Fauna riservata, flora sfacciata
La passione per la fotografia e il desiderio di esplorazione, fortemente congiunti, mi hanno spronato ad andare alla ricerca dei luoghi più curiosi e remoti. Devo confessare che non è stato semplice tornare a casa con immagini capaci di esaltare il reale valore ambientale della valle.
La Val Grande è molto schiva e richiede presenze ripetute nel tempo; gli spazi visivi sono ridotti per via dei fianchi montagnosi protetti da folte e intricate boscaglie.
Tanti sono i sentieri divenuti oramai impraticabili; alcuni addirittura si spengono all’improvviso tra le rocce e le fronde della foresta. L’aspra natura del territorio complica inoltre la ricerca della fauna e ne rende difficile l’osservazione diretta.
Ad eccezione delle vipere, presenti su quasi tutto il comprensorio, poche sono le specie animali visibili durante una caccia fotografica. Una discreta popolazione di camosci (il camoscio è l’emblema del parco) si unisce a una nutrita colonia di rapaci, tra i quali poiane, falchi e galli forcelli. A quanto pare anche l’aquila ha ripreso a sorvolare i picchi irraggiungibili del Pedum e della Cima Sasso.
Per quanto concerne la vegetazione, la Val Grande possiede una ricchezza e una varietà tali da costituirne forse l’attrattiva maggiore.
Predominano conifere e latifoglie; poi castagni e faggi secolari, alcuni di eccezionale grandezza, si alternano a olmi, ontani, betulle, aceri, roveri e tigli. Molto diffusa la flora: si va dai rododendri, primule, crocus e genziane, all’eccezionale presenza del tulipano alpino e del raro rododendro bianco.
Anni addietro, la Val Grande ha subito periodi di tenace colonizzazione da parte dell’uomo; per lo sfruttamento del legname vennero costruite teleferiche dalle dimensioni gigantesche per l’epoca, come quella che univa la località sperduta di Orfalecchio all’abitato di Mergozzo, sull’omonimo lago, valicando gli scoscesi Corni di Nibbio; addirittura, c’era una piccola linea ferroviaria che dalla gola dirupata denominata l’Arca, nel cuore della valle, arrivava ad Orfalecchio, attraverso un lungo ponte.
Regola per i visitatori: entusiasti e rispettosi
Oggi, i meandri misteriosi della Val Grande, affascinano e attirano un alto numero di persone rispetto agli anni passati. La promozione, a volte appositamente studiata, con riviste, libri e filmati, ne ha permesso la conoscenza ad un pubblico più vasto. E se ciò è un bene perché grazie a questi “canali” si sensibilizza l’opinione pubblica sulle problematiche esistenti nella protezione delle aree ancora verdi, questo lodevole fine non evita tuttavia che si incrementi in maniera incontrollata la frequentazione dei principali sentieri e bivacchi. A mio avviso, il nodo più difficile da sciogliere, per l’Ente Parco, è proprio questo: la fruizione.
Durante l’estate, tra l’altro la stagione meno indicata per visitare il parco, nel cuore della Valle, in località ‘In La Piana’(990 metri) nei locali della casermetta metallica della forestale, ora bivacco sempre aperto per tutti, può succedere di trovarsi di fronte ad un numero eccessivo di persone.
Per apprezzare la Val Grande e non correre il rischio di trovarcisi a disagio, è bene andarci in primavera o in autunno. Anche in inverno, se ciò è fattibile. Le stagioni più propizie sono queste perché in entrambi i casi la vegetazione è scarsa ed è più facile orientarsi.