Venerdì 19 Luglio 2024 - Anno XXII

Valle del Turano, nel Lazio di una volta

Piccoli paesi si affacciano sul lago. Il silenzio interrotto solo dal rintocco della campana. E la vista che spazia fino ad abbracciare San Pietro nelle giornate di tramontana. In tavola tartufi, castagne e persico reale. Per un soggiorno di relax

Tramonto sul lago di Turano da Paganico Sabino
Tramonto sul lago di Turano da Paganico Sabino

Senza allontanarsi troppo da una grande città come Roma, si può raggiungere un angolo d’Italia ancora poco esplorato. Ottanta chilometri a nord est dal Cupolone lungo la via Salaria o l’autostrada Roma-L’Aquila (uscita Carsoli) ed ecco delinearsi la cornice montuosa della Valle del Turano.

Siamo in Alta Sabina, in provincia di Rieti, sulla linea di confine tra Lazio e Abruzzo. Un paesaggio rigenerante solo alla vista per chi è abituato al cemento e al grigiore metropolitano. Tutto intorno si staglia il profilo morbido dei Monti Carseolani rivestiti come da un manto di faggi, castagni, querce. Qua e là, minuscoli paesi e campanili color creta che spuntano sulle pareti delle montagnole. Alcuni si affacciano sul lago del Turano, uno specchio d’acqua artificiale che con i suoi 36 chilometri di perimetro si allunga tra le montagne, ricordando i laghi svizzeri o lombardi. La Valle ingloba anche una riserva naturale, quella dei Monti Cervia e Navegna con i suoi tremila ettari di boschi e ancora qualche esemplare di aquila reale, lupo e gatto selvatico.

Viuzze dal fascino del dimenticato

Ascrea. Vista sul lago
Ascrea. Vista sul lago

Che si vada ad Ascrea, Collalto o a Paganico Sabino, tre dei sedici Comuni sparsi sul territorio della Comunità Montana del Turano, la prima impressione è quella di incamminarsi in viuzze di pietra dall’atmosfera di una volta con gli anziani seduti nelle piazzette, qualche comare ancora con il fazzoletto in testa, il rintocco della campana che segna l’ora, sporadici bar e rari turisti visti quasi con meraviglia, il profumo del ragù della domenica. Il fascino del dimenticato, dove ci si conosce quasi tutti e il sindaco che passeggia in strada è invitato a casa da un concittadino per bere un caffè.

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Sono borghi di origine perlopiù medioevale impreziositi molto spesso da rocche e castelli, a ricordo di un tempo in cui a detenere il comando era il potente centro religioso della vicina Abbazia di Farfa. Pochi chilometri separano un piccolo paesino dall’altro e in auto, o ancora meglio in moto, si può girovagare per la Valle toccandoli tutti.

Castel di Tora, una rocca sul lago

Il borgo arroccato di Castel di Tora
Il borgo arroccato di Castel di Tora

La Valle annovera due tra i “Borghi più belli d’Italia”, l’associazione che riunisce 183 tesori minori sparpagliati da nord a sud sulla Penisola. Il primo è Castel di Tora. Fino al 1864 era Castel Vecchio (Castrum Vetus) e gli abitanti ancora si fanno chiamare con l’antico nome, “castelvecchiesi” quasi a dispetto di quel recente cambiamento. La particolarità del paesino sta tutta nella sua posizione: è una piccola rocca a circa 600 metri d’altitudine a picco sul lago del Turano. Nelle giornate terse dalla cima si riesce a vedere in lontananza la cupola di San Pietro.

Il centro storico è un saliscendi di scalinate strette tra edifici medievali in pietra locale, con archi, cortiletti e portali importanti. Di fronte al paese e collegata alla terra ferma da un sottile istmo si può raggiungere per un’escursione a piedi Antuni, un’altura rocciosa a forma di cono. È una penisola fantasma, totalmente disabitata, e i ruderi di pietra che si incontrano raccontano una storia di ascesa e caduta dal momento che la penisoletta è stata di proprietà di grandi famiglie molto influenti in questa area del Lazio come i Brancaleoni e i Lante della Rovere. Negli anni ‘90 gli unici “abitanti” del borgo sospeso sul lago erano i ragazzi della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini. Anche loro oggi non sono più qui, dopo la chiusura del centro.

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