki

Tapas foto Elemaki

Se l’uomo è ciò che mangia, non è poi così frivolo aiutare chi viaggia e all’estero si ritrova alle prese con un menu in lingua straniera. Eccolo pertanto servito con la traduzione di un pesce, di una carne o di una verdura (la loro etimologìa può oltretutto spiegare qualcosa) senza contare che un piatto di cui si conoscano gli ingredienti può soltanto essere maggiormente valutato.
Mentre le basilari abitudini alimentari possono soltanto raccontare le condizioni ambientali e climatiche nelle quali vive un popolo, la cucina e le ricette ne forniscono gli ulteriori dettagli, aiutano a spiegarne meglio la situazione socioeconomica. E non basta. Oltre al clima, al modo di vivere e alla ricchezza, la cucina racconta anche le vicende delle genti, la loro storia. Si pensi al grande traffico delle spezie, il cui commercio rese potente Venezia fin quando la via delle Indie finì di essere terrestre attraverso il Medio Oriente e divenne totalmente marittima – quindi meno rischiosa e costosa – con il doppiaggio del Capo di Buona Speranza da parte dei portoghesi. Venezia si ritrovò con meno schèi, mentre i navigatori oceanici – olandesi, lusitani, spagnoli, inglesi – ponevano le basi di grandi imperi coloniali vendendo pepe, cannella, chiodi di garofano e quant’altro esotico, divenuti i profumi e gli aromi di gran moda nei piatti rinascimentali.

Cibi e bevande; come chiederli correttamente

Paella mariscos
Paella mariscos

A Ferrara si mangia speziato per l’influenza del regno di Francia sul ducato emiliano (una principessa andata in sposa a un duca estense portò in dote le citate spezie, da cui la salama da sugo). E per passare senza ulteriori indugi al mangiare in Spagna (nella parte finale del dizionario non mancano le traduzioni per chi pranza in un ristorante portoghese) ecco l’occupazione inglese (nel ‘700) di Menorca (una delle tre isole Baleari, dotata di un eccellente porto naturale) nel cui capoluogo, Maò o Mahon, nacque (e ne prese il nome) la maionese.
Storicamente parlando, questa magnifica salsa avrebbe avuto lo stesso successo gastronomico se fosse rimasta una specialità locale, senza l’enorme promozione e pubblicità fornita da milords e baronetti?
Il mini Dizionario Gastronomico spagnolo-italiano-spagnolo è proposto a chi ama Gozar de la vida (godere e farsela bene durante la vicenda terrestre chiamata vita) e siccome per Gozar c’è solo la Spagna, il libretto contiene pure alcuni consigli su come pronunciare lo spagnolo (la ñ con sopra quel segnetto ondeggiante si pronuncia gne come in italiano gnomo, la ll come aglio o giglio, que e qui come che e chi, la ch come cena).

Per mangiare utile consultare il dizionario

Bacalao
Bacalao

Consultando il dizionario la curiosità si unisce all’acquolina in bocca, mentre si scopre che la Merluza è il nasello e non il Bacalao (ecco perché in un ristorante spagnolo molti italiani storcono il naso leggendo Merluza sul menu: non si tratta dell’umile baccalà o stoccafisso, anzi, per gli spagnoli è un pesce prelibato). Il mini Dizionario aiuta inoltre a ricordare che il burro italiano non è quello spagnolo (per loro è l’asino, il burro si chiama mantequilla e chi si sbaglia nell’ordinazione – per colpa del cosiddetto falso amico-rischia di ritrovarsi un equino di serie B a tavola).
La Lombarda oltre a poter essere una deliziosa turista varesina in vacanza a Lloret de Mar è (per gli spagnoli) il cavolo rosso (sempre presente in una
zuppa madrilena alla vigilia di Natale).  Riso si dice Arroz, è cotto in tanti modi ma è raro trovarlo in bianco (l’idea di mangiare solo riso bollito non entusiasma i sudditi di Rey Juan Carlos).

…e buon appetito con le specialità della Spagna!

Pata negra
Pata negra

Per avere in tavola un piatto di prosciutto si chiede un Jamòn – con la j aspirata e pertanto si pronuncia hamòn – ma attenzione (precisa brevemente il dizionario) al tipo di jamòn servito: quello normale, del nostrano maiale, non esalta ma costa poco; quello prelibato, del maiale iberico, di pata negra delizia ma costa non poco eppertanto va degustato con moderazione (una sola tapa, assaggio, al banco di un bar, può  costare 8/10 €). Ovvio che dei piatti e bevande spagnoli arcinoti nel Belpaese, il dizionario tascabile dia notizia e dettagli. La sempre citata Paella (pronunciare paèglia) è definita un piatto unico di riso con carni o pesce – anche entrambi insieme – e verdure. Il Gazpacho altro non è che una minestra fredda di pomodori, peperoni, cetrioli, aglio, pane raffermo ammollato, olio, aceto, sale, acqua.  E si chiarisce anche, una volta per tutte, che le dispute su ingredienti e dosaggi della stranota Sangrìa sono quisquilie (ahhh, in spagnolo Quisquillas vuole dire schie, gamberetti). Verso la fine della pausa-pasto i muratori madrileni sbattevano in una brocca quanto restava della milanese schiscetta portata da casa o trovavano in giro: vino, gazzosa, acqua, ghiaccio, frutta o solo bucce, e se c’era in giro una bottiglia di brandy o quant’altro alcolico, tanto meglio.
Ecco come nasce la Sangrìa, eppertanto non si preoccupino le signore al momento di prepararla, disperate per aver dimenticato se – oltre a un ventesimo di brandy e a un trentesimo di vermouth – occorrono tre quinti di vino o due quinti di gazzosa (ah in Spagna si usa sempre la Casera) o viceversa. La Sangrìa come viene, viene (stessa “ricetta” per la paella: la madre di famiglia cominciava a cuocere il riso eppoi vi buttava quel che trovava nella dispensa…).

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